Festival Cinema Africano: a Verona 38 anni di cultura

Ha compiuto 38 anni nel 2018 il Festival di Cinema Africano di Verona e lo ha fatto tenendo fede alla sua storia di sempre: documentare l’evoluzione del continente nero attraverso lo specchio delle cinematografie delle Afriche, che mostrano la vitalità di una cultura in movimento, alla ricerca di sé tra il passato e il presente, tra il restare e l’emigrare. Non solo con il cinema. Abbiamo incontrato Stefano Gaiga, della direzione artistica della manifestazione scaligera insieme a Giusi Buemi, appena rientrato dal Fespaco, Festival Panafricano del Cinema e della Televisione, che quest’anno ha celebrato il mezzo secolo di vita nella capitale del Burkina Faso e che ha visto in passerella tanti attori e registi passati anche a Verona lo scorso novembre.

Stefano Gaiga, partiamo dai numeri, puoi fare un bilancio di questa edizione del Festival di Cinema Africano a Verona?

Stefano Gaiga

«Credo che questa edizione sia stata una tra le più interessanti e appassionanti degli ultimi anni. Innanzitutto, per i numeri: 25 sale coinvolte, 3 a Verona e 22 in Provincia. 60 proiezioni per le scuole di ogni ordine e grado, 11 a Verona e 49 in Provincia (8.364 studenti partecipanti, di cui 2.175 a Verona e 6.189 in Provincia), 937 insegnanti coinvolti a Verona e in Provincia. 54 proiezioni per la cittadinanza: 32 a Verona e 22 in Provincia (3.381 spettatori presenti, di cui 1.876 a Verona e 1.505 in Provincia). 3 Giurie, ossia Giuria Studenti Università degli Studi di Verona, Giuria Spazio Scuole, Giuria Premio Speciale “Al di là del muro”, per un totale di 69 giurati. Cinquanta ospiti, ossia un critico cinematografico, 4 registi e 45 ospiti per gli eventi. Novantatrè organizzazioni locali no-profit/enti/gruppi informali partner a Verona e Provincia. Ventuno istituzioni patrocinanti. E un totale di 14.385 partecipanti al Festival di cui 4.051 a Verona, 7.694 in provincia e 2.640 presenze agli eventi collaterali.»

Raccontaci della scelta fatta per quanto riguarda i film.

«È stata sicuramente una scelta di qualità, estremamente varia e rappresentativa della pluralità dell’Africa, sotto tanti punti di vista: culturale, sociale, ma soprattutto cinematografico, che rende ragione della vitalità di questo continente che riesce ancora oggi a raccontare le proprie storie con una visione critica, con filtri variegati che vanno dal dramma alla commedia, dalla fiction al documentario, dal cinema d’autore a una produzione smisurata di sceneggiati amorosi, film e serie TV popolari soggetti a molteplici influenze che vanno dall’action movie, all’horror, alla fantascienza. Film che riflettono, come in uno specchio, la società di ciascun Paese di provenienza con tematiche di estrema attualità che riguardano soprattutto l’universo femminile e il mondo dei ragazzi, dell’infanzia, della diversità di genere, ambiti spesso collegati al riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo. Non raramente si affrontano tematiche legata alla tradizione, nel conflitto perenne tra tradizione e modernità, nella difficile evoluzione di tanti contesti non sempre favorevoli alla sfida di nuove spinte culturali, sociali ed economiche, soprattutto per ambienti rurali e lontani dalle grandi città.»

Che fotografia delle Afriche esce dalla selezione fatta per il festival scaligero?

«Da alcuni film, soprattutto di provenienza del Nord Africa, si evince una forte capacità di autocritica da parte di tanti artisti che, con coraggio, denunciano un clima sociale e politico in stallo. Dopo le primavere arabe, foriere di tante speranze e prospettive di un futuro più democratico, la situazione dei Paesi del maghreb non è migliorata ma rimane ancora oggi ostaggio di un frazionamento politico, incapace di svincolarsi dalle frange integraliste, responsabile di un’impasse che impedisce a questi Paesi di avere un’evoluzione democratica.»

Qual è stata la risposta del pubblico veronese?

Liyana

«L’impressione che abbiamo avuto quest’anno, fin dall’inizio, era che si notavano le sale più frequentate e tale impressione è stata confermata anche dai numeri. Lalto gradimento del pubblico che ha accolto questi film è stato espresso da medie altissime per ogni opera, attraverso il voto del Premio del pubblico, quest’anno andato a Liyana, un film dello Swaziland, un territorio che non ha ancora una cinematografia affermata, ma che ha avuto il pregio di affermarsi con un’opera molto originale. A metà strada tra il documentario, la narrazione e l’animazione 2D e 3D, Liyana è anche il nome della protagonista, un’eroina immaginaria che viene creata dai bambini e ragazzi di una casa per orfani nello Swaziland. Questi bambini, guidati dalla cantastorie Gcina Mhlope, creano questa narrazione che di fatto racconta parte delle loro storie di vita e dei motivi che li hanno portati a vivere in una casa per orfani. Le riprese all’interno della struttura e le voci dei bambini che raccontano la storia si alternano con le animazioni create dai due registi Aaron Kopp e Amanda Kopp.»

Che tipologia di persone si avvicina al cinema africano, così di nicchia e di cui si sente parlare ancora troppo poco, al di là degli attori afrodiscendenti noti al grande pubblico?

Il pubblico all’ingresso del Cinema Santa Teresa di Verona

«Nel nostro pubblico adulto, è ormai assodato, esiste uno zoccolo duro di appassionati e amanti del cinema delle Afriche che attende con impazienza, ogni anno, l’appuntamento del festival, partecipando a più proiezioni e dando vita a dibattiti vivaci e prolungati. Quest’anno ci ha meravigliato il fatto di vedere volti nuovi, altri circuiti di persone interessate e molti giovani… forse il clima sociale e politico che stiamo vivendo ha smosso qualche coscienza? Per le scuole esiste un progetto articolato che da anni il festival porta avanti e i numeri, come sempre, danno ragione del grande lavoro e dell’impegno straordinario che tutta l’organizzazione sta investendo in questa prospettiva. Per le scuole diamo la possibilità di un doppio canale: le mattine al cinema e il Festival nelle scuole, senza tralasciare la possibilità di partecipare a laboratori al Museo africano o la possibilità di personalizzare dei percorsi didattici a tema nelle scuole di ogni ordine e grado. Poi con la Giuria studenti, sia della scuola secondaria di secondo grado sia dell’Università, troviamo interesse trasversale, con l’opportunità di far conoscere la storia, la geografia e la politica di diversi Paesi che solitamente non si trattano tra le mura scolastiche.»

Uno dei vostri progetti più ambiziosi è il coinvolgimento degli ospiti della casa circondariale di Montorio. Come si svolgono le proiezioni e soprattutto la decisione della giuria “Al di là del muro”? Coinvolge solo uomini o anche donne? Italiani e anche stranieri?

Beauty and the dogs

«Sì. In effetti è un piccolo fiore all’occhiello che con tanto impegno e orgoglio portiamo avanti. La casa circondariale di Montorio è un luogo significativo non solo per la presenza di tanti carcerati di provenienza africana ma è un mondo in cui c’è molta fame di spazi d’incontro, di dialogo, di condivisione che dicono tutta l’esigenza di umanità di queste persone. Noi chiediamo che la giuria sia più ampia possibile e, preferibilmente, formata da donne e uomini, perché possa essere una possibilità per molti. Si preferisce che siano soprattutto di provenienza africana ma anche italiani o di altre provenienze. Ogni anno ai partecipanti chiediamo perché hanno accettato di partecipare alla giuria e puntualmente emerge il desiderio di poter comunicare, dialogare tra loro e con le persone esterne, in un ambiente in cui si sentono poco valorizzati come persone. “Qui nessuno ti cerca, nessuno ti chiede quello che pensi e per noi, avere la possibilità d’incontrare qualcuno a cui interessa quello che pensiamo è una bella cosa”. Ci si rende conto in fretta che, dalla prospettiva del carcere, cambiano anche i punti di vista, i criteri di lettura dei film: la violenza è spesso una dimensione che loro hanno vissuto e che, più di tanto, non sconvolge le loro vite; sono piuttosto attratti da storie positive, storie d’amore e di tenerezza. La scelta fatta dalla giuria del carcere, quest’anno, ha premiato un film (Beauty and the dogs, ndr) che parlava di violenza sulle donne e per qualcuno di loro, soprattutto i tunisini, è stato un rivivere il percorso del carcere in Tunisia ed è stato spontaneo solidarizzare con la vicenda di questa ragazza che denunciava una società maschilista, corrotta, dove libertà e diritti sembrano essere un lusso troppo lontano.»

Passiamo ai vincitori: ci sono state sorprese rispetto agli anni passati?

La serata di premiazione del Festival

«Mai come quest’anno l’espressione delle giurie è stata così variegata per quanto riguarda i premiati del Festival 2018. Nessuna giuria ha scelto di premiare lo stesso film in concorso, segno dell’alta qualità e bellezza dei film selezionati quest’anno dalla Direzione artistica. Se ci riferiamo a qualche anno fa, quando i film vincitori venivano decretati da una giuria ufficiale, rispetto a queste ultime edizioni del festival dove chi decreta il film vincitore è il pubblico, direi che le sorprese ci sono state ma nulla è scontato. La giuria ufficiale è spesso composta da registi, critici, giornalisti, direi quasi addetti ai lavori e pertanto la scelta segue dei criteri che mettono l’accento maggiormente sull’aspetto estetico, ossia formale del film. Il pubblico normalmente segue un criterio meno orientato alla fattura del film e più emotivo e in alcune edizioni le scelte delle due giurie sono state agli antipodi ma non è così automatico che le cose vadano sempre così. In qualche occasione c’è stata una convergenza del gusto e della scelta delle giurie. In questi ultimi anni abbiamo fatto la scelta di far decretare al pubblico i film vincitori e, pertanto, ogni proiezione termina con il voto dei partecipanti e così avviene sia per il pubblico serale che per quello delle scuole. La cosa bella è vedere come ogni giuria abbia premiato un film diverso e questo rende ragione della varietà e della diversità dei film scelti, come a voler dire che ogni palato trova cibo secondo il proprio gusto.»

Anche quest’anno siete riusciti ad avere tanti ospiti, tra cui Khedija Lemkecher (vincitrice nella sezione Africashort con Bolbol), la scrittrice Takoua Ben Moha e Alfie Nze, di origine nigeriana e naturalizzato italiano, protagonista di una performance al Museo Africano lo scorso novembre. Raccontaci com’è stata l’accoglienza del pubblico e quali gli incontri più apprezzati.

La danza degli spiriti al Museo Africano

«Fin dagli esordi del festival, abbiamo ritenuto che il dibattito fosse un momento importante per valorizzare il film che, per noi, rimane sempre la visione di un’espressione artistica ma che è anche il pretesto per parlare delle diverse realtà e culture africane. Tutti i dibattiti sono accompagnati o dai rispettivi registi, quando riescono ad esserci, o da critici cinematografici per poter sviscerare e leggere il film da diversi punti di vista (linguaggio cinematografico, punto di vista estetico, tematico). Spesso in mancanza del regista cerchiamo di coinvolgere esperti o comunque persone che abbiano una conoscenza del Paese da cui proviene il film o delle realtà trattate dal film stesso, per offrire un valore aggiunto alla proiezione del film. La cosa sorprendente è vedere come la stragrande maggioranza degli spettatori rimane in sala a seguire il dibattito fino ad ora tarda, quando con rammarico si è costretti a chiudere la serata. Questo atteggiamento conferma l’importanza del confronto con il pubblico dopo le proiezioni. Ma altrettanto significativo è stato il gradimento per molti degli eventi del Festival. Tra tutti emerge la mostra La danza degli Spiriti e gli incontri ad essa collegati organizzati in collaborazione con il Museo africano. È stata davvero una soddisfazione poter esporre opere di arte tradizionale in parallelo a opere d’arte contemporanea e capirne le correlazioni, con ben 16 diverse rappresentazioni di alcuni dei più importanti artisti africani, molti dei quali con una storicizzazione e fama davvero notevole come George Lilanga, Fredrick Buabrè, Pierre Bodo, Moke Fils e Malikita esposti in tutto il mondo e in esposizioni importanti.  Non di meno gli incontri in libreria per conoscere nuovi autori e le loro opere raccontate con passione, la passeggiata in Veronetta che ha fatto scoprire aneddoti, vicoli e monumenti poco conosciuti di un quartiere vivace e multiculturale della nostra città e la performance teatrale con Alfie Nze, regista cinematografico e teatrale impegnato nello studio antropologico di rituali tradizionali come quello rappresentato, per esplorare il concetto di comunione nella spiritualità, cosmologia e filosofia Igbo.  Momenti tutti molto partecipati, dai quali si capiva che la manifestazione, per molti, era una full immersion nella realtà artistica, culturale e sociale dell’Africa. In fondo il festival, attraverso le storie, le visioni e le presenze che lo accompagnano diventa un’occasione per riscoprire questo continente vivo, in movimento, alla ricerca di sé, di un’identità sempre meno localizzata geograficamente, sempre più oltre confine, con la capacità di essere critico verso se stesso, coraggioso nell’affrontare situazioni difficili e con tutta la leggerezza della speranza.»

Le tematiche affrontate sono state molteplici, ma in particolare la condizione dell’infanzia e della donna sono sempre al centro delle scelte della direzione artistica. Come riuscite a portare film pluripremiati nel mondo o a scovare così tante perle nascoste, questa volta provenienti da 14 Paesi africani differenti (Tunisia, Senegal, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Marocco, Swaziland, Ghana, Egitto, Ciad, Camerun, Sudafrica, Burkina Faso, Algeria)?

Une saison en France

«La ricerca dei film è una parte importante e impegnativa all’interno del festival perché richiede una costante ricerca e attenzione alle uscite dei film, ai tanti festival che ormai troviamo in tutto il mondo, alcuni più generici e altri molto specifici su questa cinematografia. Inoltre il festival, ormai, ha una rete di relazioni tra registi, critici, ospiti vari e attraverso questi legami si veicolano informazioni utili e preziose. Una parte essenziale comunque, rimane la partecipazione ad alcuni festival importanti, primo fra tutti il Fespaco appena finito che ogni due anni si tiene a Ouagadougou. È una politica che abbiamo scelto ormai da molti anni quella di offrire, attraverso i film, una panoramica sull’Africa, sia per mostrare la varietà, la diversità, la ricchezza di fantasia, generi e tematiche, sia per evidenziarne i tratti comuni. Uno tra tutti, per esempio, l’elemento femminile sia per quello che riguarda le registe donne che, sempre di più, abbracciano la telecamera per esprimere il proprio punto vista, la prospettiva femminile come sguardo sulla società, sia le donne come soggetto di tanti film. La donna, come anche l’infanzia in Africa, sono territori fragili, spesso privi di diritti e la cui visione e considerazione, spesso, sono vincolate a pregiudizi e a culture ancestrali e tradizionali che le penalizzano continuamente, pur assumendo un ruolo fondamentale nella gestione dell’economia familiare, nell’educazione, nella costruzione del futuro di questo continente. Proprio per questo nasce la necessità di dar voce alle donne, ai ragazzi, ai giovani, denunciando le situazioni che feriscono la dignità e la crescita di questo universo.»

Il Festival, dopo la lunga parentesi in Provincia tra novembre e dicembre, prosegue nel Festival tutto l’anno che propone un appuntamento mensile fino a maggio con la sezione Viaggiatori&Migranti. Il prossimo appuntamento è fissato venerdì 8 marzo, alla Sala Africa dei missionari comboniani, con Schiavi di riserva di Michelangelo Severgnini, uno spaccato su quel che accade in Libia, dalla diretta voce di chi arriva da quella terra; ed Effatà road di Martino Lo Cascio che non solo mostra l’intreccio di storie migranti e sicule, capaci di mescolarsi alle bellezze dell’isola dirimpettaia dell’Africa, ma commemora, attraverso la voce di un protagonista, il naufragio del 3 ottobre 2013.

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Elena Guerra

Elena Guerra

Elena Guerra, giornalista e addetta stampa, laureata magistrale in Giornalismo, ha svolto ricerche nell’ambito del giornalismo interculturale grazie al gruppo di ricerca Prosmedia di cui è co-fondatrice. Si occupa di media relations, organizzazione di eventi culturali al fine di promuovere l’incontro di persone e culture diverse.

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