La UE dà l’addio all’UK. Forse.

A mezzanotte scatta ufficialmente la tanto attesa (e temuta) Brexit. La Gran Bretagna, dal 1 febbraio 2020, non apparterrà più all’Unione Europea, che passerà così da 28 a 27 membri. Gli eurodeputati del Regno Unito e i loro rappresentanti dalle istituzioni europee abbandoneranno Bruxelles e le altre sedi istituzionali, mentre i futuri premier britannici non parteciperanno più alle riunioni del Consiglio europeo. Insomma, da domani Inghilterra (con il Galles), Scozia e Irlanda del Nord, di fatto, non daranno più il loro contributo al futuro politico, sociale ed economico della federazione di stati riuniti sotto la bandiera blu con le stelle disposte in cerchio.

La Gran Bretagna si affiancò nel 1973, insieme a Danimarca e Irlanda, ai sei paesi fondatori dell’allora Comunità Economica Europea (CEE): Francia, Italia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo. L’evoluzione di quella federazione ha poi portato, negli anni, all’aggiunta di Grecia, Spagna e Portogallo negli anni Ottanta e poi – dopo il 1989, anno chiave per l’Europa e il mondo intero – al’allargamento a quindici stati nel 1995 con l’ingresso di Svezia, Austria e Finlandia. Nel frattempo sono cambiate le regole e le norme giuridiche, con i Trattati di Maastricht e Schengen – fra gli altri – a rivoluzionare le relazioni e le interazioni di un intero continente. Con l’ingresso, nel 2004, di ben nuovi dieci Stati l’allargamento ad est dell’Europa concepita dai padri fondatori (fra cui Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Winston Churchill, Francois Mitterrand, Helmut Kohl e molti altri) diviene finalmente realtà. Ma la Gran Bretagna, un insieme di isole che si è sempre contraddistinto per la sua diversità dal resto d’Europa (con la sua moneta, la sua guida a sinistra e le tante altre differenze, nel bene e nel male, di abitudini e mentalità, etc.) non si è mai davvero uniformata e a ha sempre guardato più all’altra sponda dell’Oceano (leggasi Stati Uniti) che all’altra sponda del Canale della Manica. E le spinte interne sono diventate nel corso degli anni sempre più insistenti, fino ad arrivare alla figura di Nigel Farage, paladino dell’uscita dall’Eurogruppo.

Il Millennium Bridge e la cattedrale di San Paul a Londra

Lo shock vissuto dall’intero Continente il 23 giugno 2016, giorno in cui sorprendentemente il referendum indetto dal premier David Cameron – apertamente a favore della presenza del Paese nella UE e per questo dimissionario il giorno successivo – vide vincere sia pur di pochissimo la Brexit, rimarrà per sempre nella storia della federazione. E anche se altre volte, in passato, sono stati indetti referendum per decidere sull’uscita (o l’entrata) di un paese dall’Unione europea – come quando nel 1993 la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca e non stato membro, decise di uscire dalla UE o quando, in varie occasioni, i cittadini di un paese nel cuore dell’Europa come la Svizzera hanno confermato la loro storica “neutralità” – stavolta è stato diverso. Diverso, perché si tratta di un Paese membro che esce, un Paese tra i più popolosi, ricchi e influenti dell’intera area europea ed è inevitabile che il peso psicologico dell’evento sia pari alla sua grande, grandissima portata storica.

La giornalista veronese Elisabetta Zampieri

«Tecnicamente oggi è l’ultimo giorno in Unione Europea» ci racconta Elisabetta Zampieri, giornalista veronese, oggi inviata a Londra per Tuttosport ed editor di un’agenzia di stampa internazionale. «Però non è ancora chiaro a nessuno quello che effettivamente succederà nei prossimi mesi. Di certo da stanotte la Gran Bretagna non sarà più membro della UE e non potrà più influire sulle scelte del Parlamento europeo, anche se fino a fine anno dovrà continuare a rispettare le leggi che verranno emanate nel frattempo dal Parlamento europeo. Per il momento tutto rimarrà sostanzialmente come prima: ci sarà ancora la libera circolazione delle persone, ancora il libero mercato e, in generale, non cambierà assolutamente nulla rispetto a quanto avviene oggi. Anche per questa ragione, forse, in questi giorni non si registra nessun tipo di ansia, ma c’è ancora molta spensieratezza. Però c’è da dire che io vivo a Londra, che a dirla tutta non è una vera città britannica e rappresenta una sorta di “bolla” rispetto al resto dello Stato. È una città cosmopolita, dove vivono milioni di persone, la maggior parte delle quali non è nemmeno di origine britannica. Abbiamo un sindaco labour di origine musulmana e tutto, in generale, è molto diverso rispetto alla Gran Bretagna della campagna e delle grandi città industriali, dove di preciso non so bene come si stia vivendo questo passaggio.»

Il celebre Parlamento inglese con il Big Ben, simbolo della capitale britannica

Prima che esca dal mercato unico e dall’unione doganale, la Gran Bretagna, durante questo periodo di transizione, dovrà negoziare con l’UE un accordo commerciale su temi che vanno dalle forniture energetiche alla regolamentazione dei medicinali. Non sono al momento previsti cambi sostanziali alla mobilità individuale: il Regno Unito non ha mai fatto parte dell’area Schengen e gli europei residenti che avranno fatto domanda potranno rimanere. «Se vivi già in Gran Bretagna devi esserti semplicemente iscritto ad un cosiddetto Settled Status attraverso una app scaricabile sul cellulare», ci racconta ancora Zampieri. «Attraverso questa app è possibile inviare facilmente i documenti necessari, la propria foto ed eventuali prove per dimostrare che si vive già qui da tempo. A quel punto viene dato il permesso di rimanere e se sei in Gran Bretagna da più di cinque anni viene conferita addirittura la residenza permanente e, dopo un solo altro anno, la possibilità di richiedere addirittura la cittadinanza britannica. Io, che invece sono arrivata qui nell’aprile del 2016, ho per il momento potuto richiedere un Pre-settled Status che mi concede la possibilità di rimanere per cinque anni a decorrere dal momento in cui ho presentato la domanda, dal dicembre 2019, e quindi potrò rimanere a Londra fino al 2024. Quindi per gli immigrati in Gran Bretagna, se hanno espletato tutti questi passaggi, di fatto non cambia nulla. Per chi arriverà successivamente, invece, come per altri aspetti molto dipenderà dagli accordi che verranno stipulati nei prossimi mesi.»

Il London Eye, la grande ruota panoramica con vista sul Tamigi a Londra

Sostanzialmente bisognerà capire cosa succederà da qui al 31 dicembre 2020 e soprattutto quali accordi riuscirà a strappare il Governo di Johnson con l’Unione Europea, accordi che potrebbero portare ad un’uscita “relativa” oppure, qualora non si trovi l’intesa con Bruxelles, a un’uscita “assoluta”, più radicale. Insomma, per fare una battuta, “oggi cambia tutto per non cambiare nulla”, ma di fatto potrebbe davvero non cambiare molto nemmeno in futuro, perché tutto è ancora da scrivere e il governo del biondo e scapigliato Boris Johnson ha la possibilità di negoziare una sorta di “uscita-non-uscita”, con accordi commerciali, ma anche in termini di libero spostamento delle persone, che non modificheranno di molto l’attuale status quo dei britannici e quello dei cittadini europei che interagiranno con la GB.

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Ernesto Kieffer

Inizia nel 2000 a collaborare per alcuni periodici veronesi come “L’Altro Giornale”, “L’Adige” e “Verona Fedele” e ottiene nel 2002 il patentino di Giornalista Pubblicista. Laureato in Giurisprudenza nel 2003, è da quello stesso anno addetto stampa, organizzatore e presentatore di eventi. Oggi è radiocronista sportivo e giornalista - fra gli altri - de "Il Nazionale - Verona" dove è caporedattore Politica&Attualità. Si è dedicato, nel corso di tutti questi anni, al cinema, alla musica, allo sport, senza disdegnare l'approfondimento e la cronaca. Pratica con “inequivocabili” risultati il calcio e millanta di essere un musicista. Ma sono notizie false e tendenziose.

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