Percorrendo a ritroso la rotta balcanica


L’idea del migrante diretto in Europa viene spesso associata all’immagine del Mar Mediterraneo , al tentativo di attraversarlo, ai gommoni precari e, politicamente parlando, ai  porti, aperti o chiusi. Quest’immagine diffusa nelle menti italiane tende a tralasciare l’esistenza di una rotta altrettanto rischiosa e tuttavia percorsa, quella balcanica, che ha registrato negli ultimi anni un costante incremento di persone. Se nel corso del 2018 23.400 migranti (119.400 nel 2017) sono arrivati in Italia tramite il Mediterraneo, in Grecia, che rappresenta il primo approdo su suolo europeo di questa rotta, sono stati registrati 50.500 migranti (35.400 nel 2017).

Anna e Diego raccontano

La sera di lunedì 4 marzo si è parlato di questo con i due autori del libro Lungo la rotta balcanica e rappresentanti dell’omonima associazione: Anna Clementi e Diego Saccora, ospiti di One Bridge to Idomeni presso lo spazio autogestivo La Sobilla, in Veronetta.

Anna e Diego vivono rispettivamente ad Atene e a Bihac, sul confine bosniaco-croato, ed entrambi lavorano in attività di sostegno e supporto ai migranti. Gli autori raccontano le tappe dei viaggi che hanno intrapreso dall’Italia alla Grecia nel 2015 e nel 2016, utilizzando esclusivamente mezzi pubblici con il fine di percorrere a ritroso la rotta balcanica. La presentazione del libro si è distinta per la capacità di delineare un contesto politico, quello dell’Unione Europea e dei Paesi Balcanici, in linea, senza mai perdere la connessione, con le loro esperienze di vissuto nei vari campi profughi incontrati sulla strada.

Si è parlato di rotta balcanica, dunque, un percorso migratorio da molti conosciuto ma talvolta poco approfondito. Si è discusso del valore dei passaporti e della libertà di movimento, dei campi creati dall’UE e di quelli non ufficiali, delle frontiere fisiche e di quelle più esterne, create dalle politiche migratorie. Jacopo di One Bridge to Idomeni conclude la serata condividendo una riflessione sulla sua recente esperienza a Sarajevo, dove l’associazione è attualmente attiva. Prosegue raccontando del  suo vissuto e di una “Generazione Idomeni” nata nel campo che ha segnato profondamente l’esperienza di migranti e di volontari che hanno vissuto la rotta balcanica. Una generazione che sente il bisogno di responsabilizzarsi e di agire supportando i migranti, in risposta a un’Europa che, secondo le parole di Jacopo «continua ad esternalizzare le frontiere, i cui governi vendono armi ai Paesi che causano le guerre e sfruttano i territori da cui le persone scappano».

Situazione di stallo

Sono proprio le politiche migratorie che determinano la vita di chiunque tenti di entrare in Europa. E coloro che provano la via balcanica si ritrovano spesso in una situazione di stallo, senza possibilità di movimento, bloccati a ridosso di una frontiera o in un campo in un’isola greca in attesa che venga valutata anche solo la possibilità di avanzare una richiesta di asilo. D’altronde, nel libro Lungo la rotta balcanica, si legge: «Come in un gioco dell’oca, dove il passo successivo dipende dal lancio di un dado e dagli imprevisti durante il cammino; dove a segnare il destino di un uomo è qualcosa di arbitrario e di aleatorio, quasi mai dettato dalla fatalità del caso: il dito puntato di un poliziotto di frontiera che blocca la strada, il pugno di ferro tra Paesi limitrofi che getta gli esseri umani nel dimenticatoio delle “terre di nessuno”, un documento di identità con una nazionalità che non piace».

Ha collaborato Mariavittoria Marchesini

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