“Captive State”: bentornata fantascienza

Questa storia non andrà a finire bene.

Nel 2011, il nome di Rupert Wyatt diventa improvvisamente uno di quelli da tenere d’occhio. Dopo una gavetta nel cinema indie, il regista inglese fa il grande salto a Hollywood, dirigendo L’alba del pianeta delle scimmie, un apprezzato thriller di fantascienza che rilancia con classe una delle più vecchie saghe del cinema fantastico. Poi, però, Wyatt opta per lasciare la lavorazione del sequel, Apes Revolution, per paura di avere troppo poco tempo per realizzarlo a dovere. È il segnale di uno strappo tra il punto di vista dell’autore e quello dell’artigiano, un equilibrio necessario da mantenere se si vuole restare a galla nella mecca dei sogni.

Stacco a quasi un decennio dopo e, nel frattempo, Wyatt ha diretto un solo altro film, The Gambler con Mark Wahlberg, nonché il pilot della serie The Exorcist. La sua carriera sembra aver seguito la parabola di altri giovani registi indipendenti, masticati e risputati dall’industria hollywoodiana, e lasciati in mezzo a un marciapiede di Hollywood Boulevard con addosso solamente una giacca di tweed sgualcita e in tasca qualche ambizione infranta.

Wyatt sembrava però destinato a ribaltare questa parabola discendente con un bel colpo di coda. Quel colpo di coda si chiama Captive State, ed è lì a ricordarci per quale ragione un regista con all’attivo due soli film fu scelto per riportare in vita un franchise milionario. La ragione è questa: Rupert Wyatt ha talento. Rupert Wyatt ha una visione. Ha un’idea precisa di cinema, la capacità di metterla in atto e il rigore necessario per non strafare e portare a casa il risultato.

La trama di Captive State non è nuova, e torna indietro sino a Le guide del tramonto di Arthur C. Clarke: una specie aliena arriva sulla Terra e la conquista. Qualche anno dopo, l’umanità vive sotto il gioco di una dittatura solo apparentemente illuminata: se ti conformi, puoi continuare a fare quello che facevi prima. Se ti ribelli, verrai braccato ed eliminato. Come in ogni stato di polizia che si rispetti, comunque, c’è la resistenza, sempre alla ricerca di mezzi per “uscire dalla griglia” (ognuno di noi è geolocalizzato tramite delle disgustose larve impiantate sotto pelle) e per colpire in maniera efficace l’establishment.

Come si diceva, niente di troppo nuovo. Ma allora cos’è che funziona nel film di Wyatt? Prima di tutto il già citato rigore, una parsimonia nella messa in scena e nello svelamento di nuovi dettagli che rende il mondo del film via via più complesso e interessante. E poi la scelta, sempre più rara nel cinema di fantascienza, di puntare su ciò che la fantascienza è davvero, nel profondo: non uno sfoggio di effetti speciali, che pure ci sono, ben fatti e mai ostentati, ma una riflessione sull’oggi. È quasi un’ucronia quella di Captive State: gli alieni sono arrivati nove anni fa, dunque siamo in un futuro non distante. Ma, tecnologicamente parlando, niente lo fa sembrare un futuro – a parte le ovvie innovazioni portate dai nostri più evoluti padroni –. Potrebbe essere tranquillamente un presente alternativo.

Wyatt resta costantemente incollato ai suoi protagonisti (tra cui un sempre ottimo John Goodman nel ruolo di un poliziotto collaborazionista del cuore tenero), rimane a livello della strada. Ci racconta un complotto per realizzare un attentato che potrebbe stare benissimo anche in un film senza alieni o elementi sci-fi. E lascia al production design e a qualche semplice trucco ben congegnato il compito di dipingere, sullo sfondo, l’affresco più ampio.

Traduzione: il design delle astronavi e di tutta la tecnologia aliena è davvero molto bello, anche se coraggiosamente lasciato in disparte. Quello che interessa a Wyatt è mostrarci come il bisogno di essere liberi spinga gli uomini ad atti di eroismo inimmaginabili. E raccontarci un thriller urbano, cupo e angosciante, in cui, però, c’è sempre uno spiraglio di speranza. Fantascienza adulta, una merce sempre più rara e per questo più che mai preziosa.

Ma, come vi avevamo detto all’inizio, questa storia non va a finire bene. Captive State è stato un flop lancinante: un budget di 25 milioni di dollari e un incasso di meno di 7. In tutto il mondo. Forse la stella di Rupert Wyatt è comunque destinata a tramontare. Forse lo ritroveremo tra un paio d’anni a dirigere episodi di Ai confini della realtà o Black Mirror. Ma almeno se ne sarà andato lottando, come i suoi eroi.

Captive State

Voto: 3,5/5

Regia di Rupert Wyatt Con John Goodman, Vera Farmiga, Ashton Sanders, Jonathan Majors, Kevin Dunn, James Ransone, Ben Daniels



Facebook Comments

Marco Triolo

Marco Triolo lavora ormai da dieci anni nell'ambito del giornalismo cinematografico. Ha scritto su ScreenWeek.it, Ciak, Nocturno e tutt'ora collabora con Film.it, il sito di cinema de LaStampa.it, e con il magazine online i400Calci.com. Nel tempo libero divora film, serie televisive e fumetti, e collabora con l'associazione culturale veronese Cyrano Comics scrivendo e disegnando storie di supereroi.

Marco Triolo ha 14 articoli e più. Guarda tutti gli articoli di Marco Triolo

Marco Triolo

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial
Facebook
Twitter
LinkedIn