True detective 3, una serie TV diligente.

Siamo in Arkansas, nella provincia rurale americana, negli anni Ottanta. Sparisce una coppia di fratelli, Wille e Julie Purcell, e si occupano del caso, a più riprese, due investigatori, Wayne Hays e Roland West. Un’indagine che dura per il resto della loro vita…

Ci voleva un colpo di coda per ridare lustro a una serie, seppur blasonata, come True Detective, dopo una II stagione così deludente da imporre una pausa di riflessione. Comunque, oltre a Nic Pizzolatto, ideatore e sceneggiatore delle tre serie (e pure regista nel quinto episodio) ci sono anche come produttori le star della serie evento del 2014, ovvero Matthew McConaughey, Woody Harrelson e Cary Fukunaga.

Si riparte, quindi, dal modello vincente della prima: una coppia di poliziotti molto diversi, un cupo e rude Roland West, interpretato da Stephen Dorff e, soprattutto, nel ruolo di vero protagonista, un enigmatico e tenace Wayne Hays, interpretato da Mahershala Ali. Sulla prova degli attori, anche in ruoli secondari, nulla da dire, anzi (convincente Scoot McNairy nel ruolo del padre angosciato e distrutto, Tom Purcell); Ali poi dimostra di aver ben meritato l’Oscar del 2017 dominando la scena.

Dunque: è una buona serie? La risposta è sì. Meglio della seconda? Assolutamente sì. È ai livelli della prima o magari un capolavoro? Purtroppo no, per alcune ragioni.

La strana coppia. Intanto, il peso della seconda serie, ambiziosa nell’intreccio e nella coralità ma fallimentare nei risultati, ha condizionato le aspettative e le scelte della produzione, che è tornata su un modello consolidato – l’usato sicuro – e di sicuro appeal, nonché di più facile lettura. Una strana coppia che aggiunge alle frizioni caratteriali anche la questione razziale, prima assente nelle precedenti serie. Di fatto, però, è una coppia assolutamente asimmetrica, con le vicende di Hays a monopolizzare la scena mentre il suo compagno di avventura risulta assolutamente marginale. È una scelta legittima di Pizzolatto che, però, si innesta su una struttura che, nella parte centrale, soffre di una sostanziale palude narrativa fino al botto delle ultime due puntate (su otto), rischiando così di incappare in uno dei grossi difetti della seconda serie, la disaffezione per noia. Nella stessa situazione nella prima serie, di contro, le vicende di Harrelson davano movimento e ci mostravano uno spaccato intimo di un poliziotto violento e infedele, che che lo scolpivano per contrasto rispetto al suo compagno. Mancando questa interessante linea narrativa indipendente ma tangente (che diventava poi elemento essenziale nella dinamica dei due detective), i personaggi girano a vuoto rimasticando gli stessi indizi e quasi ogni puntata si chiude senza troppi spunti di interesse per la successiva.

Le caratteristiche del protagonista. Il detective Hays è un animo inquieto e oscuro, chiuso, illeggibile alla sua famiglia ma anche ai telespettatori. Si sa che in Vietnam era un ricognitore. Sente sulla sua pelle e non senza rancore le ingiustizie del pregiudizio americano sui neri. Ha un rapporto con la moglie, una sensuale, empatica e sorniona Carmen Ejogo, che somiglia a una partita a scacchi, tra il suo bisogno di controllo e la necessità di affermarsi di lei oltre la famiglia; si trovano così a giocare sullo stesso campo, ovvero le indagini. Ma la moglie, insegnante con l’aspirazione di diventare scrittrice, le segue cercando di condividere il peso del fardello che consuma il marito che, invece, vorrebbe tenere i due campi (famiglia e lavoro) ben distinti. E con la moglie a casa.

Il taglio dei dialoghi. Questo protagonista, così silenzioso, senza ironia, non può non condizionare i dialoghi. Se nella prima serie il taglio filosofico dava un tono molto particolare, poco realistico ma bilanciato da un taglio crudo delle immagini e delle situazioni, qui un paesaggio monotono, con pochissimo sole, una fotografia calda sono da sfondo a dialoghi meramente funzionali, volutamente grigi, senza particolari spunti. Gli sguardi e le onnipresenti sigarette sono i veri protagonisti.

Il tema della memoria. Probabilmente questa sceneggiatura in levare è il tentativo di Pizzolatto di focalizzare l’attenzione su un tema, quello della memoria, con almeno tre livelli:

  • 1980: la scomparsa dei fratelli, l’inizio delle indagini e lo spaccato delle dinamiche familiari; l’incontro con la moglie, maestra di uno dei bambini e il primo insabbiamento;
  • anni Novanta: nuove indagini, la scoperta delle trame e l’insabbiamento;
  • 2015, l’atto conclusivo: ripresa dell’inchiesta degli ormai attempati detective e la moglie, defunta ma sempre presente nella mente – e forse non solo – di Hays.
Wayne Hays nel “2015”

L’idea è molto interessante, tanto più che l’anziano Hays – lode ai truccatori – soffre di una progressiva degenerazione della memoria, il suo passato gli sfugge col passare del tempo: un uomo, un relitto alla deriva. I ricordi sono inghiottiti dalla nebbia, la realtà si sgretola; nella sua mente il passato e il presente si fondono in una dimensione atemporale in cui morti e vivi coesistono. Riprendere un’indagine non conclusa, ripassare i vari momenti dell’indagine significa, allora, rimettere insieme i pezzi del proprio passato, riappropriarsi della  famiglia, dell’amore, rivedere e riaffrontare le scelte fatte e che, ora, pesano anche sul figlio rimasto. Ci vorrebbe, però, per un’operazione visivamente così intrigante e complessa, una regia unitaria con il talento di un Christopher Nolan, per dirne uno, perché non sempre basta una camicia o un taglio di capelli per rendere chiaro – e interessante – un passaggio temporale. C’è invece, spesso, Daniel Sackheim, che ha al suo attivo molte serie TV di primo piano: un curriculum dignitoso, certo, ma niente di più.

Potere e pedofilia. Ritorna, leitmotiv del progetto complessivo, l’idea di un potere politico corrotto, pervaso da abiezioni morali come la pedofilia e senza alcuno scrupolo per le vite dei ragazzini, rapiti o venduti. Per Pizzolatto, insomma, rimane centrale la figura di un eroe moralmente granitico, tormentato, che sacrifica tutto (famiglia, affetti, ambizioni, carriera) in nome di un senso  di giustizia sostanziale che giunge spesso a consumarlo, a roderlo. Il messaggio di fondo è che la purezza di questo mondo, specie quello lontano dal lusso e dalla ricchezza – simbolicamente rappresentata dall’infanzia – deve essere preservata dal potere corruttivo di classi apicali , che soddisfano a ogni costo i loro bisogni a scapito degli onesti e laboriosi – ma deboli – cittadini marginali. E che poi, al bisogno, non esitano ad usare la politica, la polizia, tutto quanto è in loro potere per rimanere in un’anonima impunità. Ma stavolta, alla fine, la luce davvero rischiara il buio.

In conclusione: merita di essere vista? Sì. Non è il capolavoro del progetto True detective, ma è certo prova non priva di pregi che lascia ben sperare per il futuro, non appena saranno risolti i nodi della regia e della caratterizzazione dei dialoghi.

Attenzione, da qui spoiler!

La storia, in breve: una coppia di fratellini scompare. Nella prima indagine, viene individuato come colpevole dell’omicidio (anche se viene effettivamente ritrovato solo il cadavere di uno dei ragazzi) un teppistello del luogo, anche se molti dettagli e stranezze rimangono insolute e, alla fine, la colpa viene attribuita post mortem ad un reduce del Vietnam non integrato con la comunità locale con prove artefatte.
Tuttavia, dopo dieci anni, ci sono prove che la sorella sia ancora viva: si apre una nuova indagine e, mentre uno a uno muoiono tutti i protagonisti legati al caso, la colpa viene affibbiata al padre, vittima di un finto suicidio. In entrambi i casi, evidente è la voglia delle autorità di chiudere in fretta il caso.
Non per questo Hays ha chiuso davvero con le indagini: ormai a 35 anni dalla prima indagine – stimolato da una giovane reporter che sta conducendo un’indagine giornalistica sul caso – recupera il suo vecchio compagno e scopre che i potenti Hoyt, famiglia di industriali che domina la zona, hanno di fatto rapito la ragazzina (uccidendo accidentalmente il fratellino) comprandola dalla madre e segregandola fino alla sua fuga, confondendole la mente con il litio. Stavolta però la pedofilia non c’entra: è il dramma di una madre. La rampolla della famiglia Hoyt cerca di ricostruirsi la famiglia perduta in un incidente e scambia la figlia morta per la piccola Julie Purcell. Ecco il motivo del rapimento. Ma, una volta fuggita, inaspettatamente la ragazzina si ricostruisce una vita serena, all’insaputa di tutti. E anche Hays, per un secondo, prima che la memoria si sgretoli, risolve l’enigma e trova pace. Un finale sereno, per una volta, per tutti.

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Stefano Magrella

Veronese d'origine, vanta ascendenze cimbre tutte da dimostrare. Docente di lettere, viene definito amorevolmente dai suoi cari come pesante, pedante e pignolo. Nel tempo libero gioca a nascondino con la morte.

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