La storia di Nadia Toffa

«Non ho così attaccamento, non ho paura di andare via, non devo rincorrere niente. Seguirei il mio corso, andrei al mare, godrei con gli occhi.»

Nadia Toffa, nota per il ruolo di inviata e conduttrice del programma televisivo di Italia 1 Le Iene, ci ha lasciati il 13 agosto 2019 dopo una grave malattia che l’ha colpita nel dicembre 2017.
Nell’ottobre del 2018 viene pubblicato dalla casa editrice Mondadori il suo secondo libro Fiorire d’inverno, la mia storia, nel quale Nadia Toffa racconta una sua breve autobiografia fino alla scoperta del tumore al cervello e le vicende della sua vita successive alla comparsa della patologia.

Inizia la sua carriera lavorando per Retebrescia, finché nel 2009 diventa un’inviata de Le Iene. Lì realizza diverse importanti inchieste sulle truffe ai danni del Servizio Sanitario Nazionale, la proliferazione delle sale slot in Italia, la pedofilia online, la diffusione dell’HIV, l’inquinamento e lo smaltimento illegale dei rifiuti in Italia. Nel 2014 esce il suo primo libro, edito Rizzoli, intitolato Quando il gioco si fa duro. Nel 2015 diventa conduttrice del talk show Open space, sempre in onda su Italia 1. Nello stesso anno vince il Premio Internazionale Ischia per il giornalismo – Sezione TV per un servizio sulle donne rapite dall’Isis e nel 2018 il Premio Giornalistico Internazionale Marco Lucchetta per un’inchiesta sulla prostituzione minorile a Bari. Nel febbraio dello stesso anno le è stata conferita la cittadinanza onoraria di Taranto, per il supporto nella raccolta fondi a favore del reparto di oncologia pediatrica. 

Fiorire d’inverno è un libro molto semplice e scorrevole – solo 140 pagine – che non si avvale di un particolare mordente letterario. Anzi, al contrario, si contraddistingue come una lettura agevole e alla portata di tutti.
Nadia Toffa mette a nudo la sua vita raccontandola in modo diretto e schietto fino alla scoperta della malattia e la reazione alla medesima.
La cosa che colpisce è che del cancro ne parla appieno solo nelle ultime 40 pagine mentre per tutto il resto del libro racconta di Nadia bambina, adolescente, donna e instancabile lavoratrice.

La giornalista, delineando alcune vicissitudini adolescenziali, descrive il suo carattere tenace e forte fin da piccola, il suo essere una ragazzina un po’ diversa dalle sorelle perchè “maschiaccia” sempre pronta al rischio: niente trucco, niente orpelli, solo interesse verso la vita, verso il mondo.
Curioso è il capitolo dove racconta quando aveva adottato come bicicletta una bmx con sedile allungato con la quale si gettava senza paura nelle rampe dei garage, cadendo poi e sbucciandosi le ginocchia, ma senza battere ciglio, si rialzava e via, andava ancora senza dirlo alla madre, a differenza delle sorelle che invece viaggiavano tranquille nel quartiere con le biciclette di Barbie e mai avrebbero fatto ciò che faceva la temeraria sorella.

Descrive, a seguire, la sua esperienza sportiva come ginnasta: con ottimi successi intraprese la strada della ginnastica artistica, evidenziando una immensa tolleranza al sacrificio fisico e alla resistenza nonché una rigorosa disciplina.
Nadia racconta, poi, i suoi inizi lavorativi dopo l’università, l’esperienza per una televisione locale dove si distingueva per un incrollabile presenzialismo lavorativo sia di forma che di sostanza creando i servizi completamente in autonomia e cominciando con le sue prime inchieste. Successivamente approda alle Iene e qui illustra la sua lunga gavetta prima del successo.

In tutte queste vicende tocca a tratti l’argomento cancro solo alla fine di alcuni capitoli spiegando che la sua tenacia, la sua forza, la sua positività sono, come il lettore ben può percepire dalla sua storia, parte del suo carattere; rileva chiaramente che il suo modo di affrontare il cancro è stato una naturale conseguenza della sua incrollabile personalità.
Racconta, con un tocco di penna estremamente emotivo, anche il suo arrendersi; Nadia era abituata a fare tutto da sola non si fermarva mai, sempre un treno in corsa.

La malattia ha dato il suo stop, l’ha fermata, aveva bisogno di aiuto.
Le chemioterapie l’avevano distrutta fisicamente pertanto è intervenuta da supporto la presenza della madre, sempre, costantemente. Una situazione strana per Nadia che da donna indipendente e forte ha riscoperto la sua fragilità, la sua umanità.
Nel libro racconta anche delle grosse sofferenze patite non solo per la malattia ma per le critiche ricevute soprattutto attraverso i social: offese e commenti, causati delle sue dichiarazioni pubbliche in merito al cancro e della sua esplicitata forza d’animo nell’affrontarla, che l’hanno ferita profondamente.
«Penso ci sia stato un pizzico di malafede nel voler travisare quello che ho detto, sicuramente poca umanità nei miei confronti. Un conto essere critici e spietati col mio lavoro, altro conto è la mia vita personale. E non centra niente che io sia un personaggio pubblico, resto sempre un essere umano. La malattia è sempre con me.»

Ed è proprio il cancro il protagonista dell’ultima parte dell’autobiografia: dal momento del suo svenimento a Trieste nel dicembre 2017 al riscontro della patologia, dalle chemio alla recidiva a metà 2018.
Qui il lettore sente una Nadia Toffa un po’ più fragile, smarrita ma sempre e comunque forte nell’esprimersi, nel raccontare, sembra un ossimoro ma si percepisce la sua paura, la sua debolezza vestita tuttavia di una granitica forza d’animo.
Nonostante tutto la giornalista continua a lavorare con passione nella redazione delle Iene malgrado patisse grandi sofferenze fisiche senza mostrarle a nessuno, in particolare, durante i balletti o gli stacchetti della trasmissione, a cui voleva partecipare in ogni caso.

Non è un libro che trasmette tragicità o pietà, tutt’altro, è un testo che parla semplicemente di una donna, della sua vita, del suo amore per la vita, della sua tenacia nel vivere la sua esistenza così come la sua malattia, della sua energia senza manifestare un ben che minimo vittimismo; il cancro viene descritto dalla giornalista certamente come un fardello da affrontare ma anche come una opportunità che il destino le ha messo davanti per guardare la vita con occhi diversi.
Un testo che ha bisogno di diverse letture per capirne profondamente il senso, se letto solo una volta potrebbe portare il lettore a pensare a uno scritto egocentrico e celebrativo, ma ripreso in mano, riletto e contemplato racchiude una onesta e concreta testimonianza di vita.

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Katia Zantedeschi

Lettrice compulsiva e recidiva. Un vizio che l'accompagna fin dall'età adolescenziale, si nutre voracemente di libri che la condannano all'obesità mentale, ma senza alcun bisogno di una dieta ipocalorica. Il suo motto è: "Se anche solo una persona, grazie al mio cianciare di libri, decidesse di leggerne uno, sarebbe una grandissima vittoria".

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