L’economia agli economisti?

14 APRILE – L’economia è una materia ambigua che lascia numerosi dubbi circa la sua scientificità. Le definizioni che vengono date all’economia sono certamente varie e il nome scienza compare quasi in tutte, eventualmente sostituita dal termine disciplina. Ma restano dubbi circa la scientificità di questa materia che oggi più che mai è vista come la più avanguardistica, la più ricercata e utile scienza che l’uomo possa conoscere. È innanzitutto doveroso, per non cadere nell’errore che si critica, evidenziare il fatto che non è possibile dare una definizione unica di economia visto che essa comprende moltissime branchie, alcune più tecniche altre invece più vicine ad una materia umanistica. Ma se per economia si intende (la macroeconomia di fatto) quella disciplina che studia le relazioni di scambio che intercorrono fra i soggetti di una comunità in un determinato ambiente che a sua volta comporta degli effetti sull’agire dei soggetti, il dire che l’economia è una materia scientifica è sicuramente arduo ed eccessivo. Nell’economia infatti si potrebbero individuare due settori separati fra loro: l’economia pratica, che vuole descrivere i movimenti finanziari di un’impresa o di una società a livello contabile e quindi opera la traduzione matematica su carta di movimenti di denaro, e quella speculativa che invece porta ipotesi volte a stabilire come i soggetti di un mercato si comporterebbero in una determinata situazione ideale. La prima parte da fatti per raggiungere, attraverso la matematica, una rappresentazione definitiva seppure non assoluta (nel senso che la stessa situazione può essere interpretata e quindi rappresentata in modi molto diversi), mentre la seconda parte da alcuni modelli per giungere a teorie ideali, magari anche vere in quel determinato contesto artificiale, ma che non trovano un riscontro pratico nella realtà poiché non sono in grado di tenere conto di un insieme di fattori e variabili che si muovono oltre quelli considerati. In tal senso quindi qualsiasi visione universalistica dell’economia è da aborrire poiché conduce a teorie che vogliono essere universali, ma che si rivelano ben presto false, errate in partenza per l’incapacità dell’uomo di tenere conto dell’intero sistema, di avere una visione olistica d’insieme.

La storia del pensiero economico permette di capire quanto appena detto nel senso che mostra come la concezione dell’economia, il modo di approcciarsi degli studiosi, le teorie stesse che sono state formulate per poi essere ovviamente riprese in considerazione, siano varie nelle differenti epoche e, secondo il principio omologico, in linea con quanto avviene anche nelle altre materie di studio, dalla filosofia alla scienza. Ecco perché nei secoli passati vi sono stati, soprattutto nel periodo del meccanicismo o del cartesianesimo, tentativi di definire i rapporti economici fra i soggetti come ingranaggi di una macchina perfetta, restando naturalmente in linea con le tendenze scientifiche che volevano mostrare e comprendere ogni ingranaggio della macchina del mondo, del macrocosmo che era governato da leggi stabilite dal divino che gli uomini potevano scoprire. Questa tendenza è stata sicuramente rivalutata nel mondo della cultura ed oggi chi aspira a descrivere attraverso formule, con la sola intelligenza, l’ordine del mondo nella sua complessità è visto in modo negativo, come un arrogante o come un esponente delle correnti speculative fini a se stesse. Dopo vari processi storici e culturali fra cui la rivoluzione scientifica di Newton e altre grandi scoperte, ci si è resi conto che per poter raggiungere l’esattezza delle teorie e la verificabilità, una scienza, quale l’economia aspira ad essere, deve concentrarsi sullo specifico e sulla realtà pratica, lasciando da parte speculazioni sui massimi sistemi che appaiono solamente come artifici mentali. Questa constatazione, questa presa di coscienza della relatività di ogni teoria, che è una delle più grandi innovazioni del ventesimo secolo, permette di comprendere la teoria all’interno del suo sistema, del contesto che l’ha partorita, non soffermandosi invece su questioni puramente speculative e astratte. È avvenuto nella scienza, nella storia con la grande corrente dell’École des Annales e nell’antropologia, che ha dimostrato come ogni contesto produca diverse teorie e modi interpretativi.

Nell’economia, invece, si tende ancora a voler raggiungere massimi sistemi. Se si pensa alla macroeconomia, agli studi sul commercio o sulla finanza, ci si rende conto del fatto che stabilire il comportamento degli individui e le scelte in determinate situazioni risulta a dir poco vago e generale. Bisognerebbe anzitutto capire quale sia lo scopo dell’economia. Essendo una scienza pratica essa vuole comprendere quanto avviene nel mercato ma ancora di più, forse, prevedere quello che in una certa situazione può accadere per permettere ai soggetti consci di ciò di agire di conseguenza. In tal senso; poco si allontana dagli studi alchemici e magici rinascimentali che erano condotti da studiosi che volevano elevarsi a veggenti, a profeti, un po’ come oggi, con gli effetti che vediamo, vogliono fare gli specialisti e gli esperti di finanza. È naturale che il punto di partenza dell’economia siano le situazioni reali passate che possono essere studiate a tavolino, che rappresentano gli exempla, ma un conto è analizzare ed esaminare situazione e dinamiche determinate e un conto è tentare di capire ciò che potrà avvenire in futuro. Un’operazione del genere, se possibile, è quantomai imprecisa. Prima di tutto per il fatto che non è possibile comparare contesti diversi l’un l’altro nel senso che, sebbene possano esserci alcune analogie fra fenomeni passati e presenti, tali contesti appaiono a noi in un certo modo per il fatto che li interpretiamo proiettando la nostra realtà nella loro e non viceversa. Inoltre; è sempre facile trovare fra le varie situazioni collegamenti che sembrano esservi visto che alcuni aspetti possono sembrare, e sottolineo il termine sembrare, simili. E se essi vi fossero, allora si parlerebbe solamente dei fatti constatabili, collocati in diverse realtà temporali, per il fatto che il dato uguale ha una valenza e un significato diverso nelle varie epoche.

L’economia si avvicina tantissimo ad una sorta di religione ormai, di pratica ritualistica, dove attraverso formule e numeri sembra possibile prevedere il futuro. Una prova molto banale e immediata dell’inesattezza dell’economia è il fatto che se essa fosse una scienza esatta probabilmente sarebbe in grado di prevedere e risolvere ogni crisi e non vi sarebbero continue e diverse interpretazioni per la crisi che stiamo vivendo adesso, se si vuole dare un esempio attuale. Ciò che può ingannare è il fatto che l’economia si esprime attraverso i numeri che hanno sempre qualcosa di spirituale, quasi come il latino nelle funzioni religiose dei secoli passati. Sebbene i concetti siano espressi con i numeri, l’economia resta una disciplina interpretativa caratterizzata dalla relatività delle sue teorie e forse si avvicina più ad una disciplina umanistica. Essa infatti studia anche il comportamento e le scelte umane ma non è caratterizzata solo da questo quindi possiamo dire che mescola due campi di studi molto diversi che molto difficilmente possono convivere in una stessa materia. Tutto questo permette quindi di capire perché si debbano rifuggire teorie e concetti economici che vogliono spiegare i massimi sistemi, riducendo le scelte umane a variabili matematiche senza tenere conto di un’infinità di elementi di tipo culturale, ambientale, antropologico, fisico, che influiscono in maniera determinante sulle scelte umane. Ecco perché il marxismo ha fallito. Perché, sebbene esso derivi da un pensiero filosofico, sociale ed economico profondo, complesso, variegato e vasto, riduceva ogni circostanza ed evento alla lotta di classe e a concetti economici che potevano essere tali nel contesto inglese di fine ottocento ma che oggi appaiono del tutto superati (e si tenga presente la probabilità che non sia così). Ogni teoria universalista è destinata a cadere perché la mente umana non può raggiungerla. Se quindi l’economia sarà in grado di dedicarsi solamente a certi aspetti, pratici e individuabili nel tempo e nello spazio che poi possono essere rappresentati con formule e schemi matematici, avrà un’utilità effettiva in quanto permetterà di vedere con maggiore chiarezza, altrimenti resterà solamente una materia speculativa fine a se stessa, un inganno costante che può essere classificato e indicato forse come una nuova forma di magia e misticismo della nostra società.

Enrico Cipriani

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Enrico Cipriani

Enrico Cipriani è nato a Isola della Scala (VR) il 30/11/1989. Si è diplomato all'Istituto Tecnico Commerciale Statale Ettore Bolisani e si è poi iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia nel Settembre 2009, dopo aver lavorato un anno presso un istituto bancario. Oltre ad un forte interesse per il mondo economico, e in particolar modo alla Storia del Pensiero Economico, è appassionato di Letteratura e soprattutto di Letteratura Romantica, tema sul quale ha pubblicato due saggi brevi su la rivista Strand Magazine e mensilmente scrive su un giornale locale, La Voce del Basso Veronese, dedicando i suoi articoli al mondo culturale veronese. Si interessa comunque a molti argomenti del mondo umanistico e letterario cercando di coniugare passioni personali con curriculum di studi. Attualmente, studia Linguistica all'Università di Verona.

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