Arabi nel mondo arabo: Emirati Arabi Uniti in riflesso di un’area più vasta.

Nasser e Gheddafi

24 AGOSTO – Nell’articolo “Emirati Arabi Uniti: paradiso indiscusso? Pregi e difetti della vita emiratina” è stata trattata la piramide immaginaria esistente all’interno della società emiratina, un tassello di questa piramide è però sicuramente occupato dagli arabi presenti negli Emirati Arabi Uniti.

Ci sono tantissimi arabi, principalmente egiziani e siriani, che affollano le notti emiratine, arrivati ad Abu Dhabi principalmente per lavoro. La principale, anche se non unica, occupazione degli arabi è il settore bancario, la maggior parte infatti sono impiegati nelle numerose filiali aventi sede nel paese, altri in aziende estere. Tutti raccontano di come sia necessario possedere un lavoro in questo paese, senza il quale si perde il diritto di soggiorno, regola ovviamente non valida per i detentori di passaporto occidentale. Questo perché nei paesi arabi non troviamo la solidarietà araba, termine che forse vale nel mondo occidentale impregnato dalle unioni economiche e doganali.

Principalmente nell’ultimo secolo, l’obiettivo principale di alcuni paesi, quali Egitto e Iraq, è stato quello di emergere come leader incontrastato sugli altri, come guida, come punto di riferimento principale: il culmine lo raggiunse, negli anni Cinquanta, l’Egitto di Nasser. L’opera dell’ex presidente egiziano portò proprio alla nascita di una corrente nazionalista che oltre a mettere in primo piano gli interessi dell’Egitto cercava di diffondere un panarabismo nei paesi arabi limitrofi avente come obiettivo non solo l’unità araba ma la sua stessa leadership su di essi.

Un tipico esempio di questo lo si può trovare nella RAU, la Repubblica Araba Unita, uno stato che comprendeva l’Egitto e la Siria. La Repubblica Araba Unita fu istituita nel 1958 ma restò in piedi per soli tre anni, questo perché il ruolo egemonico dell’Egitto finì per spaventare la Siria causando instabilità interna al paese stesso.

L’Arabia Saudita dal canto suo, come custode dei luoghi sacri dell’islam, si è sempre indirettamente scontrata con il suo vicino egiziano, sperando di sovrastare il potere politico di Nasser, stipulando alleanze con paesi da sempre accusati di creare instabilità nel Medio e nel Vicino Oriente, permettendo addirittura l’ingresso delle truppe americane nella “sacra terra” saudita durante la guerra del Golfo, atto che ha provocato un forte impatto nella comunità islamica di tutto il mondo, prendendo decisioni insomma che potrebbero aver messo in cattiva luce il Regno agli occhi dei vicini paesi arabi.

 Successivamente ha dirottato le sue attenzioni verso un altro grande colosso, l’Iran, l’indiscusso rappresentante della comunità sciita. L’atto scatenante è stata ovviamente la rivoluzione iraniana del 1979 che ha dato il via alla competizione tra i due paesi per accaparrarsi il ruolo di paese leader del mondo musulmano nonché del Medio Oriente. La lotta consistette in continui gesti di ostilità reciproca che culminarono nel 1987 con l’interruzione definitiva dei rapporti tra i due paesi in seguito all’uccisione di 400 fedeli in pellegrinaggio alla Mecca, la maggior parte dei quali di nazionalità iraniana.

Ma oltre all’Egitto, all’Arabia Saudita e all’Iran, la Giordania la cui dinastia di reali, come del resto quella marocchina, vanta la sua diretta discendenza dal profeta Muhammad, per poi non dimenticare la Libia di Gheddafi, il quale, ha cercato con ogni mezzo possibile di essere visto come il nuovo Nasser del mondo arabo.

Nell’ultimo secolo quindi, i paesi arabi hanno principalmente attuato politiche ostili tra di loro contribuendo forse così a perdere un potere che, qualora fossero stati più uniti, avrebbe potuto ottenere seri vantaggi. Hanno invece speso le loro forze a tentare di prevalere l’uno sull’altro contribuendo ad alimentare la situazione di tensione in un’area che è già sin troppo tesa. E questi contrasti diplomatici si riflettono ovviamente nella vita quotidiana degli arabi con pesanti controlli alla dogana per il passaggio da un confine all’altro, totale sfiducia gli uni nei confronti degli altri, con tentativi dei singoli paesi di minare la stabilità dei vicini scomodi.

Sono passati quarant’anni dall’unione dei paesi dell’OPEC che, bloccando le esportazioni del petrolio verso i paesi occidentali, presero una posizione unanime e compatta nei confronti degli interessi panarabi. Insomma, l’unione fa la forza, bisogna solo organizzarsi per schiacciare il tasto giusto, insieme.

Jasmin Khair

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