Un matrimonio di convenienza alla resa dei conti

Tav, Venezuela, Reddito di Cittadinanza, la lista è lunga. Non si sopportano più, litigano su tutto, eppure tra mal di pancia e attacchi d’ulcera la santa alleanza va avanti. All’indomani dell’arresto di Cesare Battisti, il ministro della Giustizia Bonafade, che imitava il suo collega agli Interni indossando a sua volta una divisa, faceva tenerezza. Pochi giorni fa, con la consueta eleganza il battitore libero Di Battista ha invitato apertamente Salvini a “non rompere i coglioni“. Tutto, però, passa in cavalleria. Perlomeno in facciata.

Lega e Cinquestelle al Governo ci sono andati attraverso un’operazione di Real Politik all’Italianaun patto tra Casseoula e Scarpariello sancito dalle reciproche firme su un contratto prematrimoniale; più o meno è quanto fecero Catherine Zeta-Jones e Michael Douglas nel 2000. Superata una crisi che li portò sull’orlo del divorzio, la celebre coppia hollywoodiana ha celebrato un secondo matrimonio nel 2014. Non sarà certo questo il caso di Salvini e Di Maio. Il rapporto tra i due è all’insegna di una malcelata insofferenza reciproca. Finora l’unione di convenienza ha fatto più bene al leader leghista, che cresce vertiginosamente nei sondaggi a dispetto di un netto calo della controparte pentastellata.

Debordante e tracimante, Salvini si è preso la golden share del “Governo del cambiamento” giocando la sua partita sul tema caldo dell’immigrazione. Paradossalmente proprio da lì derivano adesso i suoi guai. Il Tribunale dei Ministri ne ha chiesto l’autorizzazione a procedere per la vicenda della Nave Diciotti: dopo aver sbeffeggiato i giudici sfidandoli apertamente, il leader leghista (consigliato alla prudenza da Giulia Bongiorno, che oltre che sua compagna di partito e ministro, rimane un fior di avvocato) ha fatto dietrofront e rifiuta ora di sottoporsi a processo affidandosi al voto dell’aula parlamentare. Da sempre a favore alle autorizzazioni a procedere, punto cardine sulle loro tavole della legge, i Cinquestelle si trovano ora a un crocevia: votare a favore del procedimento, mandando di fatto in frantumi il matrimonio di governo, o respingere l’autorizzazione blindando così la santa alleanza.

La partita è bella grossa, perché in ballo c’è l’esistenza stessa del Governo. Matteo Salvini ha ingoiato rospo del Reddito di Cittadinanza in cambio dell’appoggio incondizionato del partner di Governo sull’immigrazione. In attesa che la commissione preposta all’analisi costi-benefici della Torino-Lione sveli l’uovo di Colombo (il ministro Toninelli, uno statista, ha detto: «E chi se ne frega di andare a Lione!») il Ministro degli Interni, sia pur favorevole alla Tav, dovrà suo malgrado ingoiarne presto un altro, di rospo. E pure bello grosso. Tuttavia, a differenza del Reddito (punto, peraltro, previsto dal contratto) questa volta avrà qualcosa in cambio. L’alleato si turerà il naso e voterà contro la sua autorizzazione a procedere salvando di fatto la vita al governo e la carriera politica a Salvini (non cadrebbe, infatti, nella rete della Legge Severino).

Una sconfessione che Di Maio e i suoi rischiano di pagare a caro prezzo agli indici di gradimento delle urne: curioso contrappasso per chi sulla fabbrica del consenso ha costruito le proprie fortune. Il termometro saranno le elezioni europee a maggio. Dovesse la Lega salire ancora e i Cinquestelle scendere ulteriormente, allargando la distanza tra sposini fino a diventare insanabile, si profilerebbe una Crisi di Governo che porterebbe inevitabilmente il Paese a nuove elezioni a inizio 2020.

Il nuovo scenario vedrebbe il ritorno di Salvini all’ovile del Centrodestra, dove ad attenderlo a braccia aperte ci sono Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Con il PD affaccendato in cantiere alle prese con l’ennesima ristrutturazione, i Cinquestelle da forza ingessata di governo tornerebbero a cercare energia propulsiva nel giardino dello scontento. I ben informati, al solito pettegoli, bisbigliano di aver avvistato Alessandro Di Battista acquistare  badile, zappa e rastrello in un centro per il giardinaggio. Ma questo Di Maio ancora non lo sa. Forse è allora meglio che qualcuno glielo dica.

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, TuttoHellasVerona.it, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sei libri e sto ora lavorando al settimo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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