Piazza Fontana, l’inizio della fine

In questi giorni ricorre il cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, della cui storia si sa più o meno tutto. Fu organizzata da una cellula neo (o post) fascista veneta, facente capo a Ordine Nuovo, i cui componenti risiedevano per maggior parte nel triangolo compreso tra Venezia, Padova e Treviso. L’esponente di spicco di questa cellula era Franco Freda, teorico della destra postfascista, che scrisse La disintegrazione del Sistema, il testo di riferimento per il movimento settario e assolutamente minoritario, ma ideologicamente assai influente dei cosiddetti “nazimaoisti”. Si conoscono i motivi per i quali fu organizzata. Si sa chi acquistò il materiale per confezionare la bomba e chi fu l’artificiere che la assemblò. Incerta rimane l’identità di chi collocò l’ordigno nella filiale della banca Nazionale dell’Agricoltura, il cui scoppio causò 17 morti e 88 feriti.

Franco Freda

Una recente pubblicazione, l’ennesima sulla vicenda, attribuisce la responsabilità a un veronese, ma la sua identità non è mai stata chiarita. Rimane un uomo senza volto. Un mistero, uno fra i tanti, che hanno costellato la vicenda della madre di tutti gli attentati, l’evento che ha chiuso gli anni Sessanta e la contestazione per aprire gli anni Settanta e la strategia della tensione.

Questo per quanto riguarda la storia. La giustizia, invece, non è mai riuscita ad arrivare a una verità processuale. Freda, assolto una prima volta dall’imputazione di essere stato l’organizzatore dell’attentato, non poté più essere processato con la medesima accusa, a causa del principio giuridico per il quale non è possibile processare due volte un soggetto per il medesimo reato. Così, seppur in punta di Diritto, tecnicamente può sostenere di non essere mai stato condannato per quella strage, pur essendosi fatto 15 anni di galera per altre bombe “nere”.

Difficile aggiungere qualcosa alla mole di libri che sono stati scritti sull’attentato e alla quantità di atti processuali – raccolti in tomi di centinaia di migliaia di pagine – che lo ricostruiscono. Più interessante, a mio avviso, è analizzare come la vicenda, nella sua oscurità, abbia influito sul nostro immaginario.

La prima pagina del Corriere della Sera il giorno dopo l’attentato

In primo luogo la bomba di Piazza Fontana è un inizio nuovo seppure antico. Segna l’inizio in Italia della stagione delle ombre e dei misteri. Degli uomini senza volto che come da una porta girevole entrano ed escono dalla narrazione senza lasciare tracce di loro al punto tale che non siamo nemmeno sicuri della loro esistenza materiale. Da questo momento storico le “trame occulte” entrano nella narrazione mainstream dalla quale fino a oggi non sono più uscite.
Ma questa è davvero una novità? Se scorriamo all’indietro il nastro della storia d’Italia dobbiamo riconoscere di no. Dalle trame con cui il Governo piemontese comprò, letteralmente, numerosi esponenti delle élite che stavano alla guida degli Stati peninsulari preunitari, alla gestione assolutamente opaca, al di là dell’apologetica patriottarda della vicenda dei “Mille”, che culminò nel misterioso affondamento del piroscafo “Ercole” con tutte le carte contabili della missione garibaldina, si può ben dire che le radici dello Stato Italiano affondino in un humus opaco la cui natura non è ad oggi chiarita in tutti i suoi aspetti.  Dopo Piazza Fontana arrivarono la P2, il Banco Ambrosiano, Gladio e molti altri episodi misteriosi che hanno costellato la recente storia d’Italia, ma che sono in assoluta continuità ideale con vicende che sono state gli atti fondativi nella Nazione italiana.

L’interno della filiale della banca dove è avvenuta la strage

Piazza Fontana, quindi, si inserisce in perfetta continuità nel filone “sotterraneo” della storia del nostro Paese divenendo, punto che ci preme sottolineare, una pietra fondante della liturgia nazionale attraverso il quale si attua il riconoscimento della Comunità nello Stato.

Con l’attentato, assieme alle “Trame occulte” inizia a diventare moneta corrente del dibattito pubblico in Italia il concetto di “Stato profondo”, che nel linguaggio comune (attenzione: non nel dibattito politico) è divenuto in realtà di pubblico dominio a partire dalla campagna elettorale di Trump del 2016, campagna che il magnate americano ha interpretato autorappresentandosi come il genuino depositario delle istanze del popolo in contrapposizione con il “Deep State”. In Italia questo genere di narrazione esiste da molto prima. Esiste almeno da quando esiste l’Italia stessa. «L’anticamera del Potere», come la chiama Schmitt, il luogo lontano da occhi indiscreti dove viene esercitata la sovranità, cioè la Decisione, è tema polemico per eccellenza della propaganda populista di questo inizio di millennio, ma i suoi prodomi vanno ricercati in quell’insieme di ricostruzioni più o meno fondate che ascrivevano ad apparati profondi (e deviati) dello Stato la responsabilità della stagione di sangue che negli anni Settanta funestò l’Italia.

Una delle formelle a Piazza Fontana, in memoria delle vittime delle strage

Con Piazza Fontana entra stabilmente nel dibattito pubblico l’idea che esista una cupola imperscrutabile che condiziona la vita civile dello Stato indipendentemente e in opposizione ai processi di decisione democratica, al fine di attuare un disegno i cui contorni sono celati alla pubblica opinione.

All’epoca di Piazza Fontana lo “Stato Profondo” era l’artefice della “strategia della tensione”, cioè del progetto di mantenere la società civile in una condizione di incertezza e pericolo per mezzo di una serie di attentati la cui responsabilità sarebbe stata addossata all’eversione “rossa”, in modo tale da instaurare un regime autoritario che comprimesse le libertà civili. Una volta formata la grammatica di una narrazione, questa si può applicare a qualsiasi soggetto. Banalizzata dalla coazione a ripetere, diviene cacofonia. E allora ecco i deliri social sul “Piano Kalergi”, sulla Bilderberg, sugli Illuminati e quant’altro che attraversano il dibattito sociale e “social”, argomenti che, in alcuni casi, sono utilizzati in maniera spregiudicata da soggetti politici di matrice populista per mobilitare il consenso, ma che senza dubbio affondano le loro radici nel dibattito pubblico che seguì l’attentato di Milano.

Il Commissario Luigi Calabresi

Il lascito di Piazza Fontana non finisce qui. Chi oggi parla delle “campagne d’odio” dovrebbe studiare la vicenda dell’assassinio del Commissario Calabresi, il capo della sezione politica della Questura di Milano, al quale fu addossata la colpa della morte dell’anarchico Pinelli, il ferroviere che immediatamente dopo l’attentato fu arrestato con l’accusa di esserne responsabile e che morì in circostanze oscure precipitando da una finestra della stessa Questura meneghina. Calabresi fu individuato da una certa parte della pubblica opinione come il responsabile della morte dell’anarchico per quanto, come fu chiarito successivamente, all’atto della caduta del povero Pinelli non si trovasse nemmeno nella stessa stanza. Contro di lui si scatenò una violentissima campagna d’odio a mezzo stampa che portò successivamente al suo assassinio da parte di un gruppo terrorista legato a “Lotta Continua”, del quale faceva parte Adriano Sofri, ora apprezzato commentatore politico. La campagna d’odio nei confronti del commissario Calabresi fu in tutto e per tutto l’antesignana delle odierne campagne d’odio via social, per contrastare le quali si invoca la creazione di commissioni ad hoc. Con solo due differenze: all’epoca internet e i social non esistevano, per cui il vettore era la tradizionale carta stampata e gli odiatori di allora, lungi dall’essere anonime identità digitali o perfette nullità che si nascondono dietro uno schermo, erano l’intellighenzia di sinistra dell’epoca. Scorrere i nomi dei 757 firmatari della celebre “lettera aperta” contro Calabresi pubblicata da “L’Espresso” rappresenta una sorta di viaggio nell’élite culturale degli anni Sessanta. L’attuale diffusione della comunicazione di massa attraverso internet e le piattaforme social ha di fatto “democratizzato” la campagna di odio, ma la sua grammatica era stata stabilita a partire dalle vicende dell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969. Con Piazza Fontana, poi, scompare la verità, che viene sostituita da narrazioni più o meno plausibili. Praticamente per nessuna delle vicende oscure che successivamente hanno segnato la carne viva dell’Italia esiste una verità. Solo, per parafrasare il titolo di un pezzo dei Nine Inch Nails, Another Version of the Truth. Che cosa sono poi i tentativi di depistaggio se non quelle che noi oggi conosciamo come fake news?. Giusto per rendersi conto che nella comunicazione, come nella fisica, nulla si crea e nulla si distrugge.

Milano, i funerali delle vittime della strage

Infine piazza Fontana ha rappresentato la trasformazione del neofascismo da movimento rivoluzionario a guardia bianca del regime borghese. Freda, che “jungerianamente” si autodefiniva «soldato politico povero ma potente» nonostante le sue astruse elucubrazioni teoriche, consapevolmente o meno finiva per essere la Guardia Bianca della società borghese da lui tanto disprezzata. Tutto il magma della destra radicale extraparlamentare, che a proclami pretendeva essere la “Terza Via” rivoluzionaria contro liberalismo e comunismo, nei fatti forniva ai burattinai della “strategia della tensione” la manovalanza che piazzava le bombe sui treni. Con Piazza Fontana la Destra cosiddetta radicale abdicava a qualsiasi progetto di rivoluzione politica del sistema, terrorizzata com’era dalla possibilità di un (peraltro assai improbabile) crollo dell’Ordine di Yalta, che avrebbe portato l’Italia nell’orbita dell’URSS, al punto da diventare la truppa mercenaria della reazione borghese che a parole sosteneva di avversare. E, forse, leggere le vicende della Destra politica in Italia sotto questa luce aiuta a comprenderne il tragitto il quale, nella sua ultima declinazione del «Io sono Giorgia, sono una donna, sono cristiana» non è altro che l’ennesima versione del motto «Dio, Patria e Famiglia» che è l’autentico core business della Reazione in occidente, dalla Revolution a oggi. Ma questa è un’altra storia.

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Luca Comper

Architetto, sta al giornalismo come uno scafista sta alla marineria. Appassionato osservatore delle cose, resta umile servitore nella Vigna del Signore, oltre che manipolatore seriale. Il suo motto è «ho costruito la mia causa sulla molestia»

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