Una nuova “Guerra Fredda” all’orizzonte? No alla Risoluzione ONU

14 GIUGNO – Nel marzo 2011 iniziarono in Siria le manifestazioni pacifiche contro il regime di Assad.

Alle richieste dei manifestanti, per una maggiore trasparenza delle istituzioni, un’attenzione crescente all’equità sociale ed un’apertura in senso democratico, fu risposto dal governo nella lingua della violenza, della repressione armata, segno inequivocabile di un rifiuto confrontarsi con quella timida opposizione.

L’indisponibilità al dialogo da parte del regime di Damasco è la vera responsabile dell’escalation di violenza riscontri che dilaniano la Siria; a cui l’intero mondo sta assistendo pressoché inerte da oltre un anno.

Svegliatisi da un lungo sonno alcuni Stati occidentali – Francia, Gran Bretagna, Usa – affiancati dai paesi del Golfo guidati da Qatar e Arabia Saudita, hanno promosso una risoluzione , che di fatto chiedeva il ritiro dell’esercito siriano dalle strade.

Questa risoluzione si è nei giorni scorsi scontrata con il veto russo-cinese, interpretato da coloro che sostengono la rivolta contro il regime, come un appoggio ad Assad.

Posta la legittimità delle rivendicazioni della ribellione a maggioranza sunnita, che cosa si nasconde dietro a questo “no” di Mosca e Pechino?

Ufficialmente la decisione è stata dettata dal principio internazionale di non ingerenza negli affari interni di un Paese sovrano.

Ufficiosamente le ragioni sono, secondo alcuni esperti, molto più sottili.

Questi Paesi da anni devono infatti fronteggiarsi con un dissenso, mai del tutto sopito, in alcune regioni popolate da minoranze, quali sono il Caucaso, il Tibet e lo Xinjiang.

Un appoggio incondizionato, ora, alle forze ribelli sunnite potrebbe tradursi in richieste di autonomia e non solo, ancora più pressanti, da parte di quelle popolazioni “sottomesse”; il che, in un periodo delicato, con le elezioni alle porte per il presidente russo Vladimir Putin, potrebbe incoraggiare le forze oppositrici al suo regime, che non hanno mai smesso di far sentire la propria voce.

La seconda ragione principale, dietro al veto, è di ordine prettamente economico: il regime di Damasco rappresenta infatti il principale mercato per l’industria bellica russa; inoltre si trova in Siria l’unico porto russo affacciato sul Mediterraneo. Dati i rapporti non propriamente idilliaci con i ribelli, è “naturale” che Putin non voglia perdere tali vantaggi.

Quali che siano le ragioni, sottese a questa decisione, il fallimento della risoluzione Onu apre le porte ad una serie di conseguenze estremamente gravi, in grado di destabilizzare il delicato equilibrio tra le varie superpotenze con interessi nel Golfo.

Si possono infatti cogliere analogie tra la situazione odierna in Siria e quella degli anni ’80, nel pieno della guerra fredda, in Afghanistan e Libano: prima fra tutti l’irrigidimento delle posizioni di Russia e Stati Uniti ai opposti lati della scacchiera internazionale; seguita da un ruolo sempre più marginale dell’Onu che ancora una volta mostri propri limiti della propria inadeguatezza di fronte alla necessità di assumere decisioni in tempi rapidi.

Con lo stop alla risoluzione potrebbe infatti essere tramontata definitivamente la possibilità di una soluzione di compromesso tra Assad ed i ribelli, che nel frattempo sono sempre più organizzati sia dal punto di vista militare che economico; il che ci porta ad assistere a scontri quasi “alla pari”, con un numero impressionante di morti ogni giorno.

Un intervento militare ora da parte della Nato potrebbe far salire immediatamente i costi, in termini di vite umane, di questa guerra civile; come successe mesi fa in Libia. D’altra parte anche un appoggio indiretto all’esercito dei ribelli ( FSA ) vorrebbe dire prolungare significativamente i tempi del conflitto ed aumentare i rischi di una implosione nei rapporti tra i Paesi aventi interessi una parte di mondo.

È perciò auspicabile che Russia e Cina ritornino sulla propria decisione, così da permettere all’ONU di farsi arbitro nella ricerca di una soluzione di compromesso in Siria.

Giuliasofia Aldegheri

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