Il negozio online di Banksy è aperto

Ecco. Mi è salita l’ansia… Per Banksy posso considerarmi una genuina collezionista d’arte?

Il geniale artista ha annunciato un paio d’ore fa su Instagram che il suo shop online, il Gross Domestic Product (che in italiano si traduce in “Prodotto interno lordo”, o, più probabilmente, “Disgustoso prodotto interno”) è aperto. Un’operazione, questa, per denunciare una controversia sull’uso del suo marchio, a fini di lucro, da parte di società non collegate alla sua persona. Sebbene la mossa sia anche commerciale, Banksy ha dichiarato che i ricavi delle vendite serviranno per acquistare una nave a Pia Klemp, la capitana della nave Iuventa, di proprietà dell’Ong tedesca Jugend Rettet, che attualmente si trova sotto sequestro in Italia in quanto, secondo la magistratura trapanese, utilizzata a favore dell’immigrazione clandestina. 

Dopo giorni a leggere sulla pagina quel “Next opening”, il mio cuore ha cominciato ad accelerare. Posso io non avere un pezzo d’arte del più sfuggente, oscuro e misterioso – nessuno sa chi sia –  artista vivente di questo secolo? NO. Devo averlo. Fosse anche un kleenex usato.

La pagina iniziale riporta il nome del sito “Gross Domestic Product” e il disegno di un carrello del supermercato rovesciato con la scritta “Solutions for wealth”, soluzioni per la ricchezza. Cliccando sul carrello si entra in una pagina in cui Banksy spiega come funziona lo shopping.

E già qui iniziano i “problemi”. Quando cliccherete con bramosia “acquista” non è detto che riuscirete davvero a pagare e a farvi recapitare a casa il tanto agognato status symbol. Le avvertenze infatti chiariscono subito che non ci si attiene alla regola del primo arrivato, primo servito. Perché, a causa del numero limitato di prodotti attualmente disponibili, viene aperto un sistema di registrazione. Si ha tempo fino al 28 ottobre per navigare nel negozio e registrare L’INTERESSE per l’acquisto di un prodotto. I partecipanti verranno selezionati in modo casuale e avvisati a mezzo mail se sono stati sorteggiati. L’artista ha fissato il prezzo della prima spedizione a una tariffa ridotta per i clienti a basso reddito. E poi aggiungono: «Ti preghiamo di astenerti dal registrarti in questo momento se sei un ricco collezionista d’arte». Ok, per me non rappresenta un problema: se fossi stata una ricca collezionista a quest’ora avrei una sua opera in casa. Mi sarebbe andata bene quella che si è autodistrutta in mille foglietti di carta non appena acquistata a oltre un milione di euro.

Le avvertenze proseguono nello specificare che questo è un vero negozio: vende articoli e offre rimborsi e che tutti i prodotti sono realizzati in uno studio d’arte, non in una fabbrica, da una manciata di persone, utilizzando dove possibile materiale riciclato. E informano che «il PIL potrebbe rivelarsi un’esperienza deludente al dettaglio, soprattutto se si è riusciti a effettuare un acquisto». 

Banksy con me riesce esattamente a ottenere il meccanismo del “più una cosa è inaccessibile più è attraente”. Voglio avere qualcosa a tutti i costi!

Clicco su “Enter shop”. Fino a qui almeno ci sono. I prodotti in vendita sono pochi e per la maggior parte “bizzarri”, nel suo stile ironico, dissacrante e dissacratorio, in cui l’attualità viene analizzata e presa di mira. Si parte da oggetti in edizione illimitata – sarà vero? – come le tazze decorate da disegni che non è possibile scegliere (verranno spedite in maniera casuale) e la bombolette di colore spray a 10 sterline. Poi si passa alle magliette con la bambina iconica che perde il palloncino a forma di cuore che costano 35 sterline.

Quindi si fa un salto a 150 euro con la coppia di cuscini su cui ci sono le frasi “Life is short” e “to take advice from a cushion”, la vita è breve per accettare consigli da un cuscino. Poi ci sono i prodotti in edizione limitata. E sono davvero pochissimi i pezzi. Per esempio, 50 per l’orologio con il disegno del topo che corre (500 sterline). Quindici per il casco della polizia psichedelico (500 sterline). Un solo giubbotto antiproiettile con la bandiera inglese, a 850 euro, così come un’unica clutch di mattone a 750 sterline. Ci sono altri prodotti e alcuni solo in esposizione, non ancora in vendita. Infine, la ciliegina sulla torta: la lapide. Con questa descrizione: «Attualmente ancora nel terreno. Prossimamente. Cosa compri per un persona che ha tutto? Un promemoria da 230 kg che non puoi portare con te.» 

Opto per la tazza, per vedere cosa succede. E perché la voglio, ovviamente! Ed ecco di nuovo il genio che viene fuori: per procedere all’acquisto devi dimostrare che non sei un robot e rispondere alla domanda “Why does art matter?” Perché l’arte conta?. Non più di 50 parole. Mi do all’ermetismo e rispondo… No, non ve lo dico. Poi mi copiate la frase e sorteggiano voi e non me.

A questo punto inserisco i miei dati. Non mi resta che attendere la mail di conferma. Finché scrivo verifico la posta: mi hanno comunicato che l’ordine è stato ricevuto e che mi faranno sapere.

Per ora finisce qui la mia avventura con Banksy. Di solito non sono fortunata in questi casi. Sicuramente la mia tazza – sì, perché ormai me la sento un po’ mia – andrà a qualcun altro.
Addio alle mie velleità di vera collezionista d’arte.

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Serena Dei

Laureata in Giurisprudenza, Serena Dei è giornalista pubblicista e scrittrice. È editor di opere inerenti a cucina, enogastronomia, benessere, attualità e infanzia; collabora con varie testate e case editrici. È caporedattrice de "Il Nazionale-Verona" del settore Cultura&Spettacoli.

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