Banksy, il fottuto genio che mi ha fatto piangere

Piangere al museo si può. 

Capita forse che lo scopo della tua visita fosse vedere qualcos’altro – ad esempio un quadro famoso come l’adorabile Bacio di Klimt – e ti ritrovi invece nel groviglio di uno Schiele tutto grigio e nero, che non sapevi nemmeno esistesse, fisicamente incapace di allontanarti. Al Belvedere di Vienna sbocciano i fiori e tu dentro hai tutta la tristezza dell’universo. 

Oppure ti siedi in un angolo del Reina Sofia a Madrid e attraverso le gambe degli altri visitatori sbirci quel dettaglio di Guernica che per più di un’ora ti era sfuggito. L’infinito del dolore umano ti prende le caviglie e ti trascina giù. Tutti chiacchierano, commentano, citano le schiocchezze imparate a scuola o restano assorti ad ascoltare l’audio guida. Tu invece piangi senza rumore, senza la faccia, lacrime che scendono lente e non fai niente per fermarle. 

Provare emozioni forti e contrastanti davanti a un’opera d’arte è per me l’unico metro di misurazione dell’artista, che forse intendeva trasmettere proprio quelle – o tutto il contrario –. Se il messaggio arriva, se un qualsiasi messaggio arriva, lo stai facendo bene.

Banksy, questo sconosciuto

Però a volte, semplicemente, non te l’aspetti. Entro infatti al MUDEC, in questo gioiellino industriale recuperato alla vita con un’opera di ristrutturazione delicata, convinta di passare un paio d’ore leggere tra immagini scanzonate e irriverenti. Banksy è un pazzo visionario, scarabocchia muri, dai! Uno che sfugge alle definizioni, disegna cartoni inanimati semplici e diretti e si lascia guardare da tutti, anche ignoranti sui temi elevati dell’Arte come noi… un po’ come leggere I promessi sposi su Topolino. O no?

Ecco, no. 

Banksy ha alimentato la sua leggenda con la sua arte muraria, che ormai da molti anni incontriamo nelle strade periferiche delle cittadine inglesi, ma non solo. È sfuggente. Nessuno sa chi sia veramente e per incrementare il suo mito non accetta di fare interviste, se non tramite email. Chi poi ci sia veramente dall’altro lato a rispondere è difficile dirlo. Un uomo solo? Una donna? Un collettivo di artisti? Chissà. Le sue bio parlando di un writer nato a Bristol nel 1974. Non si sa molto altro.

Ma è davvero importante sapere chi realizza questa forma di protesta artistica? Forse no. Forse la cosa davvero importante è solo il messaggio che si vuole veicolare. E “A visual protest” – la mostra milanese al Mudec inaugurata a novembre e che si concluderà il 14 aprile 2019 – inizia a far subito il suo lavoro – farti incazzare – con i “coppers”: il Bobby inglese che mostra il dito medio, il celerino in piena tenuta antisommossa con uno Smiley al posto della faccia, bimbi che giocano indossando il giubbotto anti-proiettile della polizia. Pensi a venti scarafaggi che salgono su un pullman di tifosi tranquilli, sulla strada di casa, spaccando le porte del bus e menando alla cieca. Con uno Smiley sotto il casco non si può vedere se stai colpendo un sedile o la testa di qualcuno, sei sereno nel tuo senso di giustizia, carico di adrenalina chimicamente sollecitata. È l’arte, bellezza! È normale che (non) faccia notizia. 

Banksy riesce nell’intento di rendere la sua arte pubblica, nel modo più inclusivo possibile. Sfidando la legge e disegnando sui muri. Celebre il suo motto: se i graffiti potessero davvero cambiare qualcosa, sarebbero illegali. Scrive questa frase su un muro privato, in una città normale, infrangendo diverse leggi e usando il sarcasmo come unica arma di difesa. Come non amarlo!

La mostra

L’artista inglese (noto anche per la provocazione del suo quadro, autodistruttosi non appena è stato battuto all’asta di Sotheby’s) nobilita la distanza tra il messaggio scritto e il contesto visivo, ti fa apprezzare quella simpatica sinapsi che scatta quando ti accorgi dell’errore (?), del dettaglio fuori posto, della IN-coerenza; ti sale un ghigno incontrollabile, che può esplodere in una risata o sciogliersi in amarezza. La strafottente cresta verde sul testone di Churchill fa il paio con quadretto rosa confetto con due vecchiette che prendono il tè sferruzzando maglioni con su scritto che il punk non è morto.

Banksy è ossessionato dalla guerra, dalla perdita dell’innocenza, e ci fa uno dei suoi scherzetti da pugno allo stomaco. Mette un fiocco rosa agli elicotteri da combattimento (orgoglio produttivo italiano, non dimentichiamolo), accompagna la “bambina del napalm” a (Mc)Donald, rubando un’immagine iconica e facendola sua.

Non crede alla proprietà, regala le sue opere al mondo, le abbandona allo sguardo del passante, sfidandolo ad aprire gli occhi mentre corre al lavoro, a rendersi conto. Mette la sua opera su un muro qualsiasi, giocando con gli elementi, naturali o antropici, per creare un ulteriore colpo di scena: l’immagine di un bambino piccolino che imbraccia un enorme fucile mitragliatore, già di per sé angosciante, fa un’ulteriore capriola se il fucile è puntato contro un cartello che vieta di parcheggiare lì. E ti scappa un sorriso sopra l’orrore. 

Tutti i quadri che vediamo nei musei furono creati per un altro luogo, sono stati trascinati via e si è sicuramente perso qualcosa togliendoli dal contesto. Lo stesso succede con Banksy e le sue opere, la cui transitorietà necessaria viene in qualche modo fermata nel museo, che però intelligentemente ce la ricorda come elemento essenziale, con un video su tre pareti che fonde i pezzi più famosi in immagini a diversa angolazione e focus, riempiendo una stanza di colore e movimento. 

Mi resta nel cuore il video #withSyria (visibile su YouTube per chi vuole farsi un piantino insieme a me) che riprende la bambina col palloncino rosso, dandole tanti troppi amici, facendo volare via dal mondo intero diverse generazioni rosso sangue. 

Un muro è un’arma potente, ci ricorda Banksy, con una terribile mappa del mondo e tutti i suoi muri (alcuni più vicini a noi di quel che sappiamo). Serve a proteggerci ma anche a dividere, si costruisce per escludere, per non vedere. Proprio quel muro è la tua tela, lo colora e ci mostra che non è invincibile, racconta una storia diversa: quella dei topini coi cartelli ammonitori o il pennello in mano, quella di una molotov che fiorisce tra le tue mani, di un’utopia realizzabile. 

Chi viene con me al suo Walled Off Hotel” ? 

Per informazioni sulla mostra cliccare su:
http://www.mudec.it/ita/banksy-mudec-milano/

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Barbara Salazer

Gira il mondo da una vita, collezionando facce e storie, ma torna sempre a casa, prima o dopo. Ha forse sbagliato studi e lavoro, ma non rinnega nulla e crede fermamente nel dare a se stessi una seconda (e terza...) opportunità. Ama la vita, la musica, i libri, il caffè e la stout. Odia la gente, ma non può farne a meno. Sta scrivendo una "Teoria della Lentezza" che potrebbe anche arrivare in libreria, con molta calma. Ha un solo difetto: l'Hellas Verona.

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