Turchia ed il rischio autoritarismo: le proteste che infiammano il paese

Turchia, la resistenza continua

24 GIUGNO – Nelle ultime settimane la popolazione turca è stata protagonista di una serie di manifestazioni che hanno infiammato il paese.

Tutto è iniziato il 28 maggio con un sit-in pacifico di una cinquantina di persone, organizzato in piazza Taksin, a Istanbul, in difesa del parco Gezi, uno degli ultimi parchi pubblici nel centro della città. L’attuale governo turco, guidato dal Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan, leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp), ha infatti deciso di radere al suolo il parco per costruire un centro commerciale con uno stile architettonico che vuole rievocare le antiche caserme militari ottomane che un tempo sorgevano al suo posto.

Chi è sceso in piazza si è ribellato non solo all’eccessivo sviluppo urbanistico che ha caratterizzato il paese negli ultimi dieci anni ma anche alle mire autoritarie del primo ministro e del suo governo, artefici di tali cambiamenti. La contestazione, scoppiata per proteggere gli spazi verdi, si è trasformata in una battaglia per la difesa della democrazia e dell’identità turca e durante la rivolta gli slogan chiedevano le dimissioni del governo.

Il 31 maggio la polizia è intervenuta colpendo i manifestanti con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, causando molti feriti. Nei giorni successivi la protesta si è estesa ad altre città e decine di migliaia di persone si sono unite alla contestazione opponendosi alla politica arrogante di Erdoğan.

Il premier, per difendersi dalle accuse, ha deciso di apparire in TV mettendo in dubbio la legittimità della protesta, descrivendo i manifestanti come teppisti e sostenendo che il dissenso è stato veicolato dagli estremisti. Nonostante le scuse del presidente turco Abdullah Gül, intenzionato a mediare tra le parti in conflitto, le contestazioni stanno continuando in tutto il paese.

Il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan non si è sempre comportato come sta facendo oggi. Di ispirazione islamico-conservatrice, il premier ha iniziato la sua carriera politica alla fine degli anni ’70 diventando sindaco di Istanbul. Ha sperimentato in prima persona la prigionia quando nel 1997 fu incarcerato per aver recitato in pubblico una poesia del poeta Ziya Gökalp, ritenuta di istigazione all’odio religioso. Uscito dal carcere ha fondato il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp), di ideologia conservatrice, a cui però ha impresso un carattere più moderato rispetto ai precedenti partiti di questo stampo. Grazie a questa moderazione è riuscito ad ottenere la vittoria alle elezioni legislative del 2002, diventando Primo Ministro nel 2003.

Nei dieci anni di governo Erdoğan è riuscito a far compiere alla Turchia evidenti progressi sul piano dello stato di diritto e della democrazia. Si è sempre mostrato come un leader deciso. È stato promotore della candidatura del suo paese come membro dell’Unione Europea e ha messo fine alla tutela che l’esercito svolgeva sulla società.

Il problema, però, è che nel corso degli anni il premier ha iniziato a manifestare atteggiamenti autoritari favorendo comportamenti di servilismo nei suoi confronti e bloccando la democratizzazione del suo paese. È diventato l’unica fonte di potere arrivando ad incarnare lo Stato. Comportamenti di totale subordinazione circondano la sua persona e per questo motivo è arrivato ad avere il pieno controllo dei mezzi d’informazione. Prova di ciò è il modo in cui sono stati raccontati i fatti inerenti alla manifestazione del parco Gezi dai media turchi, i quali non hanno dato copertura agli eventi minimizzando l’importanza della rivolta. L’immagine simbolo di ciò che sta accadendo è quella postata da un manifestante su Twitter, dove due schermi affiancati nella stessa ora del 2 giugno mostrano la CNN International che riporta le immagini dei disordini di Istanbul e, a fianco, la CNN Turk che fa vedere un documentario sui pinguini.

In seguito a manovre di censura politica e riduzione della libertà d’espressione, molti giornalisti e commentatori hanno perso il loro lavoro e l’opposizione al governo è praticamente inesistente. Erdoğan ha acquistato troppo potere e l’assenza di trasparenza unita al alcune recenti misure, tra cui le restrizioni sulla vendita di alcolici, hanno da una parte indebolito la fiducia dei cittadini turchi nelle istituzioni e, dall’altra, scatenato la paura di una trasformazione della società imposta dall’alto.

Di recente il capo del governo ha deciso d’intitolare il terzo ponte sul Bosforo a Yavuz Sultan Selim, il sultano ottomano del sedicesimo secolo, tristemente famoso per aver perseguitato e massacrato la minoranza alevita del paese. La scelta ha aggravato lo scontento degli Aleviti e ha aumentato la distanza tra governo e cittadini, privati della possibilità di dibattere sulla questione.

turchia

Erdoğan dopo le elezioni del 2011 si era autodefinito il premier di tutti ma, al momento, molti turchi credono che il capo del governo si occupi unicamente degli interessi dei cittadini che lo hanno votato, mentre il resto della popolazione viene totalmente ignorato, se non addirittura represso. Questo genere di estremizzazione può compromettere la stabilità della Turchia e la sua tradizione di modernità e democrazia.  L’unica speranza sta nel credere che si riesca a frenare la tendenza autoritaria del Primo Ministro e a riportare il paese a modello per tutto il mondo islamico, come lo era stato fino a poco tempo fa.

Molti articoli apparsi in rete, tuttavia, polemizzano sulla questione, sostenendo che dietro all’interpretazione generale dei media internazionali, che ritengono la ribellione una questione di libertà e democrazia, ci sia in realtà il malcontento del popolo turco nei confronti del servilismo dimostrato da Erdoğan agli Stati Uniti e ad Israele e della sua politica di progressiva privatizzazione, che ha generato un aumento delle disuguaglianze sociali nel paese.

Non entrando nel merito di tali questioni, a conclusione e come esortazione al cambiamento, è interessante citare un estratto della lettera scritta dal giovane pubblicitario Cem Batu, anche lui presente alla manifestazione di Gezi, che si è rivolto al capo del governo utilizzando twitter:

« Mio caro Primo Ministro… Sono un uomo apolitico. Sai perché mi sono ribellato? Non per due alberi. Ho la forza di abbattere due alberi, se non di più, anche senza di te. Io mi sono ribellato perché hai aggredito quei giovani ragazzi nelle loro tende alle 5 della mattina mentre protestavano pacificamente per quello in cui credevano. Mi sono ribellato perché ho sentito il dolore di quella gente nel mio cuore. Non ho voluto che mio figlio potesse subire queste cose. Mi sono ribellato in modo che mio figlio possa vivere in un paese democratico, in un modo democratico. Questi ragazzi si sono ribellati per questo. Tu ancora parli degli alberi, mio Primo Ministero. Guarda che gli esseri umani sono carini. Se tu li vedessi e li conoscessi, li ameresti. Sai che anche la nostra religione richiede questo. Certamente tu lo saprai meglio di me. E quello che non hai capito è questo: ciò che si ribella è la nostra anima. Le nostre anime affidate a Dio, che ci salvaguarda. Sicuramente tu capisci meglio di noi queste cose. Volevo riposarmi un paio di orette ma ti ho ascoltato e non ho potuto trattenermi. La mia anima si è messa in piedi di nuovo mio caro Primo Ministro. Esco. Ci si vede»

Benedetta Marangoni

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