27/04…La polvere sul ricordo

27 APRILE – La bandiera albanese sventola solitaria, mossa dal vento che accarezza la distesa incolta ad un paio di chilometri da Djakovica, uno dei principali centri urbani del Kosovo.

Quel lembo rosso scolorito dal sole e dalle intemperie attira la nostra attenzione, decidiamo quindi di proseguire lungo la strada che attraversa i campi di erba alta che sembrano voler inglobare la sottile striscia d’asfalto. Dal nulla, appaiono centinaia di tombe, piccole masse di terra in fila una dietro l’altra. Benvenuti a Meje.

Meje è un piccolo paesino nella provincia di Djakova, una cintola di colline lo separano dai rumori della città e della strada principale che collega i grandi centri urbani di uno stato esteso quanto il nostro Abruzzo. Nessuna cartello stradale indica come raggiungerlo.

È un nome che non evoca nulla Meje, non compare nei libri e nelle cerimonie ufficiali di tutta Europa. In certi casi è meglio dimenticare.

Dodici anni fa su questa pianura si è consumato uno degli episodi più atroci del conflitto in Kosovo, fra la popolazione albanese alla ricerca della propria indipendenza e uno stato serbo, guidato da Slobodan Milosevic, deciso a reprimere ogni velleità di autonomia.

Il 27 aprile i guerriglieri serbi irrompono a Meje, rastrellano tutti i suoi abitanti e li incolonnano sull’unica strada diretta in Albania. Ad un tratto gli uomini col mitra separano i maschi adulti da donne e bambini, i gruppi vengono divisi, il crepitare degli spari rompe l’aria fresca di una primavera che ancora stenta ad arrivare.

Quel giorno a Meje sono stati uccisi 375 civili, tutti uomini dai 13 ai 94 anni. Molti dei cadaveri sono stati caricati sui camion e portati in Serbia, solo pochi anni fa i primi corpi sono stati rimpatriati per essere sepolti.

Solo il rumore dei nostri passi che schiacciano l’erba secca rompe il silenzio del cimitero. Le steli musulmane accanto alle croci cristiane. La morte è democratica, non fa distinzioni.

Il 27 aprile 1999 a terra sono rimasti gli uomini di intere famiglie, padri e figli accasciati gli uni affianco agli altri. E poi c’è Klaudia, che a 16 anni viene violentata e uccisa perchè non voleva abbandonare la famiglia. È l’unica ragazza sepolta al cimitero dei Martiri di Meje.

Ogni 27 aprile la comunità albanese si riunisce a Meje per ricordare le vittime della pulizia etnica. Durante la grande manifestazione della “Dita e te zhoukurve” (Giornata degli scomparsi) i parenti si raccolgono in una cerimonia che riempie il cimitero di persone e fiori. Perchè certi dolori assieme sono più facili da sopportare.

Meje non è stato l’unico eccidio, e i suoi non sono i soli scomparsi per i quali il popolo kosovaro ancora aspetta la verità. I volti di tutti loro campeggiano su uno striscione appeso al cancello dei palazzi del potere a Pristina, sedi delle nazioni Unite prime e ora dell’Eulex. I passanti sfiorano i loro nomi e pochi sono quelli che si voltano per incrociarne lo sguardo. Qualche fiore a testimoniare che il ricordo è ancora vivo.

La manifestazione è passata, la povere si è posata sui fiori di plastica e l’erba torna a crescere ai lati delle tombe. La famiglia Qerkezi non esiste più e in Kosovo ancora ci sono piccoli villagi abitati unicamente da donne. Solo la bandiera sventola, ancora.

Se ti guardi attorno c’è solo la strada e poco lontano una fattoria con i covoni di fieno ad essicare al sole. Il vento e il cielo sono gli stessi di tredici anni fa. Perchè a Meje, in fondo, è sempre il 27 aprile.

Matteo Dani

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