Al Salone del Libro vincono i contenuti

«Alla fine hanno vinto i libri.» Sono queste le prime parole con cui Paolo Ambrosini, presidente nazionale di ALI (Associazione Librai Italiani di Confcommercio), commenta assieme a noi l’edizione 2019 del Salone Internazionale del Libro di Torino, conclusasi pochi giorni fa.

Un Salone che si era aperto tra le polemiche legate alla presenza, e successiva esclusione, della casa editrice sovranista Altaforte e del suo titolare, Francesco Polacchi, dopo che lo stesso aveva manifestato pubblicamente le proprie simpatie fasciste. «Sicuramente la querelle su Altaforte ha amplificato l’attenzione mediatica sul Salone del Libro nei giorni precedenti all’inaugurazione – commenta Ambrosini –, ma non ha poi influito sulla riuscita dell’evento. Tirando le somme, hanno prevalso i contenuti, le storie, e vedere fin dal primo mattino le file di studenti e visitatori che si accalcavano all’entrata è stato davvero emozionante.»

Tra le intuizioni più apprezzate dell’edizione numero 32 c’è quella avuta da Nicola Lagioia, direttore del Salone, di non avere più il classico Paese ospite, ma una lingua ospite. La visione di una lingua, in questo caso lo spagnolo, come base culturale che unisce le persone e permette di superare i confini. Un’idea applaudita anche dai responsabili della Frankfurter Buchmesse, la Fiera Internazionale del libro di Francoforte.

Paolo Ambrosini, presidente di ALI

Durante la manifestazione l’ALI ha proposto l’esperienza delle libraie americane. «Un incontro bello e costruttivo – prosegue Ambrosini – dove è emerso come negli Usa si stia vivendo una rifioritura delle librerie indipendenti. Pur in un contesto di mercato dominato da Amazon e grandi catene, gli americani stanno manifestando il desiderio di riscoprire un rapporto più fisico coi libri. Vogliono sfogliarli, toccarli ed essere consigliati nella loro scelta.»

Importante, poi, anche il confronto con le librerie italiane all’estero. Realtà che hanno il compito di diffondere la lingua e la cultura al di fuori dei nostri confini e che oggi si sentono abbandonate dal mondo editoriale italiano. «La passione che questi colleghi ci mettono è ammirevole – prosegue –, ma gli ostacoli che si stanno trovando davanti sono davvero troppi. Come associazione ci muoveremo in maniera ancor più incisiva per segnalare al Governo la loro situazione e sollecitare delle risposte concrete ed efficaci.»

Nel contesto di un Festival che ha fatto registrare 148mila visitatori totali (più 4mila rispetto al 2018), c’è da analizzare la situazione italiana, dove si conferma la tendenza, o il paradosso, di un popolo tra i meno avvezzi alla lettura – siamo agli ultimi posti sia in Europa che nel mondo –, ma con una produzione libraria in crescita. Leggiamo poco, pochissimo, e scriviamo sempre più libri.
«È un dato di fatto – conferma Ambrosini –, i libri che arrivano sono tantissimi e i titoli continuano a crescere, nonostante il mercato sia ancora in difficoltà. Anche in questi primi quattro mesi dell’anno è cresciuto il valore del singolo pezzo, ma sono diminuiti i numeri di copie vendute.»

Trovare nuovi lettori. È questa la sfida del futuro, alla quale i librai non si vogliono sottrarre. «Le librerie italiane – continua il presidente dell’ALI – sono già sul pezzo, puntano all’organizzazione di eventi e si stanno convertendo in veri e propri punti di incontro. Ci devono però dare gli strumenti per poter competere sul mercato. Per questo ci stiamo battendo, con un dibattito aperto in Parlamento, per veder riconosciuta l’importanza del nostro ruolo.»
Normative che non affossino le librerie, quindi, e che per Paolo Ambrosini devono anche fare i conti con un altro tema. Quello dei «circa 13 milioni di italiani che oggi non hanno a disposizione una libreria o una cartolibreria nelle vicinanze della propria casa. Se vogliamo veder crescere il numero dei lettori, e di pari passo anche il livello culturale del Paese, è su queste situazioni che dobbiamo intervenire e investire.»

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