L’inclusività è un gioco: il baskin

Ci sono molti modi per tentare di facilitare una vita già complicata alle persone diversamente abili. Sul fronte delle iniziative istituzionali, la rimozione delle barriere architettoniche è stata recentemente tema di discussione nel convegno organizzato dal Collegio Geometri di Verona, dove l’Assessore Ilaria Segala ha presentato la guida pratica “Negozio accogliente”. Esistono poi realtà nel campo dell’associazionismo, che forniscono sostegno alle famiglie, a volte economico e sempre come centro d’ascolto, di scambio informazioni e aiuto pratico.

C’è anche però chi ha voluto prendere un tema così serio… per gioco. E si è inventato il baskin.

L’idea iniziale parte da Cremona nel lontano 2001, quando i due fondatori si trovano sugli spalti a una partita di basket dei figli. Sono l’ing. Antonio Bodini, padre di una ragazza con tetraparesi spastica ma ottima attività cerebrale, e il prof. Fausto Capellini, docente di Scienze Motorie: parlano di come far amare lo sport non solo a quelli bravi, ma anche ai mediocri e ai disabili. Ne nasce un progetto scolastico, fatto di mille tentativi, fallimenti e miglioramenti: non è semplice individuare lo sport di squadra più adatto e poi riorganizzare i movimenti e le attrezzature a misura di grandi e minime abilità. Viene scelto il basket e creato un regolamento ad hoc, poi rivisto continuamente, apportando sempre nuove migliorie.

Fausto Capellini, co-fondatore del Baskin

Negli anni una semplice attività pomeridiana ha accolto sempre più ragazzi e, come dice Fausto: «Capimmo la bontà del progetto e la possibilità reale di inventarci uno sport che potesse unire davvero tutti e dare risalto alle caratteristiche fisiche, mentali e relazionali di ciascuno. C’erano ovviamente il CONI, per le attività dedicate ai normodotati, e il Comitato Italiano Paralimpico ma mancava una “terza via” che puntasse all’inclusività trasversale. Così ci siamo dati un regolamento, che applica principi etici di equità, e anche una struttura. Dal 2006 è attiva l’Associazione Baskin (https://baskin.it), da cui è recentemente sorto l’Ente Nazionale Sport Inclusivi che sta per essere riconosciuto dal CIP stesso».

Il successo dell’iniziativa si diffonde, anche grazie ad iniziative mirate nelle scuole in collaborazione con il MIUR, e l’interesse cresce fino a superare i confini nazionali. Attualmente, il baskin si pratica in 15 regioni italiane e 4 paesi europei (con altri che si aggiungeranno presto). Dal 2013 si giocano campionati ufficiali, a livello locale e nazionale, mentre nel 2018  si è tenuto il primo campionato europeo a Bassano del Grappa.

Una decina di anni fa, Simone Gironi, ex giocatore professionista, ha introdotto questo sport anche nella nostra città. Incuriositi e affascinati da questa storia bella, ci intrufoliamo in un allenamento della società Ghostbaskin e facciamo una chiacchierata con Sarah Palese, allenatrice e co-fondatrice, che a raccontare la sua prima volta si emoziona ancora.

L’entusiasmo di Sarah Palese

«Non venivo da alcuna esperienza con disabili, non avevo vissuto situazioni di questo tipo, non sapevo davvero cosa aspettarmi. Fu amore a prima vista. Passato il blocco iniziale, i ragazzi ( che a dir la verità hanno tutte le età, dai 12 ai 99 anni ) ti prendono il cuore: l’impegno che mettono negli allenamenti – per alcuni si tratta di un vero e proprio sforzo – e nelle partite non ha nulla da invidiare ai professionisti. E poi la componente umana toglie il fiato: qualsiasi allenatore è orgoglioso dei miglioramenti dei propri atleti, ma vi giuro che veder fare canestro a un ragazzo tetraplegico, o con paralisi cerebrale e movimenti aiutati dai compagni, beh gonfia davvero l’anima di soddisfazione».

Mentre arrivano i giocatori, Sarah ci spiega un’altra particolarità di questo sport:

«Nel baskin la squadra è una famiglia anche in senso stretto. Sono molti i genitori, infatti, che dovendo accompagnare il proprio figlio, imparano loro stessi “a due tiri” con noi. Anzi, nella mia esperienza, siamo una delle poche società di baskin nate in maniera autonoma e non su iniziativa dei genitori».

Ghostbaskin al completo

Simone, un ragazzo chiaramente super felice di trovarsi in palestra anziché parcheggiato – parole sue – davanti alla televisione, ci spiega che il regolamento ufficiale crea una “confusione mentale” pazzesca ma se cominci a giocare poi va meglio. «Devi venire una volta a provare – dice – così ti posso spiegare. Giocando riesco a capire le parole difficili dell’allenatrice e faccio un sacco di punti!». Questo nuovo sport si prende ovvie licenze dalla pallacanestro e ha un regolamento complesso, così come le diverse patologie ed handicap dei giocatori in campo. Agli atleti, invece del “ruolo” tipico degli sport tradizionali, viene assegnato un numero da 1 a 5 in base a capacità e limiti di ognuno e un numero inferiore (con la disabilità più importante) può attaccare un numero superiore, ma non il contrario. Ciascun numero dispone di un massimo di tiri a partita, finiti i quali aiuterà gli altri a completare i propri, massimizzando il concetto di squadra. Si usano cesti di diverse misure: due regolari per i giocatori con numero più alto e due doppi, posti sul lato lungo del campo, disegnati per essere un bersaglio raggiungibile anche per tutti gli altri. I canestri dei numeri più bassi (come il nostro Simone) valgono più punti degli altri, e i giocatori possono utilizzare palle più piccole e scegliere diverse modalità di tiro, premiate con punteggio crescente in base alla difficoltà, alimentando così la loro fiducia nel miglioramento.

Dammi il cinque, Simone!

Molti sport hanno una sezione dedicata ai portatori di handicap, ma si tratta sempre di un adattamento a una categoria di disabili della disciplina in questione, come le versioni in carrozzina di pallacanestro, hockey, l’atletica per amputati o i meravigliosi giochi paralimipici, grazie ai quali tantissimi atleti hanno conquistato una meritata visibilità.

Il baskin ha portato l’integrazione a un livello superiore. Questo è uno sport che intende premiare le differenze, coccolare le diverse abilità invece di adattarsi alle disabilità. Si tratta di una disciplina che mette in campo tutti gli strumenti affinché le capacità di ognuno, per quanto minime, possano affiorare e vengano considerate dagli altri giocatori come un apporto importante e necessario al successo di tutti. È uno sport buono, creato e gestito da persone buone. Questo, tuttavia, non tragga in inganno perché anche qui l’agonismo rappresenta la vera forza, lo spirito trainante che porta ragazzi e ragazze a mettere la propria fragilità al servizio della squadra.

Presi uno per uno non potrebbero essere più diversi. « Abbiamo anche le donne, pensa te» dice Simone con un sorrisone. Alcuni hanno malformazioni o menomazioni, altri un ritardo mentale, altri ancora non sono in grado di spostarsi da soli o di compiere gesti coordinati. Hanno in comune gli occhi che brillano con una palla in mano e la voglia di fare gruppo, invincibili e cattivi quanto basta a dimostrare la propria forza.

Uniti sono una squadra di baskin.  

(con il contributo di Alessio Grazia, anche grazie alla sua appartenenza al CUS Verona, cui i Ghost si sono recentemente affiliati; per informazioni e iscrizioni: www.ghostbaskinverona.it)

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Barbara Salazer

Gira il mondo da una vita, collezionando facce e storie, ma torna sempre a casa, prima o dopo. Ha forse sbagliato studi e lavoro, ma non rinnega nulla e crede fermamente nel dare a se stessi una seconda (e terza...) opportunità. Ama la vita, la musica, i libri, il caffè e la stout. Odia la gente, ma non può farne a meno. Sta scrivendo una "Teoria della Lentezza" che potrebbe anche arrivare in libreria, con molta calma. Ha un solo difetto: l'Hellas Verona.

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