La società siriana tra guerra civile, donne alle armi e minoranze religiose represse

16 GIUGNO – È una notizia rimbalzata sulle televisioni di quasi tutto il mondo quella secondo la quale molte donne siriane avrebbero iniziato a prendere parte alla formazione della prima unità femminile dell’Esercito della Siria Libera. Di queste forze “speciali”, soprattutto in un Paese in cui la parità tra sessi è ancora tabù, si è sentito parlare per la prima volta a marzo di quest’anno, quando le prime rivoluzionarie armate, col volto coperto e vestite di nero, hanno annunciato la creazione della sezione armata per combattere il nemico di sempre, Bashar Al Assad.

Anche questo è, certamente, il volto di una Siria che cambia. Fino a qualche decennio fa, sarebbe stato impensabile proporre anche alle donne, avvolte nei loro chador integrali, di partecipare a una lotta di queste proporzioni. Oggi, invece, sono le donne stesse ad annunciare la loro dura presa di posizione. Fadwa Suleiman, attrice, si è spesso prestata a dibattiti avvenuti nel bel mezzo delle manifestazioni anti-regime. Celebre è il video che la vede chiedere al CNS –Consiglio Nazionale Siriano, con sede all’estero N.d.R– di finanziare economicamente l’Esercito della Siria Libera. Samar Yazbek, giornalista, è stata arrestata e interrogata dalle forze di polizia per ben cinque volte ed è infine fuggita all’estero, in Francia, per scampare alla persecuzione che l’avrebbe certamente condotta alla morte. Ma significativa è anche la manifestazione tenutasi nei pressi di Damasco il 14 gennaio 2012, durante la quale centinaia di Siriane hanno ricordato la prematura scomparsa di un altro giornalista, il francese Gilles Jacquier.

Jacquier, attivo nel denunciare le continue violazioni ai diritti umani tanto quanto nel chiedere la liberazione degli oppositori politici, era stato vittima di un’esplosione avvenuta a Homs qualche giorno prima. Ad Hama e Hula, nel centro del Paese, due massacri di civili di proporzioni tragiche, soprattutto per i bambini che ne sono stati vittima, si sarebbero invece tenuti gli scorsi 25 e 28 maggio. Stando a fonti contrarie al regime, in quanto non è possibile reperirne di davvero neutrali al riguardo, nel primo caso sarebbero state assassinate 110 persone mentre nel secondo le milizie di Assad sarebbero entrate in due punti della periferia di Hama dopo un furioso bombardamento, fucilando circa 87 civili. Si tratta di dati che il direttore dell’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani –OSDH-, Rami Abdel Rahman, ha confermato, specificando che non si tratta di dati definitivi poiché molti sono i dispersi.

In questo quadro generale frammentato, per il quale si conoscono poche notizie in genere divulgate dagli oppositori di Assad, la situazione della minoranza cristiana nella società siriana è quanto mai delicata. Sono cristiani circa 2 milioni di abitanti sui 20 totali. Se una vera e propria coesione sociale non si è mai avuta né, tantomeno, si è dato un riconoscimento della pari dignità di tutte le confessioni religiose –il ruolo di Presidente spetta ancora, unicamente, a un rappresentante scelto tra gli Islamici- è altrettanto vero che la Chiesa siriana ha potuto organizzare manifestazioni di culto piuttosto libere, negli anni scorsi. Ad oggi, tuttavia, il fondamentalismo islamico dei vecchi partiti d’opposizione al governo alawita sembra aver trovato nuovo impulso e, con esso, anche il pensiero anti-cristiano.

Molti sostenitori delle forze alawite sono stati costretti, a seguito delle proteste sunnite e salafite dello scorso marzo, ad abbandonare il proprio Paese per riparare in Libano o in Turchia. Hanno visto distruggere chiese e altri luoghi di culto e al contempo hanno assistito a una crescita esponenziale di discriminazioni più o meno legalizzate. In realtà, finora, il governo di Assad pur restando dittatoriale aveva sempre garantito una certa “neutralità” religiosa, permettendo ai Cristiani di praticare la propria religione senza, tuttavia, ottenere una vera e propria libertà di evangelizzazione. Il tornaconto sarebbe stato rappresentato dalla libertà economica, ora pregiudicata dai recenti exploit di violenza da parte dei fondamentalisti. In breve; i Cristiani della Siria hanno dovuto scegliere tra un regime dittatoriale che proteggesse almeno le minime libertà di culto, e un regime dittatoriale che le avrebbe comunque represse.

L’unica soluzione percorribile sembra essere quella prospettata dal Sinodo dei Vescovi del Medioriente, ossia la creazione di una democrazia che tenga realmente conto dei diritti delle minoranze, senza distinzioni basate sulla fede, ma in considerazione del comune carattere di “cittadini”. Solo così sarà possibile costruire l’avvenire. Finché Cristiani e Ebrei continueranno ad essere semplicemente “sopportati” da parte della maggioranza musulmana, talvolta neanche così facilmente, perché la stessa Costituzione lo prevede; la strada verso la democrazia resterà irta di pericoli.

Silvia Dal Maso

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