Femminilità e arte: la donna, il volto dell’immaginazione


3 GENNAIO – La donna è l’ultima creatura di Dio. Portatrice di un’ idea di perfezione essa rappresenta anche, rispetto a tutte, la figura più complessa: ha il dono di generare vita, di perpetuare l’opera del creatore o come nel caso della Vergine, addirittura di rendere il verbo carne.

 Eppure è anche colei, attraverso Eva, incantata dal serpente e incantatrice dell’uomo, che macchia l’umanità con il peccato originale.

Cosa si nasconda dietro alla femminilità e ai suoi molteplici aspetti, per moltissimi artisti, che non a caso si celano dietro a capolavori di indiscusso valore, è il dubbio più seducente. Un insieme di speranze e desideri, fisiche e carnali attrazioni,  ha rivolto infatti l’attenzione verso un’immagine evanescente, il cui significato ultimo è impossibile da carpire.

Il critico e storico dell’arte Vittorio Sgarbi, dopo “L’Italia delle meraviglie” e “Viaggio sentimentale nell’Italia dei desideri”, ritorna con il libro “Piene di grazia, i volti della donna nell’arte”, capace di individuare l’archè di gran parte dell’operato artistico. Perché l’ispirazione  difficilmente resiste al fascino della maternità e della purezza (si pensi alla donna-angelo degli stilnovisti), come della sensualità e languidezza, nel più pieno abbandono a giochi di raffinato erotismo.

“Possiamo immaginare- scrive Sgarbi- che un libro sui volti della donna sia in realtà un libro sulla storia dell’arte e sulla storia della letteratura, e che io possa raccontare la mia esperienza della donna, gli episodi, gli aneddoti, le storie che mi hanno fatto conoscere formidabili temperamenti e personalità femminili. Figure di donne che, nella dimensione della creatività, vanno anche oltre la corporeità- come le sante, con la loro iconografia, e le eroine mitologiche.”

Fra quegli artisti che hanno reso sublime l’icona femminile, valorizzando una singola caratteristica o assolutizzandola nella sua totalità, emergono i nomi di Cimabue, Masaccio, Piero della Francesca, Tiziano. Ma tra questi c’è pure chi ha saputo cogliere aspetti rivoluzionari: è il caso di Antonello da Messina, la cui rappresentazione della Vergine è sui generis e spettacolare al contempo: “ Si chiama Annunciata, ed è sola, e in tal senso assoluta, condividendo lo stesso segreto della Dama dell’ermellino: implicare l’altro. (…) L’iconografia, infatti, vorrebbe l’angelo in posizione laterale, mentre qui lo sguardo e il gesto presuppongono una prospettiva frontale. L’angelo dunque non c’è. O meglio,non si vede. Perché nell’ Annunciazione- senza-angelo di Antonello, la Vergine ha l’angelo dentro di sé”.

Incredibile raffigurazione di madre avvolta nel suo mantello, da cui traspare il volto di marmorea trasparenza, che nasconde e cela ai nostri occhi il frutto del Mistero.

Di diversa impostazione il Parmigianino, anch’esso autore di celebri immagini femminili, i cui tratti salienti si riscoprono in una fusione fra sacro e profano: il suo è “un corteo irripetibile di regine virtuose e voluttuose, che prosegue e culmina nella estrema impresa, lunga e disperata delle Vergini sagge e delle Vergini folli nella chiesa della Steccata”.

Di mano femminile è invece Cleopatra di Artemisia Gentileschi, che traduce la figura della seducente sovrana, in un ‘ottica che non segue più i canoni maschili: “ Cleopatra è un paradigma di realismo. (…) Raramente un nudo ha rinunciato nelle forme e nella posa ad ogni esterna gradevolezza. Noi di questa Cleopatra, sentiamo gli odori, il sudore, la puzza”. Un vero è proprio manifesto “non di indipendenza psicologica della donna, ma di libertà del corpo, libertà anche di perdere l’armonia”.

Ma la libertà corporea promossa da Artemisia è soltanto l’inizio di una serie infinita di raffigurazioni che desacralizzano l’immagine femminile, la quale da icona cristiana diventa simbolo di “dipendenza e di fragilità dell’uomo travolto dagli istinti”. Per dire che non esiste un limite alla fantasia e alla creatività che la donna scatena nell’immaginario artistico. Ovviamente nel suo connubio di vizio e virtù. Perché come sostiene lo stesso Sgarbi: “Non potrei immaginare un mondo popolato di pittrici che attribuiscano i più disparati e opposti significati all’insipida immagine dell’uomo”.  

Linda Tonarini

Lascia un commento

Pin It on Pinterest