Woodstock, i 50 anni di un mito

«Riesco sempre a capire chi c’è stato veramente: se uno mi dice che è stato fantastico, allora vuol dire che ha visto il film e non è stato al concerto.» Queste semplici parole di Barry Milton della band Country Joe and the Fish, una delle molte che si esibì sul palco del mitico festival di Woodstock, potrebbero esprimere la migliore sintesi fra mito e realtà di quell’evento che tra il 15 e il 18 agosto di 50 anni fa lasciò un segno indelebile non solo nella storia della musica rock ma anche in quella di tutta la cultura popolare occidentale.

Sul piano mitologico, il film (capolavoro) e il disco (pure molto bello) consacrarono Woodstock come l’archetipo del grande festival rock e la più grandiosa esibizione della controcultura hippie. Ma sul piano storico, le testimonianze sincere parlano di un puro e semplice disastro.

L’evento era stato messo in piedi da due giovani intraprendenti – uno lavorava in finanza e l’altro era fresco dagli studi in legge – i quali potevano vantare come unica esperienza nel settore quella della gestione di uno studio di registrazione a Miami. Inizialmente avevano programmato il tutto pensando di utilizzare 4 ettari di campagna nella località di nome Woodstock, donde il nome al festival in bella mostra sui manifesti e nelle inserzioni pubblicitarie. Prima dell’estate, però, si erano resi conto che il posto non era sufficientemente capiente, ed avevano riorganizzato il tutto in una location più ampia, in una località di nome Wallkill. Durante l’estate, però, i residenti di Wallkill avevano maturato una sacrosanta preoccupazione rispetto al caos che si sarebbe abbattuto nei paraggi del festival, e si erano mobilitati fino ad ottenere che l’amministrazione comunale vietasse l’evento. Fu così che il festival dovette essere ricollocato nuovamente, in extremis. A Wallkill era già stato speso mezzo milione di dollari per allestire strutture che andarono letteralmente buttate. L’unico posto che gli organizzatori riuscirono a trovare, alla disperata, furono i pascoli di una fattoria vicino alla cittadina di Bethel. Tre giorni prima del concerto, capirono di dover scegliere fra il montaggio del palco e quello delle recinzioni: non sarebbe stato possibile allestire entrambi. Optarono per il palco.

Alla fine, si calcola che le persone che si misero in auto per andare al concerto furono circa un milione. Gli organizzatori ne avevano preventivate 50mila. Molti non avevano il biglietto. Lungo la strada che portava al sito si formò, e rimase lì fissa per tutti i tre giorni del festival, una coda di auto ferme lunga quasi 20 chilometri. Circa la metà di quelle persone a un certo punto rinunciarono e tornarono indietro; ma circa altrettante – quindi suppergiù mezzo milione –raggiunsero il posto e andarono a formare una massa infernale di spettatori talmente imprevista che l’organizzazione riuscì a far pagare il biglietto solo il primo giorno, mentre la mattina del secondo giorno, vista la moltitudine che si stava riversando sui prati in assenza di recinzioni, venne annunciato dal palco che da quel momento in poi il festival diveniva “free entry”. Gli artisti dovettero essere portati in elicottero perché su strada il posto era divenuto irraggiungibile.

Ci si mise poi la sfortuna, aggiungendo due giorni di pioggia temporalesca fissa che tramutarono il raduno in un mostruoso bagno di fango. Non c’erano servizi igienici e terminò il cibo, sicché centinaia di migliaia di persone nude o seminude si ritrovarono immerse nel fango e nelle feci e più o meno digiune, consolate solo dalla facilità nel reperire droghe di ogni tipo, per lo più di bassissima qualità, il che presumibilmente evitò che la situazione degenerasse in una rivolta. Non erano stati organizzati corridoi per spostarsi all’interno dell’area del festival, per cui l’unico modo per spostarsi – ad esempio per fare pipì o per vomitare – era sgomitare, altrimenti toccava arrangiarsi sul posto. Anche l’audio del concerto era pessimo, in parte a causa della distesa di spettatori dieci volte più vasta di quella preventivata, ma soprattutto per via della pioggia che aveva danneggiato l’impianto.

Inoltre gli orari delle esibizioni saltarono completamente: ogni arista finì per salire sul palco in modo completamente casuale, dopo ore ed ore di snervante attesa in un backstage nel quale pare non si trovasse nulla da mangiare e da bere che non fosse contaminato dall’LSD (Il cantante degli Who Roger Daltrey nella sua autobiografia descrive succintamente la qualità del suono come “una merda”, e racconta che a un certo punto, disperato, da buon inglese si fece un the, ma ben presto si rese conto che pure la bustina era contaminata dall’acido, con il che si fece un trip involontario giusto prima di esibirsi). I Grateful Dead consideravano la loro esibizione a Woodstock una delle peggiori di tutta la loro carriera. I Jefferson Airplane cominciarono a suonare alle sei e mezza del mattino, dando una singolare “sveglia da campo” a una massa di gente addormentata. E quella che in molti (compreso chi scrive) considerano di gran lunga la più emozionante fra le molte esibizioni di quel festival, ossia quella di Jimi Hendrix che su sua richiesta era stata programmata come conclusiva, finì per tenersi nel mattino del quarto giorno (di un festival che in teoria ne sarebbe dovuto durare solo tre), davanti ad uno sparuto pubblico di eroici superstiti, mentre il grosso degli spettatori era già in viaggio verso casa.

A proposito della performance di Hendrix: anche la mitizzazione di quel particolare momento rappresenta un caso emblematico di percezione deviata. Quante volte avete letto o sentito dire che la sua celeberrima esecuzione dell’inno nazionale americano con la chitarra distorta fino a degenerare in rumore era una deliberata allusione ai bombardamenti in Vietnam e quindi una provocazione apertamente pacifista? Lì per lì il fraintendimento era abbastanza naturale, vista la cornice “hippie” dell’evento e le dichiarazioni contro la guerra da parte di più d’uno degli artisti che si erano avvicendati su quel palco nei tre giorni precedenti; ma di lì a breve l’equivoco, a volersi informare, sarebbe stato rapidamente chiarito. Meno di un mese dopo, il 9 settembre 1969 Hendrix viene intervistato nel Dick Cavett Show, una trasmissione televisiva che andava in onda sulla ABC. Il conduttore definisce “eterodossa” la sua interpretazione dell’inno nazionale, e lui reagisce quasi risentito: “quello che ho fatto è stato suonarlo, sono americano e l’ho suonato. L’interpretazione non era eterodossa, ho solo pensato che fosse bella così”. Sempre nel 1969, in Inghilterra, Hendrix verrà intervistato sul tema della guerra in Vietnam, e dichiarerà – lui che aveva prestato servizio presso la 101esima divisione aviotrasportata, i mitici “Screaming Eagles” di stanza in Kentucky –: «Avete mandato via gli americani quando sono sbarcati in Normandia? Anche in quel caso si trattava di interferenza. No, perché quella volta si trattava della vostra pelle. Gli americani stanno combattendo in Vietnam per un mondo completamente libero. Non appena se ne andranno, quella gente sarà alla mercé dei comunisti. Per questo motivo il pericolo giallo non deve essere sottovalutato. Ovviamente la guerra è una cosa orribile, ma al momento è ancora l’unico modo per mantenere la pace».

Eppure ancora oggi, a distanza di mezzo secolo, capita di leggere che i sibili della Stratocaster bianca di Hendrix volevano essere «una dura metafora contro la guerra del Vietnam» (https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/l-inno-di-hendrix-da-woodstock-a-rainbow-bridge/165070/163561), con la quale il chitarrista «aveva rivelato in tre minuti di musica l’orrore della guerra in Vietnam più di qualunque discorso, corteo o mozione d’ordine» (https://www.democratica.com/europaquotidiano/jimi-hendrix-un-inno-allamerica/). Parliamo tanto di predominio della cosiddetta “narrazione” rispetto alla realtà fattuale, come fenomeno peculiare della situazione attuale tanto legata al web e ai social network; ma forse in fondo si tratta solo della più recente evoluzione di un meccanismo molto più antico.  

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