Parasite: un’iconoclasta dietro la macchina da presa.

«Il potere non è un’istituzione, e non una struttura; e nemmeno è una certa forza di cui siamo dotati; è il nome che si attribuisce a una situazione strategica complessa in una particolare società.»

Michel Foucault

Bong Joon-ho ci aveva già sorpreso piacevolmente con i lungometraggi Host e Snowpiercer, proprio in quest’ultimo affrontava a suo modo la divisione in classi sociali. Con quest’ultima pellicola, vincitrice della Palma d’oro al Festival di Cannes 2019, ci propone una storia di tutti i giorni che potrebbe accadere ovunque: lo scontro vitale e impietoso tra le classi sociali. Il giovane Ki-woo e la sua famiglia vivono in condizioni di indigenza cercando di sbarcare il lunario in qualche modo. Un amico propone al giovane di sostituirlo prendendo il suo posto come insegnante di inglese per la figlia di una famiglia benestante. Le condizioni saranno cosi favorevoli che gli indigenti tenteranno di infiltrarsi all’interno della famiglia. Un film costruito da un architetto dell’immagine: sin dalle dalle prime inquadrature osserviamo i “parassiti”, Ki-woo e la sua famiglia, rinchiusi in un appartamento sotto il manto stradale che vengono investiti da un nube di prodotti venefici contro gli insetti.

Lo sguardo del cineasta coreano si nutre dei suoi studi sociologici e con un approccio strutturalista (l’influsso di Michel Foucault si fa sentire) scopre – appunto – le strutture di potere, le pratiche discorsive, le condizioni che generano i rapporti di forza che si vengono a creare nella società. L’uomo non è più al centro del mondo, ma è attraversato da strutture che inconsapevolmente intervengono e l’azione degli individui è determinata dai rapporti socio-culturali che si instaurano.

Il demiurgo coreano scruta dall’alto il formicaio in cui ha inserito i suoi personaggi che sembrano non comprendere fino in fondo le proprie azioni. Kim Ki-taek, il padre di Ki-woo sentenzia: «Il miglior piano nella vita è quello di non farsi mai dei piani». La condotta nel pensiero orientale, infatti, come ci ricorda François Jullien nel Trattato dell’efficacia, « […] invece di costruire una forma ideale che si proietta sulle cose, lasciarsi portare dalla propensione; in breve invece di imporre il proprio piano al mondo, far leva sul potenziale della situazione. » Il non seguire tale precetto apre una serie infinita di accadimenti e situazioni drammatiche paradossali. Lo humor nero e il sarcasmo caustico non risparmiano nessuno e instaurano una continua lotta servo-padrone tesa al limite. Ciò che mette in atto il regista è un gioco al massacro che non risparmia vincitori e vinti, poveri e ricchi e che pone continuamente allo spettatore questioni di non facile risposta: come ricordava Nietzsche «Il filosofo deve essere la cattiva coscienza della sua epoca». Bong Joon-ho, con un animo iconoclasta, muove la macchina da presa con perizia in un appartamento iper-moderno senza inserire inquadrature inutili, poiché tutto è finalizzato all’economia del suo discorso.

Non sveleremo il finale di un film che fin dal primo istante ci offre indizi che sviano continuamente il corso del racconto ma che, inconsapevolmente, ognuno di noi sa già dove porterà. A differenza del cinema asiatico contemporaneo il regista sudcoreano accumula storie, intrecci, colpi di scena saturando lo schermo che è fin troppo piccolo per contenere tutto ciò che accade, a volte le situazioni appaiono svolgersi fuori dallo schermo cinematografico. Il significato metaforico di alcune inquadrature lascia posto a riprese in cui tutto viene rappresentato con schiettezza (la splendida inondazione nei bassifondi della città e le carrellate aeree relative) un incontro paradossale in cui astrazione e concretezza, alto e basso si sfiorano, coincidono (la scena in cui la famiglia di Kim Ki-taek si nasconde sotto il tavolo). Con ogni probabilità si tratta della migliore pellicola vista nel 2019 in grado, all’uscita dalla sala, di sedimentare nello spettatore una sensazione di inebriante mestizia.

Voto: 5/5

Parasite
Regia di Bong Joon-ho con Kang-ho Song, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong Jo, Woo-sik Choi.

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Nicola Barin

Nicola Barin è da sempre un appassionato di musica jazz e di cinema. Dal 2008 al 2017 ha condotto il programma di musica jazz "Impulse Jazz" per l'emittente radiofonica Radio Popolare Verona. Dal 2016 conduce per la radio web www.yastaradio.com il programma di musica jazz "Storie di Jazz" Collabora inoltre con i magazine on-line: www.jazzconvention.net, www.jazzitalia.net, www.distorsioni.net, www.silenzioinsala.com e per la testata giornalistica di cultura musicale www.sound36.com. Rimasto folgorato dalla lettura del libro "La Nausea" di Jean-Paul Sartre in adolescenza si intestardisce e continua gli studi scellerati laureandosi in filosofia. Il cinema diventa la sua missione e, dopo la scoperta del programma Fuori Orario di Enrico Ghezzi, si appassiona al cinema d'autore. Frequentatore assiduo di sale cinematografiche è paradossalmente convinto che, citando Godard, ....il cinema è la verità 24 volte al secondo.

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