Radio Maria, sovranismo, donne e i gattini

L’Europa dei popoli alla ricerca di una perduta identità etnica.

Ha fatto molto scalpore, tanto che è subito scomparsa, questa immagine su Facebook postata dal profilo Facebook di Radio Maria:

La vignetta potrebbe sembrare ingenua, ma non lo è. C’è in realtà una logica molto sottile; di fatto, capelli lunghi e sciolti sono simbolo di libertà – nell’arte vasaia greca, le vedove vengono rappresentate con i capelli lunghi – , atto di ribellione alla sottomissione mentre, a inizio immagine, sono raccolti così come dice la Bibbia perché, secondo Enoch, i capelli lunghi hanno attratto gli angeli di Mastema e dato origine alla terribile razza dei Giganti. Scendendo le gonne diventano pantaloni, la donna non ha più figli, ma si occupa di gatti, non è più sottomessa e si veste in maniera unisex: sta quindi insidiando il ruolo dell’uomo e fa male a farlo, dato che la vignetta costruisce un percorso dantesco verso gli inferi.

Come detto, questo post non è durato molto su Facebook. Ma la sua comparsa è sintomatica ed esprime almeno due preoccupazioni: la denatalità e il ruolo della donna.

Per la stabilità demografica di un popolo/stato, il tasso di sostituzione è 2,1 figli per famiglia. In Italia, 1,35 nel 2019 con un’età media del primo parto di 31,9, ci dice l’Istat. Il 14,7 nasce da genitori stranieri, in prevalenza romeni, marocchini, albanesi. Gli italiani stanno scomparendo? No. Diminuendo? Sì, come i tedeschi (1,5 figli per donna) e spagnoli (1,33). Nasce, nella propaganda politica, il timore di una sostituzione etnica. Oggi irreale, nel futuro possibile nei numeri.
È timore atavico. Nella guerra etnica jugoslava, durante la presa di Berlino, in molte guerre in Africa, lo stupro è pratica diffusa finalizzata anche a questo scopo.

Le ragioni della disaffezione alla natalità? Anche qui, nulla di nuovo. Già oggi a scuola si insegna che l’istruzione riduce la finestra di fertilità di una donna; i Paesi in cui il sistema è patriarcale e la donna ha ridotto accesso all’istruzione o al lavoro hanno natalità più alta e madri più giovani, come evidenzia il grafico:

Il Sud del mondo, giovane, sostituisce il Nord, più vecchio? Forse. È un problema economico? Certo, scoraggia – e molto – tante donne: in Ungheria, il governo Orban cerca di contrastare il calo demografico e la sostituzione con altre etnie attraverso una serie di aiuti economici oltre che a una grossa somma a fondo perduto, a patto che la famiglia però faccia 3 figli in 10 anni. In Italia, i partiti della famiglia (Lega in testa) chiedono politiche simili ma ben si guardano dall’attuarle, come segnalavamo tempo fa.
Paradossalmente, però, sono i Paesi più poveri a fare figli: quindi, il problema non è la ricchezza individuale quanto, piuttosto, il sistema economico del terziario avanzato, che infrange il principio braccia/ricchezza sostituendo il bisogno di persone con il bisogno di consumatori. Il single spende più di un individuo in una famiglia. La reificazione della società non necessita di infanti. Essere per la natalità e turbocapitalisti è inconciliabile.

Resta, almeno, un secondo ostacolo a una nuova ondata di giovani bambini europei biondo occhi azzurri: la ridefinizione delle donne nel proprio ruolo. Che, dal punto di vista maschile (che ama il quieto vivere), va impedita e la chiave è il senso di colpa. Le donne sanno cosa ci si aspetta da loro, il ruolo storicamente loro inculcato nella battaglia culturale in atto sul corpo delle donne, l’istinto di specie. Per fortuna dei sovranisti, le giovani donne (come gli uomini, per carità), sono più nette nel dire cosa vogliono o non vogliono piuttosto che nel definire un nuovo ruolo che, al momento, è essere un uomo con la possibilità di fare figli.
Un esito, a opinione di chi qui scrive, davvero deludente – la domanda, su qual è il nuovo ruolo e ideale delle donne, è stata rivolta dal sottoscritto a più di un centinaio di ragazze dai 16 ai 19 anni mancando testi di associazioni femminili chiari in merito -.

In conclusione, siamo spettatori di una fase di riflusso contraddittoria, con leggi (si veda la cronaca legislativa americana sull’aborto) sempre più costrittive sul corpo delle donne e sul movimento delle persone da una parte e dall’altra un liberismo economico che oramai è dogma, purché non riguardi i diritti individuali.
È tornato alla ribalta il mazziniano concetto di popolo, che sembrava sepolto e che ora cerca di rivitalizzare un’identità di comunità portando la logica del paesello su scala nazionale.
Una passaggio difficile: gli Stati nazionali nulla possono contro le forze del commercio globale (non ingannino le chiacchiere di Salvini e Macron). Anche Trump, partito sulle trombe dell’apocalisse contro la Cina, si è avvitato in una guerra di dazi reciprochi in attesa di un accordo. Le donne, in effetti, sembrano un obiettivo molto più alla portata.

Dimenticavo. Ma alla fine, stiamo scomparendo? Eravamo 6,115 miliardi nel 2010. Al mondo siamo in 7,69 miliardi, saremo quasi 10 nel 2050 e 11,2 nel 2100. Gli italiani? 56 milioni nel 2001, 60 milioni nel 2019. Decisamente no.


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Stefano Magrella

Veronese d'origine, vanta ascendenze cimbre tutte da dimostrare. Docente di lettere, viene definito amorevolmente dai suoi cari come pesante, pedante e pignolo. Nel tempo libero gioca a nascondino con la morte.

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