Ricordando il disastro di Chernobyl

26 APRILE- Sono trascorsi esattamente 26 anni dal giorno che tenne il mondo con il fiato sospeso. Il 26 aprile 1986, infatti, il quarto reattore della centrale nucleare ucraina di Chernobyl venne colpito da uno dei disastri peggiori che l’uomo ricordi. Chi assistette alle successive operazioni, anche solo tenendo gli occhi incollati al televisore, non può dimenticare il terrore e l’impotenza che assalirono l’opinione pubblica in quelle settimane, non solo in Europa.

Tutto scaturì da un errore nel test operativo condotto dal personale tecnico della centrale. Attraverso esso; i tecnici volevano accertare che le turbine fossero in grado di garantire energia alle pompe dell’impianto di raffreddamento del reattore, anche nel caso di una perdita dell’energia impiegata precedentemente. In questi casi, di solito, la procedura ordinaria avrebbe loro imposto di ricorrere all’utilizzo di un generatore di emergenza. Ma quel giorno si scelse di condurre l’esperimento nell’ipotesi in cui anche quest’ultimo fosse inutilizzabile. Non appena iniziò la verifica; le mille tonnellate di materiale poste a sigillare il reattore esplosero e, superata la temperatura di 2000 °C, le barre di uranio iniziarono a fondersi. Si generò un violento incendio che venne spento solo dopo nove giorni e la radioattività emessa nell’atmosfera fu pari a circa cento volte quella sprigionata dalle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. In quei primi nove giorni, vennero contaminati gli abitanti della vasta area circostante il luogo dell’incidente –circa 146mila km2 in Bielorussia, Russia e Ucraina allora facenti parte, ancora, dell’URSS- e si dovette provvedere all’evacuazione di molte zone, operazione peraltro inutile perché le condizioni meteorologiche poco propizie permisero alla contaminazione di spostarsi facilmente, raggiungendo ben presto l’Europa.

Ad oggi, secondo i comunicati pubblicati periodicamente da Greenpeace, non si sono ancora avuti segnali positivi di una vera e propria svolta nella situazione. In una ricerca epidemiologica del 2006 –“The Chernobyl Catastrophe: consequences on human health”– denunzia, anzi, la sottostima dei decessi imputabili al disastro e la mancanza di cure prestate alle vittime fintantoché erano –e sono- ancora in vita. Tra queste persone si annoverano i liquidatori impegnati nella bonifica del sito di Chernobyl, i residenti  in un’area di 30 km2 dalla centrale, coloro che risiedevano appena al di fuori di questa zona e, infine, i figli di persone ricomprese in queste stesse categorie. Oggi, a distanza di 26 anni, la radioattività stimata anche solo fuori dall’area dei 30 km2 supera di circa venti volte quella consentita dall’Unione Europea. E lo scenario che ne consegue è a dir poco apocalittico, sebbene oggi se ne parli poco. In tutto il mondo si stima che 6 milioni di morti, dovute a forme tumorali tra le più disparate, siano imputabili agli effetti della contaminazione. Le conseguenze più deleterie sembrano essere imputabili al Cesio-137, e si dovranno attendere all’incirca altri ottant’anni per vedere una diminuzione significativa nelle radiazioni.

Nel frattempo, il cosiddetto “sacofago”di cemento armato posto sopra il reattore collassato si sta deteriorando rapidamente, tanto che si teme possa letteralmente precipitare all’interno causando una nuova contaminazione. Se ne prevede quindi la sostituzione con una struttura più moderna, capace di resistere almeno un secolo, e di costo superiore a un miliardo di dollari. Fino al 2010; anche la nostra BCE sembrava orientata verso un sostegno economico ingente in questo senso, ma ora la crisi economica sembra aver affievolito la disponibilità dell’Unione in questo senso.

Silvia Dal Maso

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