Alverà e la magia dello storytelling

«La vita di Ronnie Peterson è un vero e proprio romanzo, così come il tragico incidente di cui ne è risultato vittima, scaturito da una serie di fortuite e incredibili concause». Per Diego Alverà raccontare storie non è soltanto trasferire emozioni. Sono le riflessioni, che nascono dalla vicende, a dare quel valore aggiunto a una ricerca appassionata quanto meticolosa della vita e delle avvenimenti, umani e professionali, dei protagonisti delle sue narrazioni. Racconti in cui la profondità dei contenuti si incrocia con la volontà di riportare alla luce sia le traiettorie dei grandi miti ma anche dare dignità a straordinari personaggi poco noti al grande pubblico.

Gli sportivi – così come i musicisti – sono il terreno più amato dal prolifico storyteller veronese. Il suo ultimo lavoro è dedicato al pilota di Formula Uno Ronnie Peterson, deceduto nel 1978 in un incidente alla partenza del Gran Premio di Monza mentre, a bordo della sua Lotus, era in corsa per aggiudicarsi il titolo di campione del mondo 1978, in una sfida che lo vedeva opposto al compagno di scuderia Mario Andretti. Anche in questo caso il libro è affiancato da uno spettacolo in cui Alverà, con la forza delle parole, trasforma una storia sportiva in un’appassionante romanzo di una vicenda umana.

Dopo Nuvolari, protagonista del suo Pozzo 1928, Villeneuve e Senna ora Ronnie Peterson e Quell’ultimo rettilineo. Alverà, dica la verità: per i motori ha un debole.
«Il mondo delle corse in auto mi ha sempre stimolato. In questo caso uno dei miei obiettivi era raccontare la Formula Uno di un tempo in cui davvero ci si misurava col destino. Il libro non è una biografia né un racconto di sport, per quanto quello sia il contesto da cui arriva la vicenda.»

Così è nata l’idea di raccontare questa storia?
«Di Ronnie ero un affezionatissimo fan. Per me lui era la velocità, così come lo era Gilles Villeneuve. Quella domenica, come milioni di altri italiani, sono rimasto ore seduto davanti alla tv per seguire il Gran Premio. Fu un pomeriggio lunghissimo, intenso e drammatico, che mi è rimasto dentro e mi ha accompagnato per anni.»

All’epoca quella triste fatalità appassionò in tanti: oggi rischiava di finire nell’archivio dei ricordi.
«Avevo fatto una promessa a me stesso che un giorno avrei trovato il modo di onorare la memoria di Peterson. Si tratta di una vicenda comunque appassionante con trama incredibile in cui c’è tutto: il talento, l’inganno, la delusione, il furore, il trionfo e la tragedia. Mentre lui moriva, il compagno di squadra Mario Andretti diventata matematicamente campione del mondo. E poi, ricordiamoci lo sfondo: quel Grand Prix fu corso a Monza, in quello straordinario circuito al massimo del fulgore. Nel 1978 l’automobilismo era uno sport autenticamente popolare. Un po’ come il calcio di allora.»

Ronnie Peterson

A guardare le immagini di quella fatidica gara sembra di intraprendere un viaggio nel tempo.
«Quarantuno anni fa la Formula Uno era un mondo ancora naïf. Era un autentico “circus”, con una lunga carovana di camper e camion che ogni settimana si spostava da una città all’altra per prendere parte alla prossima gara. Per sbarcare il lunario, alcuni partecipavano a corse di ogni categoria possibile. Le gara poi si vincevano in pista, tra trame e duelli affascinanti, non certo nelle riunioni tra ingegneri in sale asettiche a migliaia di chilometri dai circuiti come avviene ora. Prima dello start, i piloti salutavano le proprie famiglie augurandosi di rivedersi a fine corsa. Con questo libro ho voluto raccontare la normalità di un’epoca, il quotidiano di uno sport prima che i media e la retorica ponessero i protagonisti su un piedistallo. Oggi di quello spirito non è rimasto nulla. È un ambiente ovattato in cui i driver sono stelle irraggiungibili, lontanissime anche dai fan che un tempo, addirittura, poteva avvicinarli nel paddock.»

Nei suoi racconti, che siano libri o spettacoli dal vivo, ha sempre collegato vicende umane a quello sportive: lo sport è realmente una sorta di metafora della vita?
«La storia non è fatta dai primi ma sempre dai secondi. Il fato ci mette di fronte a decisioni che dobbiamo necessariamente assumere a prescindere. La domanda è: perché le persone adorano le storie? Non certo per i dati biografici dei protagonisti ma piuttosto perché da ogni storia c’è qualcosa di noi. Ascoltando gli avvenimenti dei personaggi celebri o anche secondari cerchiamo ispirazioni.»

Una sorta di autoanalisi, insomma?
«Tutti noi viviamo stagioni felici alternate a più difficili. Spesso facciamo fatica ad affrontarle o comunque a gestire certi momenti. Conoscere, scoprire e analizzare le vicende degli altri in fondo ci pone di fronte ad esperienze di vita e scelte che possono appartenere a tutti. Abbiamo bisogno di capire, del loro vissuto, quanto ci potrebbero essere utili nel quotidiano.»

Come nel caso di Peterson, molti protagonisti dei suoi racconti sono degli sconfitti.
«Solo quando ci si misura con le grandi difficoltà si intuisce la grandezza delle persone, che spesso non è collegata alla dimensione, per così dire, numerica delle prestazioni. Piuttosto è da rimarcare la capacità di resistere in situazioni difficili. Piccoli eroi e antieroi che, per quanto non se la cavino bene, trovo giusto valorizzare e ricordare per come si sono comportati in certe circostanze da cui si possono cogliere riflessioni.»

La copertina di Ronnie Peterson, quell’ultimo Rettilineo

La Formula Uno oggi muove milioni di euro di fatturato ed è diventato uno sport veramente planetario: che ne dice?
«Non voglio dare giudizi di merito. Quando si ricorre alla frase “ai miei tempi” si rischia di passare per vecchi rompiballe. Vero è che oggi le dinamiche sono diverse, anche se devo ammettere che per molti versi faccio fatica a comprenderle. Non sono il solo a condividere questo pensiero, almeno a giudicare dai commenti che raccolgo da chi partecipa alle mie narrazioni dal vivo e alle presentazioni dei libri. Viviamo una sorta di disagio verso uno sport che amiamo ma che è diventato più noioso, in definitiva meno emozionante. Vi svelo un segreto: un ex pilota mi ha confessato che a suo parere la causa è che oggi manca quell’effetto del limite e dell’irreparabile che era la normalità per chi correva fino all’epoca di Peterson. Il rischio era parte del pacchetto e, in definitiva, ne ha alimentato l’epopea.»

Passione uguale rischio: anche in questo caso la vita è analoga allo sport?
«Cito una frase su Peterson che non ho scritto nel libro ma mi ha sempre colpito. È l’orazione funebre del sacerdote di Orebro pochi giorni dopo la sua morte all’Ospedale di Niguarda, dove venne ricoverato dopo l’incidente. Ai presenti alla cerimonia disse che in fondo, per quanto fosse naturale essere tristi per Ronnie, in realtà non c’è tristezza che tenga quando la morte arriva in un momento in cui si stanno vivendo intensamente le proprie passioni.»

Il destino talvolta premia, altre è beffardo, non trova?
«Infatti. Pure quel fatidico pomeriggio a Monza le cose sarebbero potute andare diversamente. Le scelte della scuderia e le fatalità contribuirono a determinarne l’esito. Il paradosso è che i due piloti avrebbero potuto trovarsi in ruoli ribaltati. Invece Andretti divenne campione mentre Ronnie morì, vittima di una sorta di domino impazzito. Un po’ come a volte è la vita.»

Diego Alverà sarà protagonista del secondo incontro della rassegna “Succede a Veronamercoledì 4 dicembre alle ore 18.30 al “Calmiere” (Piazza San Zeno, Verona) in un evento dal titolo “Ronnie Peterson. Il mito degli sconfitti diventa racconto”.

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Paolo Sacchi

Nato a Genova, ha scoperto quasi subito che le Scienze Politiche non facevano per lui. Viaggiatore e calciofilo, già ufficio stampa, come giornalista collabora con diverse testate cartacee, web e radiofoniche e da anni racconta dal vivo in diretta alla radio le partite del ChievoVerona. Esperto di turismo e di sport britannici, è felice di dover rifare spesso il suo bagaglio a mano.

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