Verona capitale della cultura: ma di quale cultura?

La serata de Il Nazionale di martedì 19/11, che vedeva sei giovani politici veronesi (Tommaso Ferrari diTraguardi, Elisa La Paglia del PD, Andrea Bacciga di Battiti per Verona, Fabio Venturi di Generazione per Verona, Andrea Macario Velardi per la Lega e Alessandro Gennari per il Movimento 5 Stelle), si è concentrata  sulla questione cultura e identità culturale della città, a dimostrazione di come sia tema cruciale per il futuro di una città che aspira a esser Capitale italiana della Cultura 2021. Una scelta da formalizzare a metà dicembre e da strutturare come proposta in un dossier entro i primi di marzo 2020. 

Il pubblico ha gremito la sala al Calmiere. Foto: Osvaldo Arpaia

Come ha segnalato Ferrari, ciò che verrà valutato non sarà tanto il patrimonio artistico-monumentale già esistente, quanto l’offerta culturale. Ma quale offerta culturale può proporre oggi Verona? Di fatto, la città scaligera sembra trovarsi in un guado. Da una parte la gloriosa eredità dell’opera areniana e dei festival del Teatro Romano, a cui si aggiunge l’attività meritoria di associazioni culturali come IDEM, che ha strutturato annualmente la sua proposta su eventi interessanti e rodati ma che con tempo risulta fin troppo prevedibile. Una proposta, quella areniana, che attira un pubblico colto ma sempre più ridotto e attempato e che il tempo, triste mietitore, non risparmia, mentre cresce qualitativamente l’offerta concorrenziale di altre città meno blasonate, ma più dinamiche.

Uno dei momenti del dibattito di ieri sera al Calmiere. Foto: Osvaldo Arpaia

Dall’altra, una proposta per il turista imperniata su una Verona da cartolina, tutta Romeo e Giulietta e poco altro, che ruota intorno a un centro cittadino contenitore di B&B con il rischio concreto, segnalato da Elisa La Paglia, di diventare una sorta di grande Gardaland. Per i veronesi e i fruitori dell’idioma italico, Dante è più un titolo che una reale proposta: quanti oggi leggono, conosco e seguono davvero il Sommo Poeta fiorentino? La morte di Roberto Puliero, in questo senso, è simbolica. È l’iconica immagine di una veronesità oramai perduta, di un grande artista teatrale legato alla bandiera sportiva e amato per lo più dalle generazioni nate negli anni ‘60, ‘70 e forse ‘80. E culturalmente, oggi, chi rappresenta Verona?

Il dibattito ha mostrato, nelle domande del pubblico, come sia ancora viva la richiesta, pure nel post ideologico, di una politica non come mera gestione amministrativa della “res pubblica”, ma come motore di orizzonti culturali e sociali di lungo periodo. In ordine sparso:

Ferrari (a sinistra) e Venturi
  • Rivitalizzazione dei quartieri, eventuale loro parziale pedonalizzazione e coinvolgimento in flussi turistici da dirottare fuori dal centro. Qualche dubbio sorge spontaneo: tutti i quartieri hanno qualcosa da offrire, oltre il vino in piazza? I collegamenti sono all’altezza? Come rivitalizzare alcuni quartieri, oramai semplici dormitori? Chi, in termini di risorse, competenze e capacità, potrebbe coordinare tutto questo?
  • Recupero e valorizzazione del patrimonio artistico di Verona le cui scolaresche, spesso, vanno a Brixia, ovvero alla Brescia romana che certo non ha in questo senso da offrire quanto Verona. Ma quel poco, se ben promosso, funziona molto meglio del molto che non sfruttiamo e promuoviamo. Chiediamoci, per esempio, come sta il museo archeologico di Verona e come sta il Mart di Rovereto (che pure non è il MOMA di NY). C’è una filiera da costruire: una struttura dinamica che gestisce, che accoglie, che promuove, che attira e fidelizza il pubblico. Tutto questo costa e richiede una programmazione a lungo termine.
  • I bastioni, l’Arsenale: tutti contenitori in attesa di idee. Contenitori di tutto e di niente perché, come i cacciatori, spariamo a rosa ampia e pallini piccoli così, magari, da colpire qualcosa. Street art, campi giochi, mercatino, studenti: mancano solo le tigri e i cerchi di fuoco. E intanto un grande contenitore di eventi che attira tutto l’anno i giovani, come il Gran Teatro Geox di Padova, ci manca ormai da molti anni.
  • In tutto questo, le associazioni attendono segnali dal Comune, mentre il Comune attende l’iniziativa spontanea delle associazioni. E, intanto, imbiancano le tempie.

Infine, i giovani. Ci vogliono grandi antenne per intercettarli, visto che – finita l’era in cui le èlite definivano la cultura – è difficile capire cosa piaccia loro, cosa sia effimero e cosa di qualità, e non si può nemmeno accettare di dare l’Arena in comodato d’uso a Sfera Ebbasta, Clementino o gli Amici di Maria, che ci siamo appena liberati da Zucchero e Ligabue. Il pubblico va educato e non solo durante il Vinitaly a sorsi di spritz e pregiato Amarone. Ecco, dunque, l’orizzonte culturale che abbiamo da mostrare per la candidatura. Si dirà che Verona è anche contenitore di eventi a risonanza nazionale, appoggiati dal Comune, come il World Congress of Families XIII. Se questo è il biglietto da visita di Verona per candidarsi a Capitale della Cultura italiana, vista pure l’attuale immagine cittadina, le chances di spuntarla effettivamente non sembrano tantissime.

Da sinistra La Paglia, Gennari, Bacciga e Macario Velardi
Le foto a corredo di questo articolo sono di Osvaldo Arpaia e Corrado Benanzioli
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Stefano Magrella

Veronese d'origine, vanta ascendenze cimbre tutte da dimostrare. Docente di lettere, viene definito amorevolmente dai suoi cari come polemico, pesante, pedante e pignolo. Nel tempo libero si chiede come l'Io possa tollerare di diventare niente.

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