Il romanzo “Addio fantasmi” non convince

Addio fantasmi è il secondo libro di Nadia Terranova, arrivata all’attenzione di pubblico e critica grazie al suo romanzo di esordio Gli anni al contrario, per il quale ha ricevuto diversi premi: Premio Bogutta Opera Prima e Premio Viandana. 

Apprezzata come scrittrice, in virtù della sua precedente opera, ha conquistato, con il suo nuovo libro Addio fantasmi (Giulio Einaudi Editore), la candidatura al Premio Strega 2019, il riconoscimento più prestigioso per la letteratura italiana, ambito sia da scrittori che dalle case editrici.

La storia che ci consegna Nadia Terranova ha come protagonista Ida, una donna di quasi quarant’anni che ritorna nella sua città natale, Messina, dopo essere stata contattata dalla madre alle prese con la sistemazione della casa di famiglia. Ida lascia Roma, dove vive con il marito Pietro, per aiutare la madre nella ristrutturazione della casa. 

Tornata a Messina, Ida inizia un viaggio introspettivo nel passato dove ritrova, come allora, i suoi “fantasmi”, ossia il ricordo del padre scomparso quando lei aveva appena tredici anni e di cui aveva cercato di soffocare ogni ricordo; il libro è incentrato dall’inizio fino alla fine sul dolore provato dalla stessa a causa di questa scomparsa mai elaborata.

Terranova porta il lettore dentro la lunga sofferenza della protagonista attraverso flashback del passato, momenti vissuti col padre, visioni, sogni, stati d’animo di allora e di oggi. Questo percorso introspettivo, benchè curato da una buona scrittura, ci viene, tuttavia, illustrato dall’autrice con un linguaggio che risulta estremamente enfatico e macchinoso; pertanto i pensieri e gli stati d’animo della protagonista ne rimangono penalizzati. 

Conseguentemente, il dolore di Ida per la perdita del padre non riesce ad emergere completamente, impedendo al lettore di assaporare il forte senso emotivo che un evento così straziante porta con sé. 
Nella prosa, infatti, si scorge una ricerca quasi forzata di frasi complesse che monopolizzando l’attenzione fanno venire meno la comprensione della sofferenza avvertita dalla protagonista.

Nonostante l’inizio della lettura conceda capitoli, in particolare i primi, molto profondi e intensi, l’autrice poi si perde in una scrittura troppo ridondante, ripetitiva, che spesso rende difficile e faticosa la lettura. 
Rileva così una esposizione che non solo va a scemare in concetti assai ingarbugliati ma che risulta insistere troppo su pensieri ossessivi in merito all’immagine del padre, in continue e recidive visioni, in interminabili elucubrazioni sul dolore.

Questa forzata complessità, purtroppo, pregiudica inevitabilmente quella semplice empatia, quella vicinanza tra il romanzo e il lettore, che una storia di autoanalisi dovrebbe regalare e che sfugge completamente durante il corso del racconto.

Nadia Terranova

Al di là di queste considerazioni meramente stilistiche, la Terranova ha lasciato inoltre dei vuoti descrittivi relativamente alla narrazione, mancando nel delineare in modo esauriente i rapporti intrattenuti con i personaggi coinvolti nella storia e vicini alla protagonista (Sara, la sua migliore amica, il marito Pietro e soprattutto la madre), i quali vengono accennati solo a singhiozzo. 
L’autrice si limita a riportare dei brevi dialoghi tra Ida e la medesima che appaiono quasi artificiosi e innaturali vista l’assenza di una definizione precisa del loro legame.

Ultima nota dolente del romanzo è, purtroppo, la sua conclusione che appare assai frettolosa, racchiusa nelle ultime pagine senza alcun preludio, una fine aiutata da esili circostanze che sembrano introdotte per dare un senso e una fine al romanzo, circostanze per certi versi stentate, prive di una nitida linearità relativamente al racconto narrato. 

A conti fatti, l’unica nota lieve del testo sono a tratti, delle frasi da manuale dispensate qua e là dall’autrice, piccole perle di saggezza, che fanno bene al cuore ma che non riescono a dare slancio al romanzo. 

Probabilmente una scrittura più semplice, diretta e meno ripetitiva avrebbe dato un valore più intenso al libro, quel valore aggiunto capace di far arrivare al lettore la sofferenza della protagonista e toccandolo così nel profondo. 

Sfortunatamente questo non si avverte.

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Katia Zantedeschi

Katia Zantedeschi

Lettrice compulsiva e recidiva. Un vizio che l'accompagna fin dall'età adolescenziale, si nutre voracemente di libri che la condannano all'obesità mentale, ma senza alcun bisogno di una dieta ipocalorica. Il suo motto è: "Se anche solo una persona, grazie al mio cianciare di libri, decidesse di leggerne uno, sarebbe una grandissima vittoria".

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