Apocalittici scenari postelettorali

“E adesso che cosa succede?”. È la domanda che tutti ci poniamo dopo la tornata elettorale europea e amministrativa dello scorso 26 maggio, la quale ha in qualche modo segnato uno spartiacque nella vita del primo governo eletto dal popolo che l’Italia abbia mai avuto dalla sua creazione nel 1861.

La Lega salviniana ha potuto capitalizzare il consenso derivante dagli importanti risultati conseguiti dalla sua azione di governo. Pensiamo ad esempio al taglio delle accise oppure al rimpatrio di 600.000 milioni di miliardi di clandestini. Tutti impegni elettorali che il leader della Lega ha preso in campagna elettorale e ha rispettato, passando all’incasso dei consensi nelle urne. Inoltre, cosa ancora più importante, la Lega di governo è riuscita a centrare finalmente l’obiettivo lungamente perseguito in 25 anni di battaglie: l’ottenimento del reddito di cittadinanza per i venditori di Scampia di autoradio vuote con il mattone dentro. Forte del risultato conseguito che lo consacra leader di fatto della maggioranza verde-gialla di governo, non vi è dubbio che Matteo Salvini nei prossimi mesi si muoverà per perseguire altri obiettivi storici del movimento, ad esempio l’implementazione degli organici dei forestali in Calabria.

Non altrettanto rosea è la situazione dell’altro dioscuro di governo, capo politico del movimento pentastellato, il plurirattristato Giggino DiMajo. L’esperienza di governo locale e nazionale del movimento oscilla tra il “totalmente disastroso” e l’“assolutamente patetico”. Ma, per fortuna, la colpa è di “quelli di prima”, in particolar modo dell’aborrito PD e delle invasioni barbariche. Del resto solo i più disinformati o in malafede possono imputare alla povera cerbiatta Virginia Raggi, sindaca della ggente di Roma, le colpe di una situazione che vede una capitale d’Europa regredire allo stato di “bidonville dell’Africa subequatoriale”. Salvo non vedere in ciò una strategia concertata con il dioscuro di governo Salvini, mirante a disincentivare gli immigrati dell’Africa a sbarcare sul suolo Italico, scoraggiati dal fatto che la capitale del Paese in cui dovrebbero arrivare è messa peggio dei villaggi di capanne di paglia e fango con acqua corrente quando piove da cui arrivano. Ma mica è colpa di Virginia se Roma cade a pezzi, eh, l’hanno saccheggiata i visigoti nel 410, i vandali nel 455, i lanzichenecchi (arruolati a Merano, però) nel 1526 e il PD sempre. Mica c’entra niente lei…

Virginia Raggi

Date queste premesse, tutto lascia supporre che la navigazione del governo da oggi un po’ più verde e un po’ meno giallo sarà a dir poco trionfale. Salvo due piccolissimi iceberg che potrebbero incrociare la sua navigazione. Il primo cubetto di ghiaccio è la posizione che l’Italia di fatto euroscettica assumerà nel Parlamento Europeo. Che rischia di essere quella dello studente lavativo messo dietro alla lavagna con le orecchie da asino. Il sogno salviniano di porsi alla testa di una pattuglia di sovranisti che potessero “Cambiare l’Europa” è svanito in un bolla di fuffa prima ancora che finisse lo spoglio delle schede, sia perché la temuta “onda sovranista” alla fine non c’è stata, sia perché i soggetti sui quali Salvini aveva fatto affidamento per il suo asse “anti Estabilishment” si sono lestamente sfilati, in testa quel Viktor Orban citato a ogni pie’ sospinto dal giovanotto come esempio da seguire di leaderismo parademocratico.

Viktor Orban, premier ungherese

Del resto Orban è un gran paraculo per nulla scemo, sa benissimo che è meglio stare nella UE e lucrare sui suoi generosi finanziamenti che uscirne e finire catapultati nel limbo dei paria della geopolitica. Questo grande successo di politica europea conseguito è indubbiamente frutto del capillare lavoro di tessitura compiuto sui banchi del parlamento di Bruxelles nei precedenti mandati da parte degli europarlamentari leghisti. Non solo essi hanno portato nelle loro città di origine fiumi di fondi europei per finanziare importantissimi progetti, ma hanno costruito la rete di relazioni con i movimenti sovranisti al fine di cambiare le regole della comunità. Reti di relazioni che ha consentito a Salvini di sentirsi rispondere con un solenne pernacchione con l’eco in stereofonia alla sua offerta di costituzione di un fronte comune sovranista nell’Europarlamento.

Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini

Soldi degli italiani ben spesi quelli che sono serviti a pagare le prebende di europarlamentari così efficienti e produttivi.

Del resto nella Lega sovranista covano da sempre mal sopite tendenze all’”Italexit”, sull’onda di una narrazione che vede il ritorno a una svalutatissima liretta la panacea per tutti i mali cronici di una Nazione che la politica sempre alla ricerca del consenso di breve termine non può e soprattutto non vuole curare.

Tuttavia la tragedia della Brexit dovrebbe insegnare qualcosa anche agli asini. Se una nazione con una classe politica ben più all’altezza della nostra e una moneta propria affonda nel ridicolo per abbandonare la UE, sinceramente ve la vedete una delegazione italiana composta da statisti del calibro di Armando Siri, condannato per bancarotta fraudolenta, o Edoardo Rixi, condannato per “spese pazze”, trattare l’Italexit con i vertici della UE? Cabaret.

Inoltre, e qui veniamo al secondo cubetto di ghiaccio che può mettere in crisi la navigazione del transatlantico della gente, il giovanotto lombardo, sedicente ministro dell’interno in realtà globe trotter delle piazze, nella campagna elettorale permanente, che contraddistingue il primo governo del popolo della storia italiana, ha promesso tutto e il contrario di tutto, dal taglio delle tasse (minori entrate) a maggiori spese. Entro quest’autunno si dovrà scrivere una manovra finanziaria che rischia di essere “lacrime e sangue” e se il suo proposito di finanziarla a debito dovesse essere respinto (come sarà) dalla UE (incidentalmente, siamo tra le nazioni più indebitate del mondo), dovrà spiegare con argomenti assai convincenti al suo pubblico i motivi per i quali a causa delle clausole di salvaguardia da lui stesso messe pagheranno un’IVA al 25% per gli smartphone con i quali seguono sui social le imprese gastronomiche del loro “caro leader”, più avvezzo a postare su Twitter foto di piatti tipici della cucina regionale italica dalle sagre di paese che al lavoro nel suo studio del Viminale. Del resto, le parole “Salvini” e “lavoro” sono compatibili come “Cristiano Malgioglio” ed “eterosessualità”. Ben poco aiuto possono offrire gli specialisti della Lega, economisti voodoo che in qualsiasi consesso serio verrebbero al massimo utilizzati come fermaporte ma che, per la legge del mondo rovesciato e del carnevale, già indagata da Bachtin, sono ascoltati consiglieri economici dal leader leghista che in questo senso ha sempre premiato le eccellenze. Il tempo degli onori sta finendo? Lo vedremo molto presto.

Cristiano Malgioglio
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Luca Comper

Luca Comper

Architetto, sta al giornalismo come uno scafista sta alla marineria. Appassionato osservatore delle cose, resta umile servitore nella Vigna del Signore, oltre che manipolatore seriale. Il suo motto è «ho costruito la mia causa sulla molestia»

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