Le parole di Natale

In questo periodo dell’anno si usano (o meglio, abusano) parole speciali e importanti, facendo poco caso al significato profondo di tanti auguri preconfezionati, in stile Hallmark.

Natale, per cominciare, significa “nuova vita” (non la faida pandoro vs panettone che credevi tu). Natale viene ovviamente dalla parola nascita, è la celebrazione della vita e coincide con il periodo dopo il solstizio in cui tornano ad allungarsi le ore di luce. Diciamo un distratto “buon Natale” al conoscente appena incontrato, pensando che il parchimetro sta per scadere, e non ci rendiamo conto che gli stiamo augurando una vita rinnovata e luminosa.

Festa della luce, quindi; e non delle luminarie che accecano i tuoi passi, affogando di led colorati ogni angolo della città. Luci per indicarti la via, certo, stelle comete per indirizzare il tuo cammino. Ti dovrebbero portare verso una rinascita, ma finisci alla rinascente più vicina, e ti chiedi cosa sia successo. Come una versione 2.0 dei Re Magi dall’antica Persia, vaghiamo da un negozio all’altro alla bramosa ricerca di un tesoro, seguiamo le lucine ammiccanti come stelle, ascoltiamo le storie di innumerevoli commesse e, soprattutto, da bravi re, acquistiamo, trasportiamo e infine consegniamo regali.

I regali hanno ormai ben poco di regale, sono scesi tra gli uomini di buona volontà e miglior reddito sotto forma di cose, inutili oggetti, luccicanti d’oro e diamanti, abbaglianti. In modo da nascondere il vuoto che c’è dietro, un po’ come il tuo albero di Natale in salotto, con tante palle colorate in bella vista. E niente nell’angolo del muro dove si infila solo il gatto. Viviamo per apparire, ci riflettiamo negli occhi ammirati o invidiosi di chi abbiamo di fronte e siamo così sicuri di esistere.

Amore è condivisione e infatti usiamo il verbo “scambiare”, tipico delle attività commerciali, per il momento magico dell’apertura dei pacchetti. Forse può sembrare un concetto incoerente, rispetto alla teoria del dare per dare (il “dare alla seconda”) da cui deriva la parola dono. E invece ha un senso: fai il regalino all’amica perché l’altro giorno ti ha fatto un favore, al bimbo perché è il senso stesso della tua vita, alla moglie perché ti sopporta anche quando sei isterico e preoccupato. Pur essendo liberi di dare senza un motivo concreto, se grattiamo a fondo nella nostra rugosa coscienza lo troviamo quel qualcosa che ci spinge. E non sempre è il motivo nobile, la gratitudine, quel grazie che spesso non riusciamo a dire in diretta e rimandiamo a un pacchettino colorato. Non sempre siamo semplicemente felici di quel che abbiamo ricevuto, non a Natale ma tutto l’anno; ci sono volte in cui il senso libero, svincolato e disinteressato del regalo va dimenticato.

A volte, con un dono chiediamo e cerchiamo il per-dono.

Proviamo a zittire il nostro senso di colpa, di nuovo speriamo nel potere taumaturgico delle cose, nell’amnesia collettiva che può indurre un gioiello un orologio un cavallo o una pista per le macchinine. Svicoliamo agili e scattanti sul fatto che il dono più grande è quello di se stessi, del proprio tempo ed evitiamo di pensare a quanta parte di pigrizia e priorità sbagliate ci sia dentro ai nostri regali.

Strano come nella nostra lingua (ma anche in altre) si usino due paroline all’apparenza innocue per indicare il tipo di regalo meno impegnativo. Ti ritrovi a dire, quasi sminuendo, con lo sguardo basso di finta vergogna: “non è niente, è solo un presente” o anche “ti ho preso un pensierino”.

Frasi fatte che scivolano leggere e che dici senza pensare a quanto sarebbe difficile se fosse vero: se fossi tu, davvero, ora e qui, presente. Ma anche passato e soprattutto futuro, se fossi per l’amico o il marito o il figlio, energia e impegno. Sarebbe poi bellissimo se il tuo pensiero veramente corresse a me durante tutto l’anno e si fermasse su un libro o un oggetto che sia mio, che esprima me, le mie passioni, e non la tua fretta nel cancellare il nome dalla lista.

Ogni volta che sento qualcuno dire “se non ci vediamo, tanti auguri” io rispondo che se non ci vedremo, potremo sempre telefonarci (dico la stessa cosa anche quando non si stanno rivolgendo a me e questo mi ha creato qualche grattacapo – ma questa è un’altra storia). Invece di riempire la nostra assenza con un presente, proviamo a donare il nostro tempo; per contrastare le illuminazioni stellari, proviamo a sorridere di più, a riempire la gente di abbracci – anche con la violenza, se serve – proviamo a sentire davvero il buon Natale. Anche buono in effetti riserva delle sorprese. Tutti sappiamo che viene dal latino bonus ma che questo a sua volta derivi dal sanscrito duonus è forse meno noto. La radice dve (o anche div, da cui dio, tra l’altro) significa – e non a caso – “felicità, splendore, luce”.

Buon Natale quindi, caro lettore de “Il Nazionale”; ti auguro una rinascita piena di luce e felicità, in cui le presenze superino i presenti e le palle restino tutte sull’albero.

Oh, dimenticavo: a te e famiglia!

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Barbara Salazer

Barbara Salazer

Gira il mondo da una vita, collezionando facce e storie, ma torna sempre a casa, prima o dopo. Ha forse sbagliato studi e lavoro, ma non rinnega nulla e crede fermamente nel dare a se stessi una seconda (e terza...) opportunità. Ama la vita, la musica, i libri, il caffè e la stout. Odia la gente, ma non può farne a meno. Sta scrivendo una "Teoria della Lentezza" che potrebbe anche arrivare in libreria, con molta calma. Ha un solo difetto: l'Hellas Verona.

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