L’odio per Silvia e l’assuefazione all’ingiustizia

Del rapimento di Silvia Romano, volontaria 23enne, si sa che tre uomini armati l’hanno prelevata lunedì sera 19 novembre nel villaggio di Chakama, che si trova a circa 80 chilometri dalla città di Malindi, nel sud del Kenya, e durante l’attacco i tre hanno ferito cinque persone di età compresa tra i 10 e i 23 anni. Finora 14 persone sono state arrestate per questo. Romano si trovava lì come volontaria dell’Onlus Africa Milele, che ha sede a Fano, nelle Marche, e da tempo curava progetti nella zona di Chakama.

Questi i fatti fino a qui raccolti. Di tutto il parlare intorno a questa vicenda si aggiungono non fatti ma cattiverie sfornate dagli odiatori da tastiera, come gli appellativi “oca giuliva” a “sprovveduta” fino a “cappuccetto rosso” dove anche giornalisti quotati hanno rimarcato (senza volerlo?) l’alone di persone allo sbaraglio, dove gli slogan “prima gli italiani” o  ”aiutiamoli a casa loro” mossi dalle stesse fazioni politiche vanno letteralmente in tilt.

Ma cosa causa tutto questo odio? Abbiamo incontrato Mario Mancini, presidente di progettomondo.mlal, organizzazione con sede a Verona che da 50 anni lavora nella cooperazione internazionale, in 24 Paesi tra America Latina e Africa, con il coinvolgimento di 900 operatori impegnati in 450 progetti avviati e realizzati.

Il dottor Mario Mancini

Dottor Mancini, la cooperazione internazionale negli ultimi anni è sotto torchio, sia per pregiudizi che la accompagnano nella rappresentazione mediatica, sia perché i volontari e gli operatori del settore sono visti come “buonisti” o non impegnati in una vera e propria professione. Come giustifica questo atteggiamento diffuso?

Fa parte sicuramente dell’atteggiamento generale di chiusura mentale nella nostra società attuale e conseguenza di una semplificazione del messaggio che accomuna i propri mali con una causa esterna. Si afferma anche esplicitamente che operare con lo straniero è negativo, indipendentemente dal luogo e dalle forme di farlo. A ciò si aggiunge tutta la vicenda dei salvataggi nel Mediterraneo, dove la parola Ong, e quindi l’azione delle navi che soccorrono i migranti nei barconi, è stata associata all’”invasione”. Il corollario di questo ragionamento è Ong uguale complici dei nostri nemici. Il concetto di “buonismo” è un’altra fallacia usata per scopi puramente politici e di consenso, che parte da uno stravolgimento etico: essere buono assume un’accezione negativa, addirittura minacciosa, ed è questo il vero pericolo sociale, che può mettere a rischio le basi della convivenza civile.

Ben inteso, tutto questo discorso coinvolge una parte importante della nostra società, più rumorosa ma non necessariamente maggioritaria; purtroppo, chi non la pensa uguale non reagisce, non si oppone, non si spende per difendere determinati principi.

Dall’altro lato, la cooperazione e la solidarietà internazionale hanno diverse sfaccettature e forme di attuazione, che va dal giovane volontario che per poco tempo mette a disposizione il proprio tempo per un’azione di aiuto concreto, al medico che opera negli ospedali da campo in mezzo a una guerra o una catastrofe, all’ingegnere che aiuta a scavare un pozzo d’acqua; e poi c’è chi fa cooperazione impegnandosi nel medio e lungo termine per rafforzare le capacità e i sistemi nei paesi  dove si opera. Ma in tutti i casi occorre sempre mettere in campo due elementi: la motivazione, che può essere ideologica, politica, religiosa, etica, e la professionalità, sempre più richiesta perché “il bene bisogna farlo bene”.

Le critiche nate nei confronti di Silvia Romano non sono nuove: ricordiamo il sequestro in Siria di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli del 2015 e il fango addosso alle due ragazze. Si tratta solo della dittatura social dell’impulso, che porta a commentare e condividere spesso notizie o commenti senza un fondo di verità, o capire e soprattutto spiegare la cooperazione a chi non fa parte del settore è cosa sempre più difficile?

Concordo con lei; da un mio punto di vista gli attacchi a Silvia, e in generale a tutti i volontari e cooperanti, vengono sferrati da quello stesso settore, i leoni da tastiera, che offendono con la stessa violenza verbale anche altri “bersagli”, come diceva lei prima “i buonisti”, e anche tutti quelli che “se la sono andata a cercare”. A noi preoccupano gli effetti di questi attacchi, che portano a pensare che operare a favore “degli altri” non solo non è più un valore ma un pericolo per l’intera società. Dobbiamo impegnarci di difendere Silvia come individuo, i valori di ciò che stava facendo, perché la violenza purtroppo non arriva solo dai sequestratori ma anche da chi dovrebbe invece aiutarla e supportarla. La mancanza di “com-passione” è francamente disgustosa e minacciosa.

“Quanto ci costa la cooperazione?” è ancora una delle tante domande a cui si appellano coloro che criticano le persone che scelgono di attivarsi fuori dall’Italia in progetto solidali. L’impatto di una progettazione al fianco di operatori stranieri quanto dona beneficio a quel Paese e al sistema umanitario?

Il mondo è da sempre interconnesso, sono cambiate la percezione di questa interconnessione, che ci spaventa e affascina, e la velocità con cui avvengono gli scambi. È sempre più impellente e visibile, tranne per chi non vuol vedere, che ciò che accade in un angolo apparentemente lontano del mondo, avrà conseguenze, prima o poi, su di me. I cambiamenti climatici e le migrazioni rappresentano l’effetto più eclatante di questa relazione tra causa ed effetto. La prossimità è un concetto che riguarda quindi che deve comprendere l’intera umanità. Quindi la cooperazione non deve essere considerata un lusso ma una necessità, dettata dal fatto che se l’umanità nel suo insieme sta meglio, staremo meglio tutti. Se miglioriamo la vita degli altri avremo automaticamente effetti sulla nostra. Non è più sostenibile vivere in un mondo dove la grande maggioranza vive nella povertà e degli scarti della minoranza. Ma non deve essere solo una questione di interesse, ci deve muovere sempre, e prima, un imperativo etico, intrinseco all’essere umano.

Voi come organizzazione attiva in tanti Paesi, quali problematiche riscontrate sullo spostamento di tanti operatori ogni anno?

Noi siamo una Ong che opera da 51 anni in America Latina e Africa, abbiamo esperienza e professionalità per gestire le diverse situazioni di pericolo. Abbiamo un percorso di selezione, di accompagnamento, di supporto e di logistica nei vari paesi dove operiamo, dove il contatto con la sede è permanente. Ovviamente ciò non impedisce eventuali problemi, ma questi rientrano nella normalità di un lavoro di questo tipo. Ma per noi il pericolo maggiore non è quello fisico, ma quello dell’assuefazione all’ingiustizia, del tecnicismo, del non adattamento, della sopraffazione con persone e gruppi vulnerabili, nel credere di essere superiori… un pericolo costante, che trattiamo con molta attenzione e cura.

Elena Guerra

Elena Guerra, giornalista e addetta stampa, laureata magistrale in Giornalismo, ha svolto ricerche nell’ambito del giornalismo interculturale grazie al gruppo di ricerca Prosmedia di cui è co-fondatrice. Si occupa di media relations, organizzazione di eventi culturali al fine di promuovere l’incontro di persone e culture diverse.

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