Pasolini e le Falene di Mantero

Il cinque marzo di novantasette anni fa nasceva Pier Paolo Pasolini. Pensavamo al vuoto che ha lasciato colui che è considerato tra i più grandi intellettuali e artisti italiani dell’ultimo secolo giusto qualche giorno fa in occasione della presentazione a Verona di Falene, opera prima di Matteo Mantero. Il romanzo di debutto ufficiale del senatore del Movimento Cinque Stelle prestato alla scrittura, in realtà da sempre sua grande passione, è un racconto coinvolgente, fluido, in grado di abbinare un’avventurosa vicenda all’analisi sociologica – ed è qui che Pasolini ha fatto capolino – di un’appiattita e sinistra civiltà del consumo.

Le Falene di Mantero

Dietro la distopia, quasi sempre, si nasconde la denuncia di certi aspetti della realtà contemporanea. Nel caso di Falene gli elementi sembrano esserci entrambi. La storia narra la vicenda di tre outsider della società, una giovane zingara, un metronotte con dipendenza da psicofarmaci e un impiegato di banca la cui modestissima vita da travet regala soddisfazioni solo attraverso il rapporto con il proprio cane.

I protagonisti sono gli unici a vedere un’eclissi che improvvisamente oscura il sole gettando la città in una notte oscura e senza fine. Il tutto mentre il Presidente della Nazione, giornali e televisioni descrivono entusiasti la ripresa economica di uno Stato in cui le feste religiose e la toponomastica dei luoghi sono stati stravolti in nome del consumismo. In questo tremendo contesto il resto delle persone continua a vivere come se nulla fosse, indifferente anche ai cambiamenti climatici che accadono in assenza del sole, in fin dei conti tutti pervasi unicamente da un’irrefrenabile smania di fare acquisti al centro commerciale.

L’ideologia edonistica

Mantero è nato un anno dopo la pubblicazione di un celebre articolo di Pasolini sul “Corriere della Sera”. Il 9 dicembre 1973 usciva un pezzo illuminante, filosoficamente la prosecuzione di un intervento televisivo in cui l’autore di Scritti Corsari raccontava la spaccatura epocale che stava avvenendo in Italia con l’avvento della società di massa. Una profonda analisi – nitida, se riascoltata o riletta oggi – che prevedeva quel che sarebbe accaduto in una società che stava – parole sue – virando verso una «ideologia edonistica voluta da un nuovo potere che sta attuando una delle peggiori repressioni della storia umana». Una repressione idealmente peggiore rispetto a quelle delle dittature, in questo caso attraverso la rivoluzione delle infrastrutture ma soprattutto del sistema d’informazione.

E dire che mezzo secolo fa la tv aveva due soli canali, non esistevano né Instagram né tanto meno i centri commerciali. Che in Italia, almeno al nord, sarebbero arrivati solo a metà degli anni Settanta, cloni di un modello francese della grande distribuzione organizzata che fa tuttora scuola nel nostro Paese. A cavallo tra il mondo distopico raccontato da Mantero e quello reale del 2019, rileggere oggi le parole di Pasolini è illuminante. La sua capacità d’analisi preventiva traccia il percorso che la società odierna, inconsapevolmente, ha seguito e domani, in piena società liquida, in qualche misura potrebbe accelerare verso quella, per quanto immaginaria, descritta in Falene.

La preveggenza di Pasolini

Pasolini, come oggi Mantero, segnalava il pericolo dell’omologazione, nell’ambito di una distorta percezione della realtà. Concetti per alcuni versi non lontani da quelli che hanno visto Guy Debord enfatizzare il cosiddetto “feticismo delle merci” e l’incombente “Società dello spettacolo”, se non le attualissime chiavi di lettura offerte da Zygmunt Bauman tra postmodernità e società liquida. Nel 1973, mentre le strade e i trasporti motorizzati riducevano le distanze tra campagna, periferia e centro, neutralizzandone la distanza fisica, con l’avvento della televisione Pasolini avvertiva l’appiattimento delle differenze e la mortificazione delle culture originali su cui poggiava l’architrave della società. Come quella contadina, spina dorsale di un mondo in cui la necessità dei beni si limitava all’essenziale. Il nuovo media contribuiva in maniera decisiva alla nascita di un nuovo fenomeno culturale che lo scrittore identificava come “edonismo di massa”.

Con il cattolicesimo schiacciato dalle prerogative della società del consumo, scriveva Pasolini: «Nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione ci sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina)». Il Paese si distaccava, sia fisicamente che culturalmente, dal pragmatismo e dai rapporti sociali di una cultura “antica” per abbracciare con un entusiasmo indotto uno stile di vita che inconsapevolmente stravolgeva le relazioni e disgregava le comunità. Un omologazione al ribasso di una scala di valori che si sarebbe allineata al messaggio soggiogante ricevuto dalla televisione. Elettrodomestico che oggi è affiancato, se non superato, dai social network. Il tutto deformato, o appiattito, per dirla alla Pasolini, «alle norme della produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria)». Quelle norme che sono alla base della storia raccontata da Falene da Mantero.

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Paolo Sacchi

Nato a Genova, ha scoperto quasi subito che le Scienze Politiche non facevano per lui. Viaggiatore e calciofilo, già ufficio stampa, come giornalista collabora con diverse testate cartacee, web e radiofoniche e da anni racconta dal vivo in diretta alla radio le partite del ChievoVerona. Esperto di turismo e di sport britannici, è felice di dover rifare spesso il suo bagaglio a mano.

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