Treasure Rooms, serbatoi di sorprese

Ventisei caveau dei grandi musei italiani si svelano per la prima volta al pubblico negli scatti dell’artista Mauro Fiorese (Verona, 1970-2016), alla GAM, Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti” di Verona, dal 5 aprile al 22 settembre. Inaugurazione giovedì 5 aprile alle 18. Mauro Fiorese. Treasure Rooms (2014-2016), a cura di Beatrice Benedetti, direttrice artistica della Galleria Boxart e di Patrizia Nuzzo, curatrice responsabile delle Collezioni d’Arte Moderna e Contemporanea della GAM, è una mostra promossa dai Civici Musei del Comune di Verona in collaborazione con la Galleria scaligera Boxart. Uno scatto di questo lavoro si è aggiudicato il primo premio di “Codice Mia”, assegnato da una giuria internazionale, mentre la Fondazione Domus ha acquisito un’opera per volontà di una commissione presieduta da Luca Massimo Barbero.


Lybra in Cancer

Una esposizione che porta alla luce uno degli ultimi grandi lavori del fotografo riconosciuto a livello internazionale e scomparso prematuramente tre anni fa a soli 46 anni per un cancro ai polmoni, quel male che ha saputo raccontare in modo creativo e illuminante nel suo lavoro per immagini, durante le cure a Verona, Lybra in Cancer (Bilancia con ascendente Cancro). Ha lasciato la moglie artista Pamela Grigiante e la figlia Leda di sei anni. I ventisei scatti della serie – messi a disposizione dalla Galleria Boxart di Verona che ha sostenuto il progetto – sono stati realizzati nell’arco di tre anni dal 2014 al 2016 e hanno ritratto i depositi dei maggiori musei italiani, in tutto tredici, tra i quali: il Museo di Castelvecchio a Verona, la Galleria degli Uffizi, la Galleria Borghese, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Capodimonte, Museo Correr, MART di Rovereto. L’introduzione al percorso espositivo accompagna lo spettatore dietro le quinte del progetto, attraverso immagini e proiezioni video inedite, riavvolgendo idealmente la pellicola di tre anni di viaggio all’interno dei Sancta Santorum della Grande Bellezza italiana.

Ma come è nata l’idea di portare alla luce l’oro nero italiano per eccellenza? «Mauro conservava nel suo studio nel cuore delle Arche Scaligere, diversi volumi di storia della fotografia – utili per le sue lezioni italiane e americane –, e materiale composito, a cui si appassionava con l’entusiasmo dell’Umanista e gli occhi del fanciullino – ci spiega Beatrice Benedetti –. Oggetti bizzarri, che a un certo punto confluirono spontaneamente nella sua ricerca artistica. Fiorese aveva concepito il titolo Content, mantenendo l’ambivalenza del sostantivo inglese, che fonde il Contenuto, in senso fisico, con l’Argomento astratto. L’idea era nata a partire da quegli oggetti di alto e basso antiquariato che l’artista trasformava indistintamente in “cornici”, per immagini fotografiche coerenti con il contenitore.» E da lì tutto iniziò, innescando una vera e propria miccia. “Quale potrebbe essere il soggetto per un ciclo contemporaneo racchiuso in cornici antiche?”, si chiese in quel dialogo Giorgio Gaburro (fondatore della galleria Boxart, nda). «Mi balenò un pensiero – continua a ricordare Benedetti –, che a sua volta stimolò Mauro: è il patrimonio storico-artistico che contraddistingue l’identità italiana. Perché non esplorare le riserve auree di quel capitale? L’idea convinse subito a tutti e tre. Così, con l’intento solenne di farci rinnamorare della Bella Italia e delle sue inesauribili ricchezze – di cui in pochi ci parevano realmente consapevoli noi compresi –, iniziò un viaggio nei caveau dei grandi musei della Penisola. Nel frattempo avevamo messo in pratica il ruolo primario di una galleria d’arte, analogo a quello di un produttore musicale: coadiuvare gli artisti nel processo creativo, fino a tirare a terra, dal loro mondo, le idee più mature.»

Da quella scintilla nacque Treasure Rooms, il cui titolo provvisorio fu inizialmente Extraction, a indicare che il “petrolio” di un Paese non sempre sia l’oro nero, ma spesso giaccia sotto coperta.

MART

Quelle di Fiorese sono immagini che richiamano la pittura “alta”, grazie alle scelte compositive, alle pennellate di luce, ma soprattutto alla stampa su carta cotone, racchiusa in vetri museali e cornici lignee con targhetta ottonata che diventano parte integrante dell’opera, conferendo un astratto stile solenne, che non combacia tuttavia con alcun periodo storico definito. Immagini di grande fascino che raccontano l’enorme parte invisibile dei grandi Musei. Un “sommerso” che offre linfa all’emerso e che conferma la ricchezza dei patrimoni museali. La stragrande maggioranza dei musei italiani in questo è in linea con le grandi istituzioni estere, dall’Hermitage di San Pietroburgo, al Guggenheim di New York, al Prado di Madrid e al British Museum di Londra, nell’esporre una quota molto esigua delle grandi risorse conservate, circa il 10-15% delle opere. Solo il Louvre è un’eccezione, il quale espone il 40% di quello che ha in casa. Ma in che stato erano queste opere accatastate nei grandi retri dei musei? «Anche in questo senso Mauro ha sfatato un pregiudizio – continua Beatrice Benedetti –. Spesso si pensa che le opere lasciate lontane dagli occhi dei visitatori potrebbero essere accatastate o impolverate senza prestarne sufficiente cura. E invece, con una diversità dovuta a museo e museo, abbiamo trovato un ordine e una precisione davvero sorprendenti. Addirittura al MART sembrava di stare dentro a una sala operatoria tanto era la pulizia e l’ordine dei depositi. In un altro grande tempio dell’arte la password per entrare nel caveau cambiava ogni giorno.»

Treasure rooms degli Scavi di Pompei – Napoli, 2015
Edizione di 2 (110×161 cm + 1 PA) + 6 (90×133 cm + 2 PA)
Stampa ai pigmenti su carta 100% cotone

La mostra, oltre a presentare per la prima volta in Italia la serie completa Treasure Rooms di Mauro Fiorese, invita il visitatore a riflettere sulle funzioni chiave dei depositi e sul loro potenziale: da quello fisico di accumulazione delle opere alla necessaria catalogazione, dall’interscambio inteso l’osmosi tra visibile e invisibile fino alla magia di cui sono carichi questi “serbatoi di sorprese” (la definizione è di Salvatore Settis) restituita dai ritratti di luoghi di Fiorese. L’esposizione è anche un omaggio alla straordinaria storia dell’arte italiana e svela il grande lavoro svolto dietro le quinte dei musei d’eccellenza. Ne risulta un’inedita serie di “paesaggi” non tradizionali, che compongono una pinacoteca ideale, nata a sua volta dalla somma di opere nascoste. Gli orari per visitarli sono i seguenti: da martedì a venerdì, dalle 10 alle 18, e sabato e domenica dalle 11 alle 19, lunedì chiuso.

U.PHO.S

Mauro Fiorese è stato autore e docente di fotografia per oltre vent’anni, ha tenuto corsi presso l’Accademia di Belle Arti e l’Università degli Studi di Verona, allʼIstituto Europeo di Design di Milano e alla University of Illinois at Urbana-Champaign. A gennaio 2016 è stato invitato come Cultural Leader al World Economic Forum di Davos. Una carriera iniziata a 26 anni, e che a 27 dava vita al suo primo ciclo di immagini, Corpolibero, dedicato all’handicap, debitore di maestri americani come Diane Arbus, e poi U.PHO.S. (Unidentified Photographic Subjects, 2005-2015), alla ricerca del mistero simboleggiato dai dischi volanti, continuata per 12 anni. Dal 1997 era stato inserito negli Stati Uniti nella lista dei cento più grandi fotografi del mondo. Ha curato mostre portando a Verona alla Casa di Giulietta e agli Scavi Scaligeri alcuni dei nomi più significativi. Anche per questo la città di Verona deve tanto a Fiorese che può celebrarlo in questi lunghi mesi alla Gam.

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Elena Guerra

Elena Guerra, giornalista e addetta stampa, laureata magistrale in Giornalismo, ha svolto ricerche nell’ambito del giornalismo interculturale grazie al gruppo di ricerca Prosmedia di cui è co-fondatrice. Si occupa di media relations, organizzazione di eventi culturali al fine di promuovere l’incontro di persone e culture diverse.

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