Nel Mediterraneo i morti di Stato

«Proviamo a visualizzare le ultime 63 persone morte in mare. È un autobus pieno di gente che sparisce in un momento.» Gabriele Eminente, direttore generale di Medici senza frontiere, ha spiegato in questo modo cosa sta succedendo sulla rotta del Mediterraneo centrale. Secondo l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, su 40.000 morti in mare in tutto il mondo dal 2000 a oggi, quelli annegati nella rotta italo-libica sono ben 22.400. Un Mare Mostrum che è ormai una fossa comune a cielo aperto. Dal 2013 ogni 3 ottobre viene celebrata la Giornata della memoria e dell’accoglienza per commemorare le 368 persone, in gran parte eritrei in fuga dal regime di Isaias Afewerki, uccise in un naufragio avvenuto davanti alle coste di Lampedusa. Oggi la stretta sulla rotta è dovuta ai nuovi accordi tra le autorità libiche e l’Italia (2017), per cui una quota sempre più alta di profughi viene intercettata in mare dalla Guardia Costiera libica (rifornita di motovedette e risorse economiche italiane) e riportata nei centri di detenzione del paese nordafricano, dove torna a subire violenze e torture ormai risapute. Secondo l’Oim tra gennaio e settembre 2018, sono morte 1728 persone nel mare, di cui 3 su 4 nella rotta Libia-Bel Paese, dovuto anche alla delegittimazione ed esclusione delle navi di Ong impegnate in tali operazioni.

«Oggi è impensabile un ritorno delle camere a gas, dove morirono milioni di persone per mano del regime nazista. Oggi le morti nel Mediterraneo continuano a lasciarci indifferenti, assuefatti, perché è una modalità di morte atroce nuova, ma “lontana”, che non ci riguarda.» È questo uno dei passaggi de Il Matto3, l’ultimo spettacolo teatrale in ordine di tempo della trilogia scritta, diretta e interpretata da Massimiliano Loizzi, con la direzione e organizzazione di Patrizia Gandini e la produzione dei Mercanti di Storie in collaborazione con il Teatro della Cooperativa, presentato per la prima volta a Verona a Fucina Culturale Macchiavelli sabato 1 dicembre. Il processo messo in scena come una farsa tragicomica diviene caricatura che mette in luce le pecche grottesche della giustizia e, nel solco della migliore tradizione della satira e del teatro civile, punta il dito sul silenzio omertoso dello Stato. Loizzi con ritmo serrato e ironia surreale racconta in un monologo a più voci la vicenda della Nave Libra, il pattugliatore della Marina Italiana, che l’11 ottobre 2013 è ad appena un’ora e mezzo di navigazione da un barcone carico di famiglie siriane che sta affondando. Ma i comandi militari italiani sono preoccupati di dover poi trasferire i profughi sulla costa più vicina. Così non mettono a disposizione la loro unità, nonostante le numerose telefonate di soccorso e la formale e ripetuta richiesta delle Forze Armate maltesi di poter dare istruzioni alla nave italiana perché intervenga. Il peschereccio, partito dalla Libia con almeno 480 persone, sta imbarcando acqua a causa delle raffiche di mitra di miliziani che su una motovedetta volevano rapinare o sequestrare i passeggeri, quasi tutti medici siriani. Dopo cinque ore il barcone si rovescia. Muoiono 268 persone, tra cui 60 bambini. Sulla vicenda, che verrà anche ricordata come “La strage dei bambini” ne ha scritto Fabrizio Gatti per L’Espresso.

Massimiliano Loizzi rende comici i momenti più drammatici, alleggerendo un fatto di cronaca che sembra essere entrato nel flusso ordinario di notizie che arrivano senza colpo ferire ogni giorno dentro alle nostre case. Una denuncia che si fa atto poetico, grazie alle parole recitate dei sopravvissuti. Si ride e ci si indigna in sala, quando si apprende quanto elementare sia l’inglese del militare italiano che risponde alla telefonata internazionale durante quel pomeriggio di ottobre, o quando il ribaltamento del peschereccio viene giustificato dal movimento delle braccia dei migranti intenti a salutare l’aereo di controllo che sorvolava il mare durante l’affondamento. Il teatro civile di Loizzi vuole smascherare il gioco di rimbalzi sulle responsabilità, la macchina burocratica istituzionale che nella sua immobilità può – come in questo caso – generare tragedie. Lo fa alternando personaggi politici a il Duce, fino a invocare un dio distratto e cinico.

L’incredibile girandola di ingressi ricalca Il Matto 1 (visto a Verona a La Sobilla nel dicembre 2015), racconto basato su fatti, testimonianze e atti processuali dell’omicidio di Giuseppe Pinelli. E ancora Il Matto 2, un’indagine sui violenti fatti del G8 di Genova, «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale» come affermato da Amnesty International, e dell’omicidio di Carlo Giuliani, ucciso il pomeriggio del 20 luglio 2001. La capacità del teatro di coinvolgere lo spettatore, di influire sul suo stato d’animo, di emozionarlo e influenzarne pensieri e sentimenti ha favorito per secoli la sua condanna, in quanto potenzialmente idoneo a minare le basi del potere costituito. Loizzi dà vita a personaggi agli antipodi fra loro, in cui l’unica giustizia possibile è la verità e l’arma più grande è la memoria. Volto noto del Terzo Segreto di Satira e protagonista del film Si muore tutti democristiani, formatosi alla scuola di Paolo Rossi, Loizzi è dissacrante nei confronti dei poteri forti, dalla politica alla religione. E sa portare con ironia a teatro, al bar, nei circoli e nelle piazze, tanta gente, soprattutto gli under 30, schierandosi sempre contro ogni fascismo e razzismo, facendo ridere e allo stesso tempo commuovere, resistendo a ogni conformismo.

«Mi chiamo Ayman Mustafa, sono un medico, parlerò adesso e poi non lo farò mai più. Siamo esseri umani e siamo sempre in attesa che accada un miracolo, lo aspettiamo fino al nostro ultimo respiro, così quel pomeriggio dell’11 ottobre del 2013 ho aspettato, anzi ero convinto che qualcosa sarebbe accaduto.

Fino all’ultimo istante ero certo che fosse un incubo dal quale mi sarei svegliato. E mentre la barca si rovesciava mi preoccupavo che la mia bimba non si bagnasse, restasse asciutta perché lei si ammalava sempre e faceva freddo. Mi guardavo intorno lentamente ed eravamo sempre di meno è stato allora che ho visto Mazen, e Mohamed che cercava di aiutare altre persone anche loro medici, colleghi, amici. Amici già prima che cominciasse tutto prima della guerra, prima della traversata (…).

(…) Ho pensato di uccidermi così tante volte che ho perso il conto, ho pianto ininterrottamente per sei mesi fino a quando una mattina sono uscito e ho cominciato a camminare, ho camminato a lungo senza fermarmi, perché siamo su questo mondo e su questo mondo dobbiamo camminare  (…).»
Tratto da “Il Matto 3” di Massimiliano Loizzi

Elena Guerra

Elena Guerra, giornalista e addetta stampa, laureata magistrale in Giornalismo, ha svolto ricerche nell’ambito del giornalismo interculturale grazie al gruppo di ricerca Prosmedia di cui è co-fondatrice. Si occupa di media relations, organizzazione di eventi culturali al fine di promuovere l’incontro di persone e culture diverse.

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