Quando il giornalismo sposa l’eterno ritorno.

Ovvero quando i tempi della cronaca giornalistica somigliano a una strategia militare (perdente).

Un articolo di qualche giorno fa su questa testata segnalava la necessità percepita di una via intitolata ad Almirante a Verona: un tema che si è riproposto nel tempo, come una pulsione necessaria e insoddisfatta che ora – con il soddisfacimento di questo impulso di una parte alla ricerca di padri non solo onorevoli ma pure onorati – dovrebbe temporaneamente sopirsi.

Non è certo colpa di Almirante se si ripropone come la peperonata. Il problema è la strategia di Cadorna applicata dalla stampa italiana: offensiva perenne, frontale e a ondate.

Una modalità che troviamo in tutti i “giornaloni”. I temi si susseguono, dopo un primo articolo la linea s’ingrossa non solo di articoli di analisi e opinione che si autoalimentano nel rimbalzo politico e polemico (com’è normale), ma di eventi simili che – inspiegabilmente – compaiono quasi sincronicamente. A esprimere la tangibile realtà di una paura, fino ad allora pensiero latente, che diventa pulsione dominante e necessaria quanto di breve durata.

Qualche tempo fa, su questo giornale, appariva un pezzo sulla normativa sull’aborto a NY del gennaio 2019. Un articolo di riflessione sul lancio d’agenzia. In sincrono spuntano articoli che denunciano la situazione delle donne in Argentina e nel Sud America, inchieste non certo fatte sul momento. L’Italia sembra, con i diritti (per ora) della Legge 194, poco coinvolta. Ma compare subito un articolo che rilancia il tema dell’obiezione di coscienza. Anche qui, in un mese il caso aborto si è aperto e chiuso ad agosto, poi di nuovo a gennaio. Ora, il 15 marzo, compare un articolo dell'”Espresso” su San Marino, che sa di bomba inesplosa. O, più facilmente, di cannoneggiamento preparatorio del fronte prima della prossima ondata cadorniana, magari ispirata al veronese World Congress of Families che ha già destato più di una perplessità.

Altro esempio: il caso della condanna per stupro annullata perché «troppo brutta» dell’11 marzo: esplode l’indignazione, aumentata dal fatto che i giudici giudicanti sono pure donne; nessun maschio retrogrado da poter incolpare. E subito un altro caso, sulla Circumvesuviana di Napoli che riequilibra etnicamente il caso, del 10 marzo, dello stupro di Modena compiuto da un nigeriano. Riecco, nel frattempo, Desirée. Intanto, il 13, “Le Iene” riportano – a ben 18 anni di distanza – gli effetti di una violenza a Reggio Calabria e dello stigma sociale su una ragazza, ancora considerata dal paese una “puttana”. Mancando un aggancio chiaro alla misoginia o al razzismo, la questione è stata presto derubricata.

Come una bomba a grappolo: dopo il primo scoppio, una miriade di esplosioni quasi sincroniche intasano la comunicazione fino alla prossima bomba. L’attacco, in genere, non supera il mese, o qualche settimana.

Quanto è durata la questione TAV? Intessuta di questioni che vanno ben oltre la tratta ferroviaria in sé, ha riempito schermi e pagine per giorni fino a saturarci. Ora, Chiamparino se ne esce con una richiesta di referendum che caverebbe le castagne dal fuoco a tutti. Rilievo alla notizia: nessuno. Purtroppo Chiamparino è oltre il tempo massimo. La TAV è precipitata tra le notizie di secondo piano e al sindaco di Torino il Governo neanche risponde. Qualcuno ne sente la mancanza? No. Il problema è stato risolto? Nemmeno.

In questi mesi, se fate caso, poco o nulla sulle violenze nella scuola. Pareva, qualche mese fa, emergenza nazionale. Le scuole sono diventate improvvisamente oasi di rispetto, legge o ordine o, semplicemente, non interessa più? L’ondata è finita, per il momento, anche qui. Qualcuno ne sente la mancanza? No. Il problema è stato risolto? Nemmeno per sogno.

I motivi? Facciamo delle ipotesi:

1. Bisogna attirare sponsor al giornale, gridando, se non si è i primi, almeno più forte degli altri per dimostrare di esistere. O come minimo insieme agli altri. Ed ecco l’effetto assalto in massa.

2. Nella loro cadenza di temi, i giornali vivono una routine peggio delle vecchie coppie sposate, altro che Sandra e Raimondo. Gennaio, ogni anno, è befana, bambini, fine feste, rientro a scuola + diete dopo gli eccessi delle feste, discussioni decreti legge finanziaria; Febbraio è San Valentino, decreti e polemiche politiche + cronaca… e così ogni anno. A questo ciclo stagionale si sovrappongono i temi sociali e politici, con ritmi in parallelo assolutamente simili come visto. È un obbligo alla coazione simile alla sindrome di Tourette.

3. La schematizzazione rigida e bipolare. Tutto viene semplificato e ridotto a due posizioni: i giovani protestano per il clima, bravi, e poi ai cortei lasciano cartacce (fake) e sfidano gli agenti. I giovani motore di speranza e i giovani che meglio sarebbe che li raddrizzasse la naja (ovvero si stava meglio quando si stava peggio). Ma il punto, ovvero l’ambiente, a chi interessa davvero allora?

4. Il giornale è il punto d’arrivo, non più di partenza. Come si diffondo le notizie? Con i giornali? Forse, le condivisioni sui social sono diventate una sorta di vendita per referenze – “leggo perché me lo consiglia un amico” –- con gli utenti social come collaboratori aggratis? Sarebbe interessante conoscere i dati (che non ci sono, chissà perché…).

Rimane, alla fine, la domanda delle domande: i fatti di cronaca omogenei per tipologia accadono davvero tutti assieme? Naturalmente no. Diventano visibili – e pubblicati – solo se trovano il varco giusto, il momento di stanca. E allora vien da pensare che informare sia solo uno tra gli obiettivi.

Una curiosità. Contemporaneamente alla gestazione di questo pezzo, Vincenzo Imperatore, dalle colonne de “IlFattoquotidiano”, analizzava il paradossale e scandaloso comportamento della Banca Popolare di Bari. Magia della sincronia. Affermava tra l’altro che «È necessario un nuovo slancio nel mondo dell’informazione finanziaria. Parlo di un giornalismo che non deve essere denigrazione o denuncia forzata, ma di un modo di fare caratterizzato da un non molliamo mai la presa. Ciò che serve è un’analisi costante (avete notato che da qualche settimana c’è un silenzio assoluto sul mondo delle banche?), una lettura tra le righe, perché è tutto quello che ci mostrano, che possono mostrarci e che non ci può bastare».

Giusto. Ma finché il problema sollevato non trova una soluzione sociale, politica o legislativa, rimane lì. Lì a sollevare un’indignazione che è sfogo cieco e sterile alle pulsioni già citate, che si ripresentano, puntualmente, come se nulla fosse successo e niente soddisfatto. Perché, in questo Paese, si discute, si affronta, si analizza con cura e il tutto finisce sempre lì. Per il momento: perché, di fatto, siamo tutti con l’elmetto, pronti al prossimo bombardamento.

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Stefano Magrella

Veronese d'origine, vanta ascendenze cimbre tutte da dimostrare. Docente di lettere, viene definito amorevolmente dai suoi cari come pesante, pedante e pignolo. Nel tempo libero gioca a nascondino con la morte.

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