Giorgio Ambrosoli: la scelta di un uomo libero

organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza in collaborazione con il Collegio Universitario femminile "Don Nicola Mazza" e la Fondazione "Giorgio Zanotto"

1 APRILE – Scriveva Cesare Pavese che “tutto il nostro destino è già stampato nelle nostre ossa, prima ancora che abbiamo l’età della ragione”. Che vi si creda o meno; di certo non si può restare indifferenti di fronte a certe coincidenze -fortunate o sventurate- che proiettano la vita di persone comuni in una dimensione fuori dall’ordinario, chiedendo loro di compiere talvolta anche grandi sacrifici. Non si tratta di storie isolate di eroi d’altri tempi, ma di piccoli tasselli capaci di formare un quadro d’insieme del tutto eccezionale. In altre parole; un disegno intessuto nella storia umana che il presente spesso nasconde ma il passare del tempo infine svela. Ogni tessera del puzzle descrive una vicenda unica nel suo genere eppure intrecciata alle altre, capace di condizionarle con l’esempio e con le scelte d’azione dei suoi protagonisti.

La storia di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana dal 1974 al 1979, ne è forse uno degli esempi più emblematici. Proprio il 31 marzo scorso; la facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo di Verona ha dedicato al giurista milanese un incontro durante il quale sono intervenuti il figlio Umberto, oggi avvocato penalista, ed il collega e amico Vittorio Coda. Il Preside della facoltà, prof. Stefano Troiano, nella veste di moderatore ha esordito ricordando la figura e le virtù civiche del noto professionista. “Credo che di legalità si debba parlare anche al di fuori delle aule di giurisprudenza, nella società civile –precisa- È importante offrire agli studenti una dimensione concreta di legalità perché chi sarà chiamato ad applicare il diritto non potrà limitarsi ad un atteggiamento ossequioso rispetto alle norme, ma dovrà volgere la sua attenzione al loro senso profondo, interpellando la propria coscienza”.

Una coscienza che in Giorgio Ambrosoli affiora presto e che ne risalta la profondità come uomo, prima ancora che come giurista. A pochi mesi di distanza dalla sua nomina a commissario liquidatore della banca di Michele Sindona, egli scrive alla moglie Anna una lettera dalla quale traspare, con umiltà, il suo amore per lo Stato, ma anche la passione per la famiglia e per i valori nei quali ha sempre creduto: “…È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese (…) Ho sempre operato –ne ho la piena coscienza- solo nell’interesse del Paese, creandomi ovviamente solo nemici (…) Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto (…) Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro…”. Parole che assumono un significato ancor più drammatico alla luce di ciò che ne segue. Dopo alcuni inutili tentativi di corruzione, Sindona passa infatti alle intimidazioni per costringere l’avvocato a porlo al riparo dalla responsabilità derivante dal fallimento dei suoi istituti di credito. Giocandosi il tutto per tutto, il mago italiano della finanza fugge infine negli Stati Uniti e lì assolda un sicario per sbarazzarsi di Ambrosoli. La sera dell’11 luglio 1979, William Joseph Aricò avvicina “l’uomo che se l’andava cercando” -come lo definirà in seguito qualche esponente politico-, si scusa con lui e lo fredda con quattro colpi di pistola. Il tutto per poco più di centomila dollari. Tanto vale la vita di un uomo dedito a svolgere bene i propri doveri professionali per servire lo Stato. Le indagini compiute successivamente portano alla luce un fitto intreccio tra Sindona, Licio Gelli, la loggia P2 e alcune famiglie mafiose dedite al narcotraffico. All’inizio degli anni Ottanta; Sindona verrà estradato e poi condannato all’ergastolo in Italia in quanto mandante dell’omicidio. Ma sconterà solo due giorni di condanna: il 20 marzo 1986 viene infatti avvelenato con un caffè al cianuro nel supercarcere di Voghera ed in breve tempo muore portando nella tomba i suoi segreti. “È quando declina il senso di legalità che affiorano comportamenti criminosi –continua il prof. Troiano- Possiamo infatti dire che la Banca Privata Italiana nacque già morta, per coprire un grave dissesto finanziario. La trama delle operazioni bancarie si dimostrò estremamente complessa e forte della collusione con certi ambienti”.

“Abbiamo tutti la sensazione di vivere in un contesto sociale in cui il senso della legalità é spesso assente –prosegue Umberto Ambrosoli- Se osserviamo le analisi condotte dagli organismi superiori sul tema della legalità; comprendiamo che il nostro Paese vive una situazione di vero e proprio degrado. La corruzione logora molti ambienti e gli Italiani, secondo uno studio condotto a livello europeo nel 2009, la sentono come un fenomeno corrente e generalizzato. Per livello di corruzione; l’Italia si colloca dietro a Stati il cui sviluppo sociale è molto più arretrato del nostro”. Se non si tratta quindi solo di una sensazione; secondo l’avvocato Ambrosoli abbiamo il dovere di evitare l’effetto consequenziale che tipicamente ne deriva, ossia lo sconforto e la desolazione. Lo dice un uomo che porta su di sé il peso di un passato non facile. A 7 anni ha perso il padre ed ha vissuto il senso di vuoto che colpirebbe ogni altra famiglia nella quale sia stato spezzato un vincolo d’affetto così importante. A 14 anni, chiede ed ottiene di seguire il dibattimento del processo per omicidio in Corte d’Assise. Nel 2003, divenuto papà, in sala parto sente l’infermiera chiamare anche il nonno, padre della moglie, e inevitabilmente realizza l’importanza di raccontare la storia dell’altro nonno al figlio appena venuto al mondo e a quelli che verranno. Nasce così l’idea di scrivere “Qualunque cosa succeda”, storia di un uomo libero che ha pagato a caro prezzo il suo tentativo di rompere il silenzio complice dell’ingiustizia.

“Molti sono portati a credere che la corruzione sia qualcosa di immutabile –continua- e che, se qualcosa cambierà, ciò avverrà solo grazie alla Magistratura e alle Forze dell’Ordine. Altri ancora si chiudono in se stessi e nel proprio mondo. Fanno prevalere le proprie esigenze, convinti che fare qualcosa nel nome del bene comune non valga niente, quindi finiscono con il venir meno ai propri doveri civici nascondendosi dietro all’alibi che tutto va a rotoli. Altri ancora si danno alla piena illegalità. Data questa premessa, penso possa aver senso ricordare l’esempio offertoci da persone che invece hanno dimostrato come sia possibile vincere la rassegnazione. Penso a quegli imprenditori che, volendo svolgere attività d’impresa, sono divenuti il bersaglio di una certa criminalità organizzata e poi a molti altri ancora: sindacalisti, giornalisti, professionisti in ogni ambito”. Il pensiero corre veloce a Fulvio Croce, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino divenuto difensore d’ufficio di quei terroristi che non solo rigettarono il proprio diritto ad essere assistiti da un professionista, ma lo minacciarono di morte ed infine ne ottennero l’assassinio. L’esempio dell’avvocato Croce ha ispirato altri giuristi i quali hanno ripreso, dopo anni di terrore, l’opera da lui iniziata. Così facendo; il processo ha potuto continuare e giungere a compimento. “Talvolta non si riesce a portare avanti un progetto –conclude Ambrosoli- perché chi dovrebbe perseguire il nostro stesso obiettivo agisce in senso contrario. Dovremmo invece avere coscienza del fatto che la legalità è qualcosa di più ampio della mera osservanza della legge e che si vive nella legalità se si è consapevoli delle conseguenze che le nostre condotte possono produrre sugli altri. Le storie che l’Italia ci consegna sono queste”. Una voce pacata ma decisa, quella di Umberto Ambrosoli, che non nomina mai direttamente l’assassino del padre né il mandante del delitto, ma richiama l’attenzione sul pericolo insito nell’idea distorta di un potere troppo spesso vicino a grandi disponibilità economiche, conoscenze utili e accordi sommersi.

Il prof. Vittorio Coda, che sostituì Giorgio Ambrosoli nel ruolo di commissario liquidatore dopo la sua morte, ha infine ripercorso quegli anni descrivendo la caduta dell’impero di Sindona e raccontando alcuni aspetti dell’intima personalità dell’amico assassinato. “Giorgio era mosso da un grande amore verso il suo Paese. Verso i diciotto anni già gli ardeva dentro, tanto che nel 1952, durante una vacanza in Versilia, scrisse una poesia dalla quale si può capire tutto: L’ho vista l’Italia una sera (…) lenta una bandiera scendeva dall’asta (…) L’ho vista la Patria quella sera. C’era come un senso della sua presenza in quella pace serena”. Pace che la famiglia Ambrosoli ha perso in pochi istanti e che nessuno più, per molti anni, le ha restituito. Poche le autorità politiche presenti ai funerali di questo uomo che aveva fatto politica nel vero senso del termine. Pochi i riconoscimenti ai suoi meriti professionali e umani  –la medaglia d’oro al valor civile gli è stata assegnata solo nel 1999-. Il suo eroismo fatto di coerenza e dedizione quotidiana ai valori del lavoro e della famiglia è passato quasi inosservato.

Silvia Dal Maso

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