Natalità: istruzioni per l’uso?

Ogni dodici mesi l’Istat pubblica, tra gli altri, i dati sulla natalità registrata in Italia nel corso dell’anno precedente. Come da diverso tempo, anche nell’ultima relazione diffusa a novembre 2018, è evidente una prosecuzione del trend di contrazione della natalità. Uno sguardo ai numeri ci può introdurre al tema. Vediamo, dunque, quelli maggiormente significativi: a) 458.151 nati in Italia nel 2017, circa 120.000 in meno rispetto a medesimo periodo temporale dieci anni fa; b) aumento a 31,1 dell’età media del parto; c) aumento della percentuale di donne senza figli, pari al 25% per le nate nel 1977 (pur ancora non al termine della vita utile riproduttiva), da confrontare con l’11% delle loro “mamme”, nate nel 1950; d) riduzione del numero medio di figli per donna pari a 1,32, anch’esso in contrazione rispetto all’ 1,48 di dieci anni prima [1].

Sul fronte veronese la situazione è del tutto confrontabile con i dati nazionali: il Comune di Verona riporta un tasso di natalità nella Provincia di Verona (8,2) assolutamente in linea con quello italiano (8,18) e un dato medio comunale leggermente peggiore (7,6) [2]. Il quadro che emerge non è certo roseo: la lettura di questi dati suggerisce, infatti, che a parità di condizioni essi potranno solo autoalimentarsi nel tempo, causa il progressivo invecchiamento della popolazione e conseguente riduzione delle donne in età feconda. L’inversione del trend non è pertanto uno scenario prevedibile e, viceversa, esso potrà eventualmente solo accelerare. Il futuro dell’Italia e della nostra Provincia è dunque quello di un progressivo invecchiamento? I numeri sembrano avvalorare tale previsione, anche in considerazione del fatto che, pur rimanendo maggiormente feconde rispetto alle italiane, le donne straniere stanno riducendo il loro contributo alle nascite, quasi come se, una volta integrate, si stessero adeguando agli standard di una società che sempre di meno pone al centro la natalità. Il problema inquieta e non poco, specie se confrontiamo il tasso di natalità autoctono con quello del resto d’Europa: l’Italia nel 2016 era già ultima in Europa e nel 2017 rimane in fondo alla classifica, ben lontana dalla media europea che, sempre nel 2016, registrava un tasso di natalità pari a 10 [3].

Affrontare la questione della riduzione della natalità non è affatto semplice e deve indurre riflessioni molto accurate, anche perché sono diversi gli aspetti da tenere in considerazione. La prima valutazione è che l’uomo sta procreando meno in tutti gli Stati Occidentali forti economicamente, non solo in Italia, a tal punto da identificare una stretta correlazione tra aumento degli indici di sviluppo e diminuzione degli indici di natalità. Nessuna nuova scoperta in merito, ma sicuramente dare impulso alle nascite appare complesso strutturalmente, in quanto una bassa natalità è caratteristica del tutto insita nelle società moderne. Collegato a questo aspetto è quello del ruolo della donna, sempre meno vista come pura e semplice procreatrice non soltanto madre: l’evoluzione è quantomai propizia per un progressivo avvicinamento all’obiettivo della parità dei sessi, ma appare evidente che per una donna coniugare una realizzazione sia professionale che familiare oggi risulti molto più complesso e statisticamente è dunque possibile che si rinunci alla seconda. Nella riduzione della natalità probabilmente impattano anche altri aspetti, quale un progressivo allontanamento dalla religione e dai suoi principi, a fronte di modelli culturali che, pur animati da logiche condivisibili, discostano con una certa superficialità dai valori della famiglia. Più in generale, a costo di risultare banali, è evidente che dal Dopoguerra a oggi, il nostro modello sociale, da contadino e patriarcale, si sia orientato verso una direzione che riduce la spinta alla procreazione: l’indipendenza individuale, l’agognata eterna giovinezza, l’ambizione, la carriera, la sete di successo, la minor stabilità affettiva, un progressivo innalzamento dell’età alla quale si raggiunge l’indipendenza economica, sono tutti aspetti che in qualche modo stanno condizionando la nostra società sul fronte nascite. Stiamo assistendo ad una continua evoluzione degli usi e costumi, della morale, di ciò che risulta di tendenza. Avere figli oggi non è di moda e la riduzione del tasso di natalità ne è conseguenza diretta.

Ci si domanda come dunque intervenire per contrastare un’ulteriore riduzione attesa della natalità, alla luce delle considerazioni e dei dati fin qui esposti. Ne va della stabilità della nostra società e del nostro sistema pensionistico, già fiaccato dalle sempre più lunghe aspettative di vita e da precedenti politiche sconsiderate (baby pensioni in primis). Senza dubbio in molti sollecitano lo Stato ad affidarsi a modelli di società che in questi anni hanno saputo contrastare la riduzione di natalità e che hanno avuto la capacità di trovare un equilibrio tra modernità e tradizione, valorizzando l’istituto della famiglia pur all’interno di contesti culturali e sociali fortemente avanzati. Parliamo degli Stati del Nord Europa, quelli scandinavi in primis e, tra gli altri europei, della Francia. Da quei Paesi, dai loro ordinamenti, si possono importare senz’altro degli spunti, sia tipici delle politiche sociali e di integrazione dei flussi migratori che di quelle fiscali, norme e agevolazioni che sicuramente gioverebbero anche in Italia, ma l’azione non può limitarsi a questo. Non basta, infatti, erogare qualche agevolazione, qualche bonus bebè in più o promettere terreni dopo il terzo nato, ma occorre avere una visione più ampia che permetta di comprendere in maniera scientifica quali siano le condizioni e le variabili che agevolano le nascite e conseguentemente agire con riforme strutturali sia normative che culturali. Il cammino da compiere è gravoso e lungo, non basta il tempo di una Manovra, forse nemmeno di una Legislatura. Ci si potrebbe evolvere verso una società multiculturale, basata sull’integrazione dei flussi di popolazioni ad alto tasso di fecondità, invece appaiono oggi sempre più forti le pericolose spinte nostalgiche del bel tempo che fu, pronte a riproporre modelli antiquati e inattuabili: richiamare la donna ai doveri di madre, riproporre logiche patriarcali, perseguire l’aumento della natalità facendo leva su sentimenti nazionalistici e affini, sono solo alcuni degli errori da evitare. Viene per l’appunto a mente, e che sia di monito, il Discorso dell’Ascensione pronunciato alla Camera dei Deputati da Benito Mussolini nel 1927, quando, auspicando un popolo forte e sano (speranza che non si può non condividere in linea di principio), introduceva con vigore al concetto di razza, richiamando al dovere di procreazione e confermando una tassazione svantaggiosa per i celibi (erano tempi in cui la percentuale di nascite fuori matrimonio era del tutto marginale, pur se la stessa biografia del Duce suggerisca valutazioni differenti) [4]. Forse è sbagliato fare riferimento a periodi storici a noi lontani, ma questo esempio mette in luce come intervenire sulla natalità sia azione estremamente delicata da un punto di vista etico e che, in determinati contesti, presenti una buona dose di rischio.

[1] https://www.istat.it/it/files/2017/11/Report-Nascite-e-fecondit%C3%A0.pdf

[2] http://ugeo.urbistat.com/AdminStat/it/it/classifiche/tasso-natalita/comuni/verona/23/3#linknote_1_note

[3] http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=52509

[4] Benito Mussolini, 1927. Discorso dell’Ascensione – Il regime fascista per la grandezza d’Italia, Roma, Libreria del Littorio

Lorenzo Mori

Lorenzo Mori

Lorenzo Mori, nato a Verona 11 anni dopo l'alluvione di Firenze e pochi mesi prima del rapimento Moro, si alterna tra la professione di consulente free lance (un po' commercialista, un po' controller) e il ruolo di allenatore di pallavolo. Papa' da qualche anno, ha sempre sognato di scrivere un trattato sulla città ideale, ma non lo farà mai; nel frattempo importuna gli amici di Facebook con post di lunghezza immane e pesantezza insopportabile. Nostalgico quanto basta della "polis" greca e dei campioni alla Roberto Baggio, è soprattutto appassionato di neve e boschi e il suo motto preferito, di gucciniana memoria, è: "Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere"

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