Immaginari pascoliani secondo Seamus Heaney

9 APRILE – Nella ricorrenza del centenario della morte di Giovanni Pascoli, l’Alma mater ha voluto celebrare il poeta, che tanto ha contribuito al prestigio dell’ Università bolognese. L’autore della “cavallina storna che portavi colui che non ritorna” è così uscito dai banchi di scuola e dalla memoria dei giovani scolaretti per ricevere la gloria poetica che gli spetta.

Dal 2 al 4 aprile, nonostante la mancanza effettiva di fondi,  è stato organizzato un convegno internazionale  gestito autonomamente dall’Università con il contributo del Lions Distretto Emilia. Durante l’evento intitolato “Pascoli nell’immaginario degli italiani”, personalità di spicco è stato indubbiamente il poeta irlandese Seamus Heaney, premio nobel per la letteratura 1995, che nella sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio ha ricevuto dal rettore Ivano Dionigi  il Sigillum d’Argento.

Il contributo di Seamus Heaney è di aver diffuso la poesia pascoliana all’estero, rivivificando con le sue traduzioni in un mirabile inglese contemporaneo la polifonia dell’italiano di fine Ottocento. Missione che porta avanti dai tempi in cui ad Urbino, in occasione del conferimento della laurea honoris causa, conobbe il nome del poeta romagnolo attraverso i versi di W. B. Yeats.

D’altra parte i due poeti non sono poi tanto diversi. Li lega una lunga esperienza esistenziale, drammatica e di attaccamento alla terra, in cui emergono le immagini concrete della natura e della vita dei campi, siano esse dell’Italia o dell’Irlanda:” Molte delle scene presentate nell’ Ultima passeggiata– afferma Heaney- che evocano gli usi e i costumi della vita rurale nella Romagna dell’ Ottocento, erano ancora vive e attuali nell’Irlanda della metà del Novecento. Uomini che aravano i campi- con buoi nel caso di Pascoli, con cavalli nel mio caso; un’allodola che dal suo nido si libra nell’aria del mattino; (…) un uomo che sonnecchia in cima al carico della sua carretta, mentre un cane gli abbaia contro dal cancello di un’aia”.

E per entrambi quelle allodole e i rumori della natura assumono tinte più fosche non appena dai campi alzano lo sguardo verso la realtà del loro tempo: la penna di Heaney scorre fra il sangue dell’indipendentismo irlandese e Pascoli, nel suo poemetto Italy, riecheggia la eco di un popolo alla ricerca di una felicità e di un benessere che non trova, “Un campettino da vangare, un nido / da riposare: riposare, e ancora / gettare in sogno quel lontano grido: / Will you buy… per Chicago Baltimora.”

Ma durante l’incontro il punto di contatto e, forse,  di cortocircuito, emerso nei due poeti è da riscontrarsi nella semplice ma suggestiva immagine di un fanciullo con il suo giocattolo. Dall’affermazione di Heaney “sono legato a Pascoli da un pezzo di spago”, è chiaro che il giocattolo può essere uno ed uno solo: l’aquilone. Perché i casi fortuiti della letteratura hanno voluto che traducendo L’aquilone il poeta irlandese si accorgesse di aver scritto a sua volta qualcosa di simile e a quel punto “il pezzo di spago diventava una catena vincolante”.

Nella poesia  A Kite for Michael and Cristopher  l’aquilone infatti è parte fondamentale della formazione dei ragazzi, perché, come in Pascoli, crea quello strano connubio fra innocenza puerile e dolore che esorta “alla consapevolezza che nella vita dobbiamo essere pronti alla sofferenza”:

“Before the kite plunges down into the wood

and this line goes useless

Take in your two hands, boys, and feel

the strumming, rooted, long-tailed pull of grief”.

“Prima che l’aquilone si tuffi giù nel bosco/ e questo cordone perda la sua tensione / prendetelo nelle vostre due mani, ragazzi, e sentite/ vibrare la lunga radicata coda del dolore”.

 

Linda Tonarini

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