Lawrence Wright a Verona per il suo ultimo libro

«Pensate alle caratteristiche, buone e cattive, che distinguono gli USA – la loro grandezza e la loro varietà, l’ottimismo e la sicurezza di sé, il materialismo e la spacconeria, la capacità di tirar fuori qualcosa dal nulla, la violenza e la religiosità – e le troverete nella loro forma più pura in Texas. Il Texas è l’America all’ennesima potenza.» 

Così scrivevano una quindicina d’anni fa l’allora direttore dell’”Economist” John Micklethwait e l’allora suo corrispondente da Washington, Adrian Wooldridge, nel loro imprescindibile The Right Nation: Why America Is Different

Da allora il “caso texano” è divenuto sempre più centrale, e su di esso si sono cimentate alcune delle migliori penne del giornalismo a stelle e strisce. In alcuni casi ne sono uscite letture utili e ben compilate ma poco ambiziose sul piano letterario, come As Texas Goes, della redattrice del “New York Times” Gail Collins (2012), o Big, Hot, Cheap and Right della giornalista del “Texas Monthly Erica Grider” (2014). Diverso il caso di God Save Texas di Lawrence Wright (2018): un lavoro che spicca sugli altri pubblicati sul tema in quanto, oltre a offrire informazioni e suggestioni, ha anche, per così dire, un’anima. Wright lavora da anni per quella che da sempre è la rivista meglio scritta d’America, il “New Yorker”; ma non è affatto newyorkese, è texanissimo, di Austin. Nel 2007 ha vinto un meritatissimo Pulitzer per il suo capolavoro The Looming Towers, una monumentale inchiesta su Al Qaeda e l’attentato dell’11 Settembre 2001, costruita intervistando oltre seicento persone e narrata seguendo come filo conduttore la incredibile vicenda personale di John O’Neill, il quale dopo aver dato per anni la caccia ad Osama Bin Laden per l’FBI morì nel crollo delle Torri Gemelle delle quali era da poco divenuto responsabile della sicurezza. Sino a pochi mesi fa quel libro (dal quale nel frattempo è stata anche tratta una fortunata miniserie TV, con protagonista Jeff Daniels) era l’unico di Wright a essere uscito in una edizione italiana (Le altissime torri – Adelphi, 2007). Ma ora la brillante iniziativa della giovane ma audace casa editrice NR Edizioni ci regala anche Dio Salvi il Texas, e anche stavolta si tratta di una lettura che merita di essere goduta, dalla prima all’ultima pagina.

Non si tratta di un puro e semplice saggio, ma di un libro personale, scritto con il cuore, nel quale Wright si mette in gioco in prima persona condividendo le proprio esperienze e opinioni senza pretendere di perorare una tesi, o di imporre una determinata chiave di lettura. Ne risulta una scrittura libera, nella quale ci si immerge per il piacere di conoscere e comprendere, prima ancora che per acquisire risposte o soluzioni.

Il che non toglie che si tratta anche di un libro denso di dati e di fatti, disponendo sul tavolo i quali alla fine ci si trova di fronte alla solita questione: il Texas, con tutti i suoi difetti ed eccessi, è pur sempre un “sistema” che, piaccia o no, “funziona” – decisamente meglio della tanto idolatrata California –. E qui si vanno a toccare nervi scoperti, a mettere in discussione luoghi comuni che molti, anche in America, preferirebbero lasciare lì dove stanno. Che il caso texano abbia una insopprimibile rilevanza, del resto, lo si riscontra anche da questo: nel fastidio che provoca agli snob della East e della West Coast. «Quando dico a chi non abita qui che sono del Texas – racconta Wright – ricevo sguardi perplessi. È come dire che evadi il fisco.»  

Lawrence Wright

Wright, pur con tutti i suoi dubbi e il suo atteggiamento niente affatto da tifoso (merce rara oggigiorno), non trascura di ricordarci che «la California ha più regole e più tasse, mentre il Texas è tendenzialmente privo di restrizioni e ha un regime fiscale tra i più leggeri del Paese. Il Texas riduce costantemente il divario con la California in termini di crescita dell’economia e della popolazione. Le sue esportazioni hanno quasi superato quelle di California e New York messe insieme. Certo, c’è il petrolio, ma il Texas supera la California nell’esportazione di tecnologia. Tra il 2000 e il 2016, l’occupazione a Dallas e Houston è aumentata del 31 per cento, tre volte il tasso di Los Angeles. Durante lo stesso periodo, l’espansione dell’occupazione di Austin è stata superiore del 50 per cento». 

Wright si dice «sempre più convinto che l’America dovrà fare una scelta fra questi due modelli», e pur essendo tutto fuorchè trumpiano si spinge ad affermare che «sotto l’Amministrazione Trump il Texas sta chiaramente vincendo».
Si tratta di una tendenza destinata a consolidarsi o a mitigarsi? Quello di Wright è veramente un «viaggio nel futuro dell’America», come recita il sottotitolo dell’edizione italiana del suo libro? 

Alla lunga sarà l’America tutta a divenire sempre più texana, o non sarà piuttosto il Texas a cambiare, a “californizzarsi”? 
Wright si domanda, condivide i suoi dubbi, e non pretende affatto di avere in tasca un risposta. Ma a volte già avere la domanda giusta è estremamente prezioso.

Lawrence Wright in questi giorni è in Italia a presentare Dio Salvi il Texas. Sarà a Verona martedì 3 dicembre alle 17 presso la Società Letteraria di Verona in Piazzetta Scalette Rubiani, ospite della Associazione Italia – Stati Uniti d’America.

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