Legge sul finanziamento pubblico ai partiti

20 APRILE – Nelle ultime settimane si è discusso molto sulla legge del finanziamento pubblico ai partiti ma, in realtà, queste polemiche non sono una novità nella storia del nostro Paese. Il dibattito ha avuto inizio già durante gli anni della Prima Repubblica. Il finanziamento ai partiti fu introdotto nel 1974 attraverso la legge Piccoli, in seguito ad alcuni scandali che coinvolsero la Democrazia Cristiana. Dal 1965, infatti, vennero alla luce due fatti che danneggiarono la reputazione del partito: il senatore Giuseppe Trabucchi facilitò il monopolio del mercato delle banane a favore del grossista Assobanane, il quale finanziò la DC. Poi la stessa operazione fu ripetuta sul mercato del tabacco. Il Parlamento decise così di rassicurare l’opinione pubblica introducendo una legge che avrebbe permesso il diretto sostentamento da parte dello Stato ai partiti, i quali non avrebbero così più avuto bisogno di finanziamenti privati, evitando anche il problema della corruzione.

Tutto ciò venne, in realtà, poi smentito dai successivi scandali: il caso Lockheed e Sindona. Sia nel 1974 da parte del PLI che nel 1978 su proposta dei Radicali furono indetti referendum abrogativi, i quali però non ottennero l’esito sperato. Negli anni ’80 si cercò addirittura di raddoppiare l’entità dei finanziamenti ma la proposta fu momentaneamente accantonata a causa dello scoppio dell’ennesimo scandalo; il caso Caltagirone che portò alla luce l’erogazione di fondi neri da parte d’imprenditori ai partiti e a politici. Nel 1981 però la proposta divenne legge introducendo anche l’obbligo per i partiti di rendere pubblici i bilanci finanziari di entrate e uscite. I Radicali cercarono ancora di contrastare l’attuazione di tale provvedimento, riuscendoci solo nel 1993 cavalcando l’onda del diffuso malcontento seguito agli scandali di Tangentopoli. Il nuovo referendum abrogativo, infatti, vide un quorum raggiunto con il 90,3% di affluenza alle urne. Con l’avvento della Seconda Repubblica, però, la legge fu reintrodotta con un’unica differenza, anziché essere definita come “ finanziamento pubblico ai partiti ”, la locuzione cambiò in “contributo per le spese elettorali ”, mantenendo, di fatto, le stesse caratteristiche. Nel 1997 venne addirittura introdotta la possibilità per i contribuenti di destinare il 4 per mille dell’imposta sul reddito al finanziamento dei partiti, il provvedimento ebbe ovviamente una scarsa adesione. Pochi anni dopo, ancora una volta, furono cambiate le disposizioni in materia di rimborso elettorale, infatti, se prima il quorum per ottenerlo era del 4%, nel 2002 fu abbassato al 1%.

Infine nel 2006 fu stabilito che l’erogazione dei fondi è dovuto per tutti i cinque anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva facendo aumentare così le cifre che lo Stato deve ai partiti. Tutto ciò rende evidente come alcuni tagli ai costi della politica potrebbero risolvere gran parte dei problemi del nostro Paese. Questo non significa necessariamente togliere il finanziamento pubblico ai partiti, il quale è, infatti, previsto da molti Stati europei ed ha lo scopo di permettere a tutti di fare politica, a prescindere dallo status sociale, oltre che di prevenire la corruzione. All’Italia servirebbe innanzitutto una giusta moderazione delle cifre che, effettivamente, sono sproporzionate. Basti pensare che, secondo i dati raccolti dall’International Business Times, solo durante il 2010 i partiti italiani hanno ricevuto 285 milioni di euro di denaro pubblico, contro i 133 milioni dei tedeschi e gli 80 dei francesi. Servirebbero inoltre più trasparenza nei bilanci e maggiori controlli da parte delle autorità competenti per evitare fenomeni di speculazione.

Negli ultimi tempi però manca la fiducia del cittadino nei confronti della classe politica, per questo motivo, ogni proposta inerente alla legge sul finanziamento ai partiti che non preveda la sua abrogazione, suona come una magra consolazione. Secondo il sondaggio di Nando Pagnoncelli/Ipsos proposto nella puntata di Ballarò del 17 aprile 2012, infatti, la percentuale di italiani contraria alla proposta di Alfano, Bersani e Casini di mantenere la legge inasprendo però i controlli è del 72%. La Lega Nord sembra, invece, aver riguadagnato la fiducia del suo elettorato grazie all’espulsione di alcuni membri, provvedimento preso in seguito allo scandalo che ha coinvolto il partito nelle ultime settimane.

Benedetta Marangoni

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