I TOOL tornano con “Fear Inoculum”

Uno scheletro fluttua in una sostanza indefinita, forse liquida, forse aerea. Durante le sue evoluzioni ci accorgiamo che sulla sua spina dorsale sono applicati degli elementi meccanici simili a ingranaggi. Potrebbe quindi essere il cadavere di un cyborg, un essere metà uomo e metà macchina. A un certo punto lo vediamo ricoprirsi di una sostanza apparentemente morbida che ci suggerisce l’idea che possa trattarsi di una specie di rivestimento biologico. È questa presenza inquietante e ambigua il “maestro di cerimonia” al quale i TOOL affidano il compito di dare il benvenuto sulla loro pagina Web. 

È subito evidente come sia complesso parlare della band americana, come è complesso l’ascolto della sua musica, un monumentale quanto oscuro e claustrofobico labirinto sonoro che non è riconducibile ad alcun specifico genere.

Partiamo dai dati biografici. La band nasce nel 1991, in piena era “Grunge”, a Los Angeles e la line up originale è formata da James Maynard Keenan voce, Adam Jones chitarra, Paul D’Amour basso, che lasciò la band dopo i primi due dischi per venire sostituito dal bassista britannico Justin Chancellor, e Danny Carey batteria. 

In questi giorni, dopo un silenzio di 13 anni – periodo di tempo che corrisponde all’intera attività dei Led Zeppelin – hanno rilasciato il loro ultimo lavoro, Fear Inoculum, il seguito di 10.000 Days pubblicato nel 2006, la cui curiosa custodia contenente un piccolo schermo che riproduce un ermetico video accompagnato da inquietanti rumori, ci fa immediatamente capire come il lavoro della band non si limiti alla dimensione sonora e lirica, ma si componga anche di un immaginario visuale, in massima parte frutto della creatività di Adam Jones, che fa da corollario alla monumentale costruzione sonora della band. Lo stesso Jones, prima di entrare a far parte della band, lavorava come creatore di effetti speciali, esperienza che sarà fondamentale per la successiva evoluzione della band.

Nel video riprodotto dalla custodia di Fear Inoculum due ermetici gemelli siamesi uniti per la parte inferiore del corpo, e costituiti da due tronchi semiumani dotati di 8 braccia e 8 occhi e un capo curiosamente simile alla mitra papale, fluttua come un’astronave in uno spazio dalle caratteristiche geometriche incomprensibili. Il video di Prison Sex, realizzato con pupazzi in stop motion e diretto dallo stesso Jones, come la maggior parte dei video della band, è ambientato in una sorta di segreta e racconta la triste storia di un pupazzo privo di gambe che subisce una sorta di rito Voodoo da parte di un altro personaggio vestito in latex, il quale tuttavia pare anche manifestare nei suoi confronti sentimenti di affetto. Durante gli show live nei quali la band si limita a suonare senza interagire con il pubblico, l’apparato scenico è affidato a ermetici video che vengono proiettati sui megaschermi alle spalle dei musicisti, e che riproducono immagini caleidoscopiche o criptiche animazioni. Il libretto all’interno della custodia del CD di Lateralus è composto da una serie di pagine trasparenti in cui è impressa a stratificazione l’immagine di un corpo umano, sfogliando le quali si scende dalla pelle fino al cervello in corrispondenza del quale, sull’ultimo foglio, si riconosce la scritta “GOD”. La copertina di 10.000 Daysè dotata di due lenti attraverso le quali si può vedere tridimensionalmente le immagini stampate nel booklet del CD. Immagini ermetiche, che rimandano a un immaginario visionario, allucinato e oscuro. Labirintico.

Come l’immaginario visivo dalla band, ermetici sono anche i testi composti da Keenan, che spaziano da una violenta antireligiosità («Jesus Christ, why don’t you come save my life / Open my eyes, blind me with your light now And your lies.» di Opiate) a capziose metafore, come Stinkfist, nel quale la descrizione nemmeno tanto metaforica di una pratica sessuale estrema («Knuckle deep inside the borderline This may hurt a little but it’s something you’ll get used to Relax Slip away.») vela una meditazione su quanto la tecnologia anestetizzi e desensibilizzi l’uomo («Something kinda sad about/The way that things have come to be/Desensitized to everything/What became of subtlety?/ How can it mean anything to me»). Ma la ricerca lirica di Maynard non si ferma qui. in Lateralus il testo della canzone è composto sullo schema della sequenza di Fibonacci. Così, alla successione numerica 1, 1, 2, 3, 5, 8, corrisponde la suddivisione in sillabe del testo della canzone:

Black (1) Then (1) White are (2) All I see (3) In my infancy (5) Red and yellow then came to be (8).

La medesima oscura complessità dell’immaginario visuale della band e che costituisce il tratto distintivo delle liriche di Maynard è la cifra della sua musica. I TOOL destrutturano completamente la forma – canzone rock organizzata attorno allo schema strofa –, il ritornello e tutte le sue varianti per sostituirla con una struttura labirintica e claustrofobica, senza inizio né fine, priva di centro e senza via di uscita. Un ermetico caleidoscopio al quale l’immaginario visivo della band lungi dall’essere una mera appendice, è il necessario contrappunto e completamento.

Il tempo della musica del TOOL non è lineare né circolare. È labirintico. Spezzato, continuamente interrotto e ripreso, come il tempo dello Gnosticismo, quell’insieme di credenze dualistiche che nel Medio Oriente del II secolo d.C. lanciarono una sfida al Cristianesimo basata su un nichilistico rifiuto dell’immanenza fisica, la quale era concepita come una cella che teneva vincolata l’essenza spirituale dell’individuo, il Pneuma, che ne era rimasta intrappolata in seguito ad un processo di decadimento e dalla quale avrebbe dovuto liberarsi attraverso la gnosi, termine che in greco significa “conoscenza”.

Maynard cita esplicitamente il tema gnostico della liberazione nel brano Pneumacontenuto in Fear Inoculum. Il Pneuma è incatenato alla carne, intesa come immanenza materiale («We are spirit bound to this flesh / We go round one foot nailed down / But bound to reach out and beyond this flesh / Become Pneuma»). Si può liberare attraverso un processo di progressivo risveglio che porta al ricongiungimento con l’Uno originario. Per ritornare nell’Uno («Shine until the two become one» di Jambi) si deve prima vagare in un labirinto senza inizio né fine, di cui la musica della band è una metafora, al ritmo del drumming funambolico di Carey, la cui impressionante crescita tecnica dai primi album lo pone tra i primi batteristi al mondo. I suoi ritmi spezzati, dispari, sono il rumore di passi incerti all’interno di oscure segrete della mente, nelle quali Maynard come uno sciamano selvaggio, declama le sue “litanie contro la paura” sul tappeto steso dalla chitarra di Adam Jones e scandito dalle virtuosistiche pulsazioni del basso di Justin Chancellor. 

Il mondo della band californiana è la metafora in musica (e in immagini) di un universo oscuro e privo di vie d’uscita. Una trappola, o meglio una cella. Un universo che trecento anni prima dei TOOL è stato raffigurato da un visionario architetto-incisore veneto, Giovanni Battista Piranesi, nelle sue incisioni della serie delle Carceri d’invenzione. Le visioni dell’artista di Mogliano Veneto che raffigurano spazi ctoni, oscuri, claustrofobici, ove luce del sole non arriva, dalle prospettive distorte e ambigue che ingannano l’osservatore potrebbero essere il palcoscenico ideale per uno show di Maynard e compagni. Osservando i grandiosi labirinti di una monumentalità malvagia che incombono su minuscole figure umane incatenate raffigurati nelle incisioni piranesiane delle Carceri, ci aspettiamo da un momento all’altro che un riff di Adam Jones ne squarci l’oscurità e che Maynard inizi a salmodiare le sue litanie. Piranesi e i TOOL, in un ideale dialogo a distanza di secoli, ci consegnano la medesima visione: l’Uno è spezzato in frammenti che galleggiano l’uno accanto all’altro, come nell’incisione de Il Campo Marzio, e il mondo è una tetra prigione dove l’uomo si trova rinchiuso. Un mondo come direbbe Henry Miller, «senza speranza, ma non disperato» quello dei TOOL, perché aperto alla possibilità di trascenderlo, attraverso il risveglio che libera il Pneuma. «Cercare me stesso e conoscere chi ero e chi sono, per ridiventare ciò che ero»” come sta scritto nel testo gnostico degli Atti di Tommaso, ma che potrebbe anche essere un verso di una canzone dei TOOL. 

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Luca Comper

Architetto, sta al giornalismo come uno scafista sta alla marineria. Appassionato osservatore delle cose, resta umile servitore nella Vigna del Signore, oltre che manipolatore seriale. Il suo motto è «ho costruito la mia causa sulla molestia»

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