Salvini, o mio capitano!

Quando la democrazia social cerca il proprio messia.

In un sondaggio del 2008, era Joseph Stalin l’uomo che, secondo i russi, rappresentava meglio la Russia, nonostante la morte di milioni di loro assieme agli ucraini. Venne definito nell’immaginario come “piccolo padre”, anche grazie a una propaganda martellante che lo presentava come instancabile protettore del suo popolo e della famiglia…

Questo modello propagandistico è comune a tutti i tre grandi dittatori del Novecento. Fin qui nulla di particolare: il potere ha sempre potuto contare su professionisti in grado di costruire immagini di personaggi rassicuranti.

Quello che la modernità ci permette di osservare, però, è la richiesta di questo modello da parte della popolazione. C’è davvero il desiderio di un uomo forte, qualcuno a cui affidare la gestione totale dell’amministrazione, dei valori, della (propria) vita? Un proprio capitano? A leggere il sondaggio demos parrebbe di sì:

Nel centro-destra, ma soprattutto nell’elettorato della Lega, sembra prevalere il bisogno non di un presidente ma di un capo mistico, di un piccolo padre, di un “Capitano, oh mio capitano” («O Captain! My Captain!» come gridava uno studente ne L’attimo fuggente, dalla poesia di Walt Whitman). Ecco spiegata, in parte, anche la non ostilità di questo elettorato per la meteora PD Renzi.

Per certi versi, si tratta di una caratteristica tutta italiana: a fronte di una politica lenta e sempre meno credibile nell’affrontare problemi (economici e sociali) sempre più complessi e costantemente in ritardo per quanto riguarda la capacità di comprenderli, sia secondo i test Invalsi che per i dati Ocse la tentazione di delegare a un uomo forte si fa irresistibile.

Di fatto, c’è fame di politica. I dati segnalano un crescente impegno ma, contemporaneamente, una fiducia ai minimi termini per Stato, sindacati, Parlamento e partiti. C’è voglia di fare, la sensazione che bisogna far qualcosa, ma non si sa bene cosa. Magari ripartendo dal proprio sé: «L’identità culturale tradizionale è importante per gli italiani, la maggior parte dei quali teme la sua scomparsa. Metà della popolazione italiana riferisce di essersi sentita, a volte, straniera nel proprio Paese. Una fetta ancora più consistente (il 59%) crede che l’identità nazionale stia scomparendo (solo il 22% dissente)» e «Il 53% dei cittadini vede nell’Italia una nazione debole» secondo Ipsos. Ecco dunque la necessità dell’uomo della provvidenza, che riporti lustro alla patria e riempia il petto dei cittadini disorientati.

La storia ricorre? Negli anni Venti, il disorientamento della classe media era legato alla perdita di potere d’acquisto – e di prestigio – dello stipendio fisso; si vedeva socialmente insidiata da ceti operai e contadini, organizzati in leghe e sindacati. Oggi, che il divario economico appiattisce ancora il ceto medio verso il basso, serve – ieri come ora – un uomo forte che rimetta tutti al proprio posto. Da amare alla follia, senza possibilità di contraddittorio: il Capitano sa cos’è giusto e ingiusto, bisogna solo lasciarlo lavorare.

Di fatto, una delega in bianco semplice e deresponsabilizzante, che mette insieme l’autorità del potere strutturalmente patriarcale (“il Duce ha sempre ragione”) sia la competenza del buon padre di famiglia (“se lo sapesse, non lo permetterebbe” si diceva dei re).

Tutta da valutare è se l’urgenza di un capo forte sia inversamente proporzionale alla capacità di lettura della realtà nella sua complessità.

Conoscere per deliberare. Curiosamente, gli elettori grillini non sembrano i meno attrezzati in questo. L’elettore leghista – (da campione statistico) con licenza media – e quello del PD – anziano con licenza elementare – mostrano le maggiori difficoltà secondo un recente articolo. E non si tratta solo questione di cultura scolastica anche se, dalla forma di certi messaggi, parrebbe sia così. È una parte del problema. C’è probabilmente molto di più.

Sì, ma il PD? Accade, nel frattempo, ciò che segnalavamo tempo fa dalle colonne di questo giornale, ovvero una polarizzazione delle posizioni politiche. Sembra perduta la capacità non solo di condividere, ma di ritenere degno di ascolto chi dice qualcosa di contrario. Siamo tornati a Parmenide: esiste solo l’essere, mentre per definizione il non essere non può esistere né venir pensato. Lo stesso vale per l’opinione altrui che, essendo diversa dalla mia, non esiste e non ha diritto ad esistere. Povero Platone. Non c’è avversario politico: esistono, invece, solo nemici parte di un complotto, esattamente come Stalin con Bakunin e Trockij, Hitler con gli ebrei e Mussolini con le plutocrazie. Gli intellettuali sono prezzolati o fuori dalla realtà. E se, per caso, i fatti sono incontrovertibili, emerge l’infantile e deresponsabilizzante “sì, ma loro?” [cfr E i marò? E Denise? E il PD?…].

Un Grande Padre. Per fortuna compare sulla scena un uomo superiore, per cui i giovani spendono le proprie energie e le mamme scrivono canzoni. L’uomo della provvidenza: come se la storia insoddisfatta, ogni tanto, desse carne a eroi chiamati a ripristinare l’ordine contro il caos: Alessandro Magno, Cesare, Carlo Magno, Napoleone, la triade Hiltler, Mussolini, Stalin etc. … «E ora possiamo comprendere che tutti i tratti dei quali dotiamo il grande uomo sono i tratti del padre […]. Lo si deve ammirare, si deve avere fiducia in lui, ma non si può anche fare a meno di temerlo» [1].

Puro Freud, a quanto pare. «I primi anni dell’infanzia sono dominati da una straordinaria sopravvalutazione del padre, conformemente alla quale nel sogno e nelle fiabe il re e la regina rappresentano sempre e solo i genitori» [2]. Oggi la protagonista è una generazione che vive nella nostalgia del Padre? «È la nostalgia del padre insita in ciascuno di noi sin dall’infanzia […]» [3]. Forse davvero generazioni di maschi, nati sotto la Grande Madre della Chiesa e dello Stato che a tutto devono provvedere (la mafia per il Sud), messe in panchina da una perenne crisi economica, dall’allungamento della vita media e dal cambiamento dei ruoli (diventando sempre più fragile quello del padre), sono ancora Telemaco alla ricerca di Ulisse?

La scomparsa del padre. È un fenomeno di lunga durata. Dalla Rivoluzione Industriale, con il contemporaneo affermarsi degli stati paternalisti, il ruolo del padre come fonte di sapere tecnico e riferimento etico è andato smarrendosi. Cosa, oggi, un padre potrebbe trasmettere al figlio, oltre l’esperienza personale esistenziale? Cosa, oggi, distingue un padre da un figlio, una volta che entrambi hanno uno stipendio? Gli adulti, e i giovani lo sanno, sono nei guai più di loro.

La chiave dell’istruzione. Da qualche tempo si ripropone l’idea di un corpo elettorale di qualità, attrezzato contro la demagogia. I nazisti grammaticali evidenziano come i commenti più cruenti e draconiani siano espressi in un italiano che, dal proliferare di errori anche ortografici, tradisce scarsa cultura. Altro segnale: una foto di una pagina di Amiel, che sottolinea i benefici della disuguaglianza, gira sui social da tempo. Che fare? Risolviamo anche la questione ius soli legando la cittadinanza a un diploma/attestato con test di comprensione del testo, a prescindere dallo stato di nascita? Questo certo limiterebbe la banalizzazione dei problemi. Di certo, però, restringerebbe la platea degli aventi diritto certificando la sconfitta della democrazia.

Potrebbe non bastare. Una larga fetta di utenti social si sente perduto e afferma se stessa attraverso l’odio via Web e affidandosi anima e corpo a un capo provvidenziale. Nel vuoto, si aggrappa al passato. Rispolvera una religione identitaria, con un dio modello veterotestamentario che è proiezione del Padre severo e castrante ma, soprattutto, misogeno. C’è, quindi, la necessità di crescere e “uccidere il padre” per diventare uomini, superando la paura della donna. La piattaforma concettuale del World Congress of Families di Verona appare, allora, come una risposta sbagliata a un problema che tuttavia esiste.

In conclusione. La deriva populista, per essere superata, non può prescindere da due fattori:
– una maggiore capacità di analisi dei problemi;
– più tempo per affrontare e valutare i “doveri di cittadinanza”.
Serve, però, una ridefinizione, un ripensamento condiviso del ruolo del maschio nella società e, soprattutto, sulla figura del padre.

D’altra parte, non crediamo certo che Salvini pensi di diventare o che diventerà un dittatore; il meccanismo della propaganda, però, è il medesimo. Meccanismo che orde di internauti agevolano, perché hanno «un grande bisogno di un’autorità che si possa ammirare, innanzi a cui inchinarsi, da cui essere dominati» [4]. Oggi questa autorità è Salvini. Vedremo se avrà ragione Renzi, per una volta, nel profetizzare la stessa parabola che portò l’ex sindaco di Firenze a sparire velocemente, a causa della sovraesposizione mediatica. E il leader della Lega è in perennemente sovraesposto e in campagna elettorale, come certifica Mario Borghezio.

Il fatto è che il popolo italiano si innamora in fretta ma, altrettanto in fretta, odia e dimentica. E come tutti i figli, anche Edipo in cuor suo ha sacro rispetto per il Padre…

***

PS: gli screenshot, fatti dal sottoscritto, sono puramente esemplificativi e testimoniano in minima parte un vastissimo campionario di messaggi simili.

[1] Sigmund Freud, L’uomo Mosè in Totem e Tabù, p. 474, TN 2012.

[2] Ivi, p. 359, TN 2012.

[3] Sigmund Freud, L’uomo Mosè in Totem e Tabù, p. 474, TN 2012.

[4] Ibidem.

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Stefano Magrella

Veronese d'origine, vanta ascendenze cimbre tutte da dimostrare. Docente di lettere, viene definito amorevolmente dai suoi cari come polemico, pesante, pedante e pignolo. Nel tempo libero assapora ogni sfumatura della noia.

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