Tosi-san, la katana e la strategia del doppio binario

L’impero tosiano a Verona si è dissolto. È stato logorato dai clamorosi errori strategici del suo leader, il quale, in occasione della rottura con il suo partito di origine prima delle elezioni regionali del 2015 e della campagna elettorale per le amministrative veronesi del 2017, ha ostinatamente cercato la prova di forza contro i suoi avversari, uscendone ogni volta più debole. E così, mestamente, quello che fino a pochi anni fa era uno dei più amati sindaci d’Italia, aspirante leader nazionale, blandito dalle televisioni e alla guida di un movimento che aveva per simbolo un faro (“Fare”: Chi se lo ricorda alzi la mano… Qualcuno? Nessuno?) che aveva velleità di radicamento nazionale, si è ritrovato a fare polemiche a mezzo stampa con l’attuale amministrazione nominalmente di CDX sulla mancata organizzazione di eventi conviviali in piazza. Insomma, dalle stelle agli stalli (di sosta).

L’impero tosiano era fondato non sulla meritocrazia (e in questo stava in perfetta continuità con qualsiasi altro impero politico locale, dato che nel nostro Paese parlare di “meritocrazia” è un po’ come parlare di “controllo delle armi” alla cena di Natale della RIFLE), bensì sulla fedeltà vassallatica al capo, basata sulla assegnazione di posizioni di potere. Cessata quindi la possibilità di distribuire questi ultimi a causa di sopravvenuta debacle elettorale, i vassalli, come novelli Paolo folgorati sulla via di Damasco, dopo un dibattito interiore che dobbiamo immaginare (solo immaginare) lungo e tormentato, sono arrivati alla risoluzione che il tosianismo andava “superato”, accasandosi chi di qua, chi di là.

La pattuglia dei tosiani si è così vieppiù assottigliata, andreottianamente logorata, dalla mancanza di potere. Il progetto politico nazionale di Tosi ha spento la lanterna, e v’è da chiedersi quanto il suo stesso leader ci avesse creduto e quanto tale progetto in realtà fosse uno strumento funzionale alla mobilitazione del consenso su scala locale. Ma ormai questa è accademia.

Gli “irriducibili”, sorta di “ultimi giapponesi” del tosismo, ce li dobbiamo immaginare nascosti in qualche foresta (della Lessinia?), con la divisa a brandelli, ma ancora con il ritratto del Tenno Tosi-San appeso sulla parete del rifugio, con al di sotto religiosamente posata la Katana, pronti a farsi (politicamente) esplodere, urlando il suo nome tra le fila degli avversari.

Questa romantica pattuglia di irriducibili, più avvezza alle uscite che non alle entrate, è stata in questi giorni galvanizzata dall’arrivo di Enzo Flego, il “vecchio leone” del leghismo veronese. Il buon Enzo, persona la cui grande generosità personale sta nascosta sotto la facciata da duro, fu leghista fin dai tempi eroici della Liga Veneta, la madre di tutte le leghe, negli anni Settanta. Dobbiamo pensare che aver lasciato il movimento a cui tanto aveva dato, e non solo in termini di tempo e di impegno personale, debba essergli costato parecchio. Il suo ingresso nella pattuglia degli irriducibili del tosianesimo sicuramente non cambierà gli equilibri politici veronesi e meno che mai quelli nazionali, ma è spia di un disagio che cova nell’universo leghista o, a questo punto, ormai ex leghista. C’è chi ha chiamato la strategia salviniana “strategia del doppio binario”, che è la definizione cool dell’antico “cerchiobottismo”. In buona sostanza essa consiste nel mantenere la facciata autonomista nei bacini elettorali storici della Lega Nord, ovverosia la fascia pedemontana che dalla Lombardia arriva fino all’est Veneto, e indossare le vesti da nazionalista al di fuori di essa. Strategia che paga finché i voti virtuali dei sondaggi gonfiano le vele del salvinismo. Ma che non è a costo zero. E il passaggio di Flego nelle sottili file dei tosiani ne è la dimostrazione. Enzo Flego non sarà in grado di mobilitare messi di voti, ma l’abbandono della lega salviniana da parte di un personaggio come lui, che ha fatto parte della storia politica dell’autonomismo del Nord, è assai significativo, in quando è il sintomo di un malessere che cova nella “pancia” del leghismo storico. Il quale mal tollera la svolta nazionalista del movimento e l’accordo di governo con M5S, percepito sempre più come una sorta di “Lega Sud”, ed è tenuto a freno a fatica dai colonnelli salviniani che lo implorano di “avere pazienza” e di “aspettare” il momento in cui le istanze del nord saranno soddisfatte.

Tuttavia, la faccenda della “questione settentrionale” non può essere risolta solo con gli artifici della retorica. Per esempio è di tutta evidenza che qualsiasi accordo sull’autonomia regionale a “saldo 0” sia un’emerita presa in giro delle aspettative del Veneto e della Lombardia. Non esiste autonomia senza controllo delle risorse finanziarie. Ma non esiste nemmeno una politica nazionalista identitaria che abbia l’ambizione di sfondare elettoralmente nel meridione d’Italia e che contemporaneamente acconsenta che il residuo fiscale resti nelle regioni che lo producono, cioè quelle nel nord.

Per voler usare un paradosso è come essere iscritti all’Arcigay e contemporaneamente partecipare alle mobilitazioni delle sentinelle in piedi. Un tantino contraddittorio.

Ora, finché, come si diceva, il vento dei voti virtuali gonfia le vele del carroccio nazionale, tutte le contraddizioni di una politica con obiettivi inconciliabili restano sopite, ma verrà il momento di quella che Schmitt chiamava “la decisione”. E allora vedremo se Enzo Flego è stato il sassolino che ha fatto smottare la valanga dei consensi per il salvinismo al Nord.

Enzo, forse, non ha ancora smesso di fare la storia dell’autonomismo dell’Italia settentrionale.

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