Sincretismo e paesaggi sonori: Calexico e Iron&Wine conquistano il Vittoriale

Un concerto immaginifico e sincretico, quello di Calexico e Iron&Wine, che portano sul palco del Vittoriale atmosfere e sapori di confine, creando immagini di quella frontiera fra il Messico e la California dalla quale derivano i nomi (i linguisti direbbero parole macedonia) delle città di Mexicali, in Messico, e di Calexico, appunto, in California. Un sicretismo aumentato nella collaborazione con del gruppo di Burns e Convertino (ex sessione ritmica del gruppo Giant Sand, fondatori del cosiddetto desert rock) con Samuel Bean, alias Iron&Wine, cantautore indie-folk dall’indubbio talento canoro e compositivo.

Bean e Burns sono amici di lunga data: la loro collaborazione comincia nel 2005 con In the Reins e prosegue, quindici anni dopo, con il nuovo album del 2019 Years to burn. Sul palco di Tener-a-mente Bean e Burns, accompagnati dall’orchestra folk dei Calexico, hanno raccontato due linee artistiche che percorrono parallele da tanto tempo, e che sanno intrecciarsi con talento, per creare atmosfere delicatamente meticcie.


Se la cifra artistica di Bean è indubbiamente legata alla bellezza cristallina della sua voce, ed alla capacità di scrivere canzoni asciutte ed emozionanti, l’incontro con il savoir faire chitarristico ed il tono arrochito di Burns regala armonie vocali intriganti. E poi ci sono gli altri, bravissimi, musicisti: Convertino alla batteria, Zander al basso, Valenzuela alla tromba e Wank a tastiere e fisarmonica. Il risultato è una band raffinata, che non esagera mai, e sfrutta la sua piena potenza solo quando serve. Ma quando lo fa, è soprendente, come girare l’ultima curva di un sentiero di montagna e trovarsi di fronte, aperto ed infinito, il paesaggio della valle.

Infatti è questo il punto forte dei Calexico: la capacità di creare paesaggi sonori, la ricerca della fusione fra immagine e musica. Ed è questo il motivo per cui la loro musica è, spesso, diafana: perché nasce dall’immaginazione di spazi desolati, semivuoti, sconfinati, come il deserto di frontiera. E, di conseguenza, lascia spazio alla mente dello spettatore, che può completare il racconto sonoro con la propria visione. Ne è stato un magistrale esempio Midnight sun, tratta dal nuovo album, una ballata enigmatica e psichedelica intermezzata da un assolo, allo stesso tempo abbozzato e virtuoso, di Burns, che si è poi trasformato in un crescendo di tutta l’orchestra verso la coralità della fine.

Discorso diverso va fatto per il lungo intermezzo dedicato ai soli Beam e Burns, che si sono confrontati l’uno con le canzoni dell’altro, in modo scherzoso e divertente ( anche se la gag migliore della serata si è vista con Valenzuela in veste di cameriere che ha servito vino a Beam, una chicca studiata ad arte) e dimostrando tutta la loro complementarietà: se, come cantante, Beam ha qualcosa in più, Burns lo batte alla chitarra. Detto questo, si preferisce Beam come solista (lo dimostra perfettamente in Bitter Truth, ricevendo i complimenti dal compagno) anche se Burns è il perfetto frontman tex-mex, come ha dimostrato, prendendo in mano la chitarra acustica, con l’esplosione mariachi di Flores y tamales.

Insomma, Calexico e Iron&Wine hanno conquistato il Vittoriale, uno scenario così diverso, ed altrettanto incantevole, rispetto a quelli che hanno ispirato la loro musica. E chissà che un posto così unico possa donare impulso creativo per la prosecuzione, nel futuro, di questa bellissima collaborazione.

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