La politica (spiccia) ai tempi delle verdure

La querelle è partita nel fine settimana sui social ed è approdata ieri su “L’Arena” con un bel paginone in zona Cronache dai confini dell’impero.

Per chi non l’avesse seguita, la riassumo brevemente.

Nel weekend un sindaco e senatore della bassa, autonominatosi sceriffo, si trova in coda a un semaforo nell’est veronese quando assiste a uno dei classici tamponamenti da colonna (lui lo definisce fragoroso), con la tamponante (forse infame, suggerisce sempre lo sceriffo) che dopo un cenno all’altra macchina prosegue la sua strada.

A quel punto il sindaco la insegue, la ferma e discute con la donna. E proprio in questa discussione lei avrebbe pronunciato un pomposo «guardi che io sono il vicesindaco di Valle dei Porri» per levarsi d’impiccio. Frase a cui lo sceriffo avrebbe opposto un altrettanto roboante «e io sono il sindaco di Pian dei Sedani».

Quello dei sedani racconta tutta la vicenda su facebook insistendo sull’ormai fuori moda “lei non sa chi sono io” di quella dei porri, che ovviamente non è del suo partito, ça va sans dire.

Da qui parte tutto il bailamme di commenti e condivisioni che rende virale la vicenda e “costringe” “L’Arena” a dedicarle il suddetto paginone. Dove, a onor di verità, la vicesindaca dei Porri spiega che l’urto al semaforo sarebbe stato talmente minimo da spingere l’altra conducente a non fare nemmeno la constatazione amichevole, di non essersi fermata per aver inteso il cenno scambiato con l’altra macchina come un “è tutto ok” e che il suo qualificarsi come carica istituzionale sarebbe arrivato solamente dopo le ripetute insistenze di quello dei Sedani.

Fin qui, spero converrete con me, si tratta di una questione che avrebbe dovuto rimanere “privata” fra i suoi tre protagonisti. Siccome però viviamo in tempi grami, è diventata di pubblico dominio e oggetto di cronaca, oltre che di bassa macelleria politica. Una vicenda dove non avrebbe senso schierarsi perché sbagliano un po’ tutti: chi tampona e, vuoi per ingenuità o per un fraintendimento, non si ferma e pure chi sbatte tutto sui social. Di certo non roba da perderci il sonno.

Poi, ieri sera, mentre spiego a un amico la mia opinione, pari pari a quanto scritto nelle tre righe precedenti, lui mi oppone un «la politica ormai si fa così, lo fanno tutti». Ecco, lì è scoccata la scintilla. Proprio perché viviamo in tempi bui, è giusto schierarsi. Anche qui.

Per schierarsi è però necessaria una premessa. Tra le due parti della vicenda l’unica che conosco personalmente è quella che arriva dal mondo dei porri. Questo non mi impedisce certo di ritenere un errore madornale il suo non fermarsi. A prescindere dai malintesi, dall’agitazione, dai tocchi lievi e da qualsiasi altra cosa. Un errore che potrebbe fare chiunque.

Però poi c’è chi scientemente decide di farne una questione politica, di buttare tutto in pasto allo sfogatoio dei social e di alimentare un altro po’ il cerbero della livorosità che abita all’interno di ognuno di noi.

Ecco, tra chi sbaglia e chi decide di prendere un errore e utilizzarlo per rafforzare la propria narrazione, personale o di partito, io starò sempre con il primo.

Perché prendere una storia come questa e farne materia di pubblico ludibrio significa voler appositamente abbassare ulteriormente il livello di una politica che già sta a livelli infimi. Perché una lista civica, opposta a quella della vicesindaca dei Porri, che fa un post sponsorizzato su Facebook (quindi spendendoci pure dei soldi) per spammare ovunque la vicenda, sta inquinando l’ambiente alla stessa maniera di chi getta rifiuti ai bordi delle strade.

C’era un vecchio adagio: «loda in pubblico e correggi in privato». Roba da Preistoria.

È quello che cerco di trasmettere quando, durante i laboratori, parlo di comunicazione con ragazzi di 13 o 14 anni. Quando scegliamo di prendere in mano una penna, un telefono o la tastiera di un pc, e scrivere, diventiamo responsabili dell’ambiente che ci circonda. Possiamo decidere di dare un contributo positivo, oppure di essere complici del degrado. “Così fan tutti” non è, e non è mai stata, una scusa.

Trasformare tutta sta storia di porri, sedani e verdure varie in politica, mi ripeto, di bassa macelleria, non è tanto diverso dall’inondare il mare di sacchetti di plastica e cannucce. È spazzatura. La stessa contro cui tanto brillantemente abbiamo protestato lo scorso weekend.

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