Vince “Bruno Barbieri – 4 Hotel” grazie all’amore per il design

Andrea Quiriconi ha trasformato l’hotel Trieste in un luogo in cui l’arte diventa ingrediente fondamentale per la vita e il viaggio. Merito di oltre mille pezzi presenti oggi nelle maggiori collezioni internazionali di design, un inno veronese all’Italia e alla sua creatività.

Ti chiedono se vuoi partecipare a un programma televisivo e tu pensi che sia uno scherzo. Poi invece capisci che è tutto vero, accetti e… vinci. È quello che è capitato ad Andrea Quiriconi, che quest’inverno ha ricevuto una telefonata per prendere parte a “Bruno Barbieri 4 Hotel”, show trasmesso da Sky e dedicato al settore dell’hotellerie italiana, condotto dal celebre chef e appena giunto alla conclusione della seconda edizione, con l’ultima puntata dedicata a Verona. 

Bruno Barbieri, a destra, con i concorrenti della puntata veronese

Accanto all’hotel Trieste si sono sfidati in un tempo compresso e pieno di sfide altre tre strutture ricettive scaligere: la Locanda al Vescovo, il relais I Tamasotti e l’hotel Villa Malaspina, che oltre a competere si sono giudicate l’un l’altra in fatto di location, camera, servizi e prezzo. A Barbieri è spettato il compito di decretare il vincitore, un risultato che Andrea, proprietario dell’hotel in corso Porta Nuova, non si aspettava minimamente.

«Abbiamo combattuto, ci siamo impegnati al massimo, ma mai avrei pensato di vincere. Anche perché conosco i punti deboli con cui ci siamo messi in gioco: quando è arrivata la troupe, la terrazza era metà un deposito, metà un cantiere. In nemmeno un’ora siamo riusciti a sgomberarla, pulirla e trasformarla in una serra», ricorda Quiriconi. Una sfacchinata resa possibile dalla complicità con il personale e il negozio di fiori di fronte, che quel giorno è stato letteralmente preso d’assalto.

Ma non è solo il senso di squadra ad aver reso speciale questa struttura: basta entrare nella hall, infatti, che subito si respira un’aria completamente diversa dalla maggior parte degli alberghi a cui si è abituati. In pochi passi ci si ritrova nel cuore pulsante di una passione, quella di Quiriconi per il design.

La hall dell’hotel Trieste

L’attività di famiglia è diventata nelle sue mani un progetto del tutto peculiare, grazie al desiderio di renderlo personale e indimenticabile. Gio Ponti, Adriano Olivetti, Marco Zanuso, Vico Magistretti, Leonetto Cappiello, Gino Colombini, Oscar Torlasco, Mario Botta, Armando Testa, Ettore Sottsass, Ico Parisi, Richard Avedon, Ron Arad, Patricia Urquiola, Philipp Starck: l’ambiente è abitato da oggetti e arredi di grande personalità, esempi esplicativi della ricerca formale dei principali designer italiani e internazionali, compresi tra gli anni Cinquanta e Novanta, i cui pezzi si trovano nei musei newyorkesi Moma e Metropolitan, nel londinese museo del design di High Street Kensigton e al Museum für Gestaltung di Zurigo. La collezione, a disposizione di ogni ospite dell’hotel, conta oltre mille oggetti, tra sedie, tavoli, lampade, quadri, manifesti, insegne, che Andrea ha cominciato a raccogliere in tempi non sospetti.

«Lo standard dell’hotellerie permette di creare spazi funzionali e ordinati, ma io cercavo una personalità indimenticabile. Sono consapevole che ad apprezzare fino in fondo questa visione non è la maggioranza, mica tutti sono malati di design come me – dice sfoderando una calda risata –. Però vedo che molte persone ritornano, apprezzano gli scorci, li fotografano spesso.»

Tutto è iniziato con un’idea semplice, perché «volevo investire in un modo intelligente, quindi mi sono chiesto cosa in quel momento costasse poco ma che nel tempo avrebbe potuto acquisire valore. Pochi anni fa comprare oggetti di design italiano non richiedeva grandi fondi, così mi sono messo a studiare e ho scelto come riferimento la collezione conservata al Moma. Ho così cominciato a frequentare rivenditori all’ingrosso e svuota cantine e adesso molti oggetti si sono valutati molto bene. I clienti, soprattutto stranieri e quelli provenienti dal Nord Europa, apprezzano molto la commistione di stili ed epoche che si è generata in questi spazi».

Questo è un progetto non finito, condotto da autodidatta, ma che ha goduto degli insegnamenti anche di alcuni ospiti, con cui negli anni Quiriconi ha intrattenuto conversazioni molto formative. «Ad esempio uno dei nostri clienti è un grande colorologo, che ha lavorato tra gli altri per Fiat e Armani. Ha frequentato il Trieste per due anni e a cena mi ha insegnato tante cose che ho poi trasferito nei miei progetti – continua il proprietario –. Non mi curo tanto di rendere le cose semplicemente piacevoli: desidero che qui le persone si sentano protette, in pieno comfort, rispettate nella privacy, ma anche incuriosite, stuzzicate sul piano estetico. Perché è questo il grande patrimonio italiano: che sia per turismo o per business, i viaggiatori qui cercano anche ispirazione dalle nostre bellezze. Non c’è solo l’aspetto dell’intrattenimento: vedo che molti clienti, magari giunti qui per ragioni di lavoro, se ne escono presto per fare fotografie o per nutrire la propria creatività.»

Non più un non luogo, uno spazio curato ma impersonale, punto di passaggio da cui andare via: per Andrea Quiriconi l’hotel del futuro è una seconda casa, in cui lavorare, rilassarsi, coltivare relazioni. «Ed è quello che desidero per questo hotel: che sia un posto in cui vivere il lavoro, visto che ci dedichiamo principalmente al business, ma anche in cui costruire relazioni professionali e godere di relax raccolto, arricchito dal verde di una terrazza». L’ampliamento in verticale dedicato a queste esigenze è in fase di ultimazione e potrà ospitare anche dei concerti unplugged, per poche decine di persone. «Non solo un ufficio in cui soggiornare, insomma – continua Quiriconi, che si è ispirato al progetto londinese Second Home –, ma un luogo in cui l’arte con la sua energia favorisce le relazioni e il benessere degli ospiti.»

C’è spazio anche per gli artisti veronesi nella collezione di oggetti d’arte, a partire da un magnetico lavoro di Franco Verdi, filosofo e poeta di origine veneziana, che nella nostra città ha sviluppato la corrente della Poesia Visiva, e del quale il prossimo 24 settembre ricorrono i 10 anni dalla scomparsa.

In alto a sinistra l’opera di Franco Verdi e, a destra, un “mostro” di Giovanni Motta

«Quell’opera è capitata qui per caso – racconta Andrea –. L’avevo trovata per terra in un magazzino e per un anno non mi decidevo a prenderla. Per un periodo pareva persino scomparsa. Poi un collezionista mi ha parlato di lui, così ho studiato il movimento e ho cercato i lavori anche di altri artisti, tra cui Eugenio Miccini e Giuseppe Chiari. Adesso negli Stati Uniti stanno facendo delle retrospettive su di lui e sta acquisendo un crescente valore anche scientifico.»

Non è un museo, nemmeno una galleria, ma forse grazie a questo si può sperimentare una fruizione innovativa dell’arte contemporanea, e rileggere i codici visivi del secondo Novecento facendone diretta esperienza, magari mentre si sta facendo colazione. Un godimento diverso, che però supera la sensazione, troppo spesso sperimentata soprattutto da chi non è un esperto, di distacco che si può provare in molti luoghi tradizionalmente deputati. Intanto Andrea ha cominciato a raccogliere insegne luminose degli anni Ottanta e a collezionare l’arte astratta geometrica degli anni Settanta. Ad accogliere gli ospiti ci sono anche i “mostri” del veronese Giovanni Motta, i veri abitanti, notte e giorno, della hall e i cui colori che riproducono la palette dei supereroi Marvel investono lo spazio.  

Accanto al divano “Misfits” e alla libreria “Z-Shelf”, di Ron Arad, vivono dei mostri di Giovanni Motta

Presenze che apportano al progetto in fieri di Quiriconi, perfezionato grazie alla collaborazione con il brand Moroso, protagonista del design italiano e internazionale, una nota giocosa. D’altronde tutto è partito (quasi) per scherzo, dalla lampada Stilnovo della zia, primo pezzo collezionato e adesso appesa su una parete accanto alla reception. E quasi per scherzo Andrea aveva deciso di partecipare a uno show televisivo. E poi ha vinto.   

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Fabiana Bussola

Giornalista pubblicista dal 1996, sto frequentando dei corsi per diventare estroversa, ma sono ferma alla cintura blu. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali, e mi occupo di ufficio stampa e comunicazione. Parlo da sola in italiano, tedesco e inglese, sono la schiava di un cane anziano e di una gatta giovane, e cerco di cambiare il mondo senza riuscirci. Da storica dell'arte, sogno di organizzare la più grande mostra di arte contemporanea che l'umanità abbia mai visto. Ma forse sarà per la prossima volta.

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