“Bohemian Rapsody”, la grande storia dei Queen al cinema

“Galileooooo! Galileooooo! Galileo, Figarooooo!!! Oh mamma mia, mamma mia…”

Chi non ha mai cantato a squarciagola almeno una volta questi versi della mitica Bohemian Rapsody alzi la mano. Perché quello dei Queen è un brano che considerare un classico è, a dir poco, riduttivo. È una vera e propria pietra miliare della storia del rock per i suoi tanti risvolti musicali, sociali e antropologici che quel brano – inserito nell’altrettanto mitico album “A night at the opera” uscito nel novembre del 1975 – inequivocabilmente riesce ad evocare. E a partire dal titolo di quella canzone, in realtà non necessariamente la più celebre della band inglese, si ispira il biopic dedicato a Farrokh Bulsara (che poi prenderà il nome d’arte di Freddie Mercury) e soci che arriva nelle sale italiane il 29 novembre.

Lo sanno tutti: l’incontro, felicissimo, di Mercury (interpretato dall’intenso Rami Malek) con Brian May (Gwilym Lee) e Roger Taylor (Ben Hardy), presto raggiunti da John Deacon (Joseph Mazzello), ha portato alla costituzione di una delle rock band più celebri della storia della musica. Un incontro per certi versi casuale e magico, che vede fin da subito emergere la personalità, forte e fragile allo stesso tempo, di Mercury. Figlio di una famiglia di origini indiane (zoroastriane), ma nato a Zanzibar in Africa, Mercury è un timido compositore di versi, poetici ed ingenui, mentre sbarca il lunario facendo il facchino all’Aeroporto di Heathrow a Londra. Il suo destino cambierà per sempre quando, dopo aver assistito alla loro performance in un pub, si propone a May e Taylor, componenti degli Smile appena scaricati dal loro frontman Tim Staffell (che decide di accasarsi con gli Humpy Bong, di cui si perderanno poi le tracce), come cantante. I due gli ridono quasi in faccia, ma quando Mercury fa sentire loro di che cosa è capace con le sue corde vocali cambiano immediatamente idea.

Il film è una goduria per gli occhi e le orecchie dei fan della band britannica, ma in realtà lo è anche per tutti coloro che hanno apprezzato quel periodo storico-musicale, con i suoi eccessi ma anche le sue grandi produzioni. Un periodo che ha segnato profondamente la musica degli anni successivi (con un grande ritorno negli anni Novanta, prima, e recentemente, poi, di certe atmosfere) e che ha visto fra gli altri protagonisti a livello planetario proprio May e compagni. I quali sopportano in maniera quasi francescana gli eccessi del loro frontman, che mal consigliato si perde (come peraltro spesso accade alla rockstar) in meandri e rivoli che poco hanno a che fare con il loro principale percorso musicale. Certo, tutto fa brodo e anche il suo essere inizialmente (e inconsciamente) così diverso e per certi aspetti anche innovatore (oggi non è un problema dichiarare la propria omosessualità, mentre all’epoca di certo le cose erano diverse) ha favorito – grazie alla sua battaglia contro gli stereotipi – il successo della formazione, che ha potuto contare sicuramente sulla sua fantastica voce e sull’ottima tecnica di May, ma che in generale non è mai stata considerata, dai critici, fra le più talentuose di quel periodo. Ben diverso, lo sappiamo, è stato invece il responso del pubblico, che l’ha sempre considerata fra le più luminose band del firmamento musicale degli ultimi decenni.

Se vogliamo trovare un unico neo alla pellicola del regista Bryan Singer (uno, per intenderci, abituato a parlare di X-Men) e Dexter Fletcher è proprio in questa quasi eccessiva “santità” di May e Deacon, mentre effettivamente (e realisticamente) appare un po’ più fumantino il batterista Taylor, l’unico a scontrarsi veramente, e in più occasioni, con Mercury. Per il resto assistiamo ad un crescendo di emozioni, che ci porta fra sale discografiche, palchi, concerti, tour, groupies e feste con i personaggi più bizzarri (e certamente approfittatori), che da una parte non aggiunge nulla di nuovo al genere cinematografico del biopic musicale, ma che rimane comunque ottimamente confezionato e capace di donare davvero tante emozioni. Si accenna anche al difficile tema dell’AIDS, la malattia che falciò Mercury all’età di 45 anni, trattato con grande delicatezza.

Il finale del film rimarrà scolpito nella mente di tutti coloro che avranno l’occasione di vederlo. Non anticipiamo nulla. Ma si tratta di una ondata così forte di energia da commuovere anche i cuori più duri. Vi invitiamo ad andare al cinema e a farsi trascinare dalla voce di Malek-Mercury, di sicuro il più grande performer mai esistito. Un vero prodigio.

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Ernesto Kieffer

Ernesto Kieffer

Inizia nel 2000 a collaborare per alcuni periodici veronesi come “”L’Altro Giornale”, “L’Adige” e “Verona Fedele” e ottiene nel 2002 il patentino di Giornalista Pubblicista. Laureato in Giurisprudenza nel 2003, è da quello stesso anno addetto stampa, organizzatore e presentatore di eventi. Oggi è radiocronista sportivo e giornalista - fra gli altri - de "Il Nazionale - Verona" dove è caporedattore Politica&Attualità. Si è dedicato, nel corso di tutti questi anni, al cinema, alla musica, allo sport, senza disdegnare l'approfondimento e la cronaca. Pratica con “inequivocabili” risultati il calcio e millanta di essere un musicista. Ma sono notizie false e tendenziose.

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