Il rapporto generazionale nell’opera di Bronzato

Padre figlio è un rapporto complesso, specie se l’orrore per l’errore si trasmette per generazioni, come nella tradizione religiosa arcaica (ma qui per fortuna si ferma alla terza)…

Lo spettacolo al Camploy, a regia di Sebastiano Bronzato, è teatro di parola, teatro che si propone come rappresentazione della vita nella chiave del metateatro pirandelliano, che non esita a sfondare la finzione scenica rendendo luogo dell’azione non solo il palco ma tutto il Camploy. Ma Pirandello ritorna pure nel topos maschere nude, nel richiamarsi a Uno nessuno centomila quando, nei rapporti padre figlio, constata l’impossibilità di essere conosciuti (e soprattutto ricordati) per quello che ciascuno di noi pensa di essere davvero. Che poi, alla fine, cosa resta di noi, tolte le maschere che indossiamo e che ci appiccicano?

La deformazione dell’immagine, in Padre, figlio e spirito stanco, è oltretutto filtrata dal ricordo che, nel tempo, subisce l’effetto del sentimento e del risentimento, delle emozioni che finiscono per stravolgere o rendere monodimensionale la personalità di un padre/nonno assente ma iconicamente scolpito nel ricordo del figlio, ora a sua volta diventato padre. Un nonno/padre (Alberto Bronzato) brutale, alla Tozzi e che irretisce, come nella Coscienza di Zeno, il figlio ora padre a sua volta (Andrea De Manincor). Che sulla scena scopre – con sorpresa, incredulità e un pizzico di gelosia – che il proprio figlio (Sebastiano Bronzato), ha conosciuto un nonno/padre diversissimo dal suo ricordo, dalla sua esperienza. Un “nonno” indulgente, persino amichevole col nipote. E si apre la questione del valore e della forza dei “no” nel rapporto genitori/figli, tra limite e stimolo guerra dei ruoli.

La storia, messa così, sembra un dramma duro da recitare e ancor più da vedere. E invece no. Il tempo vola e, alla fine, rimane il desiderio di saperne di più. Il tono colloquiale del testo (di Francesca Mignemi) lascia spazio a battute che liberano frequenti e sincere risate nel pubblico, pur nella tensione drammatica di fondo. La storia stessa, passando dal classico dramma borghese al fantastico, se non addirittura al grottesco, permette ai personaggi di fare i conti con il passato, di parlarsi, di chiarirsi e di permettere al pubblico di comprendere che la vita del genitore è sì colma di errori, che tuttavia provengono da buone intenzioni.

Andrea de Manincor

Bravi senz’altro gli interpreti, dal giovane e guizzante attore e regista Sebastiano Bronzato, al padre Alberto Bronzato, dalla sicura e decisa presenza scenica legata a un personaggio nonno ingombrante, tuttavia capace anche di sciogliersi in un’umanità dolente. Eccellente Andre De Manincor, che incarna un padre che si ritrova nel mezzo di due generazioni e che si deve confrontare con l’odiato modello paterno che, talvolta, si scopre a reiterare nei confronti del figlio.

Un incontro-scontro che permette a ciascuno di confrontarsi con il proprio vissuto familiare e riconsiderare pregiudizi e ricordi della propria vita, se non di genitore, di certo di figlio.

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Stefano Magrella

Veronese d'origine, vanta ascendenze cimbre tutte da dimostrare. Docente di lettere, viene definito amorevolmente dai suoi cari come polemico, pesante, pedante e pignolo. Nel tempo libero assapora ogni sfumatura della noia.

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