Sanremo, il “passo indietro” e Oscar Wilde

Siamo un popolo fantastico. Il migliore del mondo. Santi, poeti, sognatori, navigatori, utopisti pronti a partire lancia in resta a difesa dei principi, dei diritti e dei valori.

Non si spiega altrimenti l’ondata mediatica di indignazione riversata in questi giorni sul capino canuto di Amadeus, direttore artistico del 70esimo festival di Sanremo – da sempre notoriamente luogo privilegiato di avanguardia e progressismo a livello di ospiti, testi e scelte musicali –, reo di aver rilasciato dichiarazioni sessiste durante la scorsa conferenza stampa di presentazione delle ospiti femminili. Il nostro si è infatti lanciato in un’inascoltabile dichiarazione su tal Francesca Sofia Novello – alzi la mano chi, fuori dal cerchio degli addetti ai lavori e/o dei fan del Dottore, solo due mesi fa conosceva l’esistenza della modella e influencer in questione –, scelta perché “bellissima” e perché capace di stare con un grande uomo stando un passo indietro.

Escludendo ovviamente ipotesi di calcolo opportunistico improntate al “bene o male purché se ne parli” di wildiana memoria, l’affermazione, goffa e più adatta all’epoca vittoriana – quella di Wilde, appunto – che a un cosiddetto emancipato 2020, ha suscitato ondate di polemiche e indignazioni social condite dai puntuali inviti a boicottare il Festival. Festival che costituisce un appuntamento tradizionale di mamma Rai, e che in quanto tale è pagato (profumatamente) con i soldi di tutti e soprattutto di tutte, inducendo i/le più agguerriti/e a dissociarsi da un uso così arcaico dei loro quattrini e della funzione pubblica, che dovrebbe veicolare ben più alti messaggi. 

In effetti, malgrado i maldestri tentativi di rappezzare la gaffe invocando il solito relativismo cognitivo e/o la ridotta capacità di comprensione altrui – però noi, che siamo un popolo fantastico-e-il-migliore-del-mondo, siamo ormai parecchio abituati e affezionati al mantra spettacolar-politico del “mi avete capito male”, e quindi magari funziona –, in un paese civile la dichiarazione in oggetto è effettivamente inascoltabile (a questo potremmo anche aggiungere due considerazioni a latere sulla stima del “nostro” rispetto al grado di comprensione del suo uditorio, perché una persona mediamente senziente il fatto che tutte queste siano “bellissime” l’ha in genere capito già alla seconda volta che lo dici, però repetita iuvant e allora daje). Questo soprattutto per il fatto del passo, eh, inaccettabile anche e soprattutto perché non rispecchia per nulla (nononono) la realtà italiana, costituendo quindi una pericolosa eccezione. 

Bisogna anche dire che tu ti sentiresti quasi, presa da un irreprimibile moto di compassione, di fornire ad Amadeus vari nominativi di donne che conosci. Donne forse non bellissime, ma che stanno pure loro “un passo indietro” rispetto ai loro compagni – sai mai che le prende pure loro tutte a Sanremo –, pur se parecchio più nolenti che volenti. Sì perché a statistiche, secondo il Gender Gap Report 2019 dell’Osservatorio JobPricing e Spring Professional, nel biennio 2016-2018 a parità di lavoro una donna guadagna mediamente circa più del 10% meno del collega uomo. Sì perché secondo l’Istat, nel settore privato la percentuale di dirigenti donne è del 15%, quella dei quadri il 29% rispetto al totale complessivo. Sì perché sempre secondo l’Istat in genere in 7 famiglie su 10 sono le donne, anche se lavoratrici, ad occuparsi di cucinare e pulire casa – nelle altre 3 ci sono ripartizioni e percentuali diverse –, ma si sa che loro sono l’angelo del focolare e che comunque a loro piace così, visto che sempre a statistiche per il 54,1 % degli uomini ma pure il 46,6 % delle donne è meglio adottare una ripartizione tradizionale dei compiti. (Questo 46 e rotti per cento di donne deve avere un uomo che per fare una pasta – buonissima, per carità – sporca 3 pentole e 344 padelle lasciando contestualmente una cucina in versione mongola, tipo “dopo il mio passaggio non cresce più neanche l’erba”, citando Attila. Altrimenti non si spiega).

Sì, perché anche a livello istituzionale non c’è mai (nononono) scarto nella percezione di un comportamento “adeguato” in base al genere. L’ultimo esempio, senza andare a scomodare cose più gravi di violenza ecc. è quello relativo alla campagna sessista (poi rimossa per proteste) dell’assessorato alla salute della Regione Sicilia – ergo pure questa finanziata con soldi pubblici – di prevenzione sui rischi dell’alcol sulle donne: pure quando si tratta di vino sembrerebbero dover fare, chissà perché, solo loro, un “passo indietro”, visto che non si è pensato ai rischi sugli uomini usando immagini cliché (cfr. foto). Sì perché 1,2,3, […] ecc. ecc.

Capiamoci. Non si tratta di legittimare l’ennesima c*****a misogina e sessista, che peraltro boh vabbè chissà perché. Però per noi popolo fantastico-e-il-migliore-del-mondo tutta ‘sta indignazione emerge quando quel maître-à-penser che è Amadeus dice che per stare a Sanremo essere una strafiga morosa di uno importante, rispetto al quale è un po’ meno importante (e lo sa), aiuta. Negli altri casi meno, pazienza ed è stato bello per tutti. Forse a stare un passo indietro non è mica solo la morosa di Rossi, eh.

Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita./Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte/che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;/ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte./Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

tant’era pien di sonno a quel punto/che la verace via abbandonai.

Dante Alighieri, CommediaInferno, Canto I

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