La svolta tannica di Alberto Malesani

Quello di Alberto Malesani con il vino è un legame  che nasce da lontano: corre il 1999 e “Sandokan” si trova con il suo Parma stellare a Bordeaux per la gara d’andata dei quarti di Coppa Uefa. L’occasione è propizia per far visita a qualche cantina vinicola e degustare rossi di alto lignaggio. Ne rimane affascinato a tal punto da maturare un’idea. Il Parma perde 2-1 ma al ritorno infligge ai girondini una sonora lezione, 6-0 in un unico set. I ducali travolgeranno in semifinale l’Atletico Madrid e nella finale  di Mosca passeggeranno sul Marsiglia conquistando il loro secondo trofeo europeo. È lo zenit nella carriera di Alberto Malesani, le cui sorti in panchina proseguiranno però da quell’anno con alterne fortune attraverso una dolorosa retrocessione con il Verona, gli sfoghi di timbro Trapattoniano ad Atene e l’ultimo atto a Sassuolo.

La passione per il buon vino non l’ha abbandonato, e nel frattempo è diventata qualcosa di concreto sulle alture di Trezzolano, dove il tecnico di San Michele ha acquistato i terreni e dato vita a La Giuva, l’azienda vitivinicola che conduce insieme alla sue due figlie Giulia e Valentina avvalendosi della collaborazione con l’enologo Lorenzo Caramazza: «Vinificammo la prima produzione nel 2011 e imbottigliammo 3-000 bottiglie. Dopo quattro anni siamo arrivati a produrne 40.000 tra Valpolicella, Valpolicella Superiore, Amarone e Recioto puntando sulla tipicità del vitigno autoctono» ci racconta durante il nostro breve incontro a Vinitaly. «La superficie vitata (a spalliera di media intensità, nda) è di 10 ettari condotti ad agricoltura biologica certificata. Sin dal primo giorno abbiamo aderito alla Fivi, la Federazione dei Vignaioli Indipendenti. L’esposizione fruisce di ventilazione ed escursione termica in fase di maturazione dei grappoli. I vigneti si sviluppano su terreni calcarei con orientamento prevalentemente est-ovest, contrariamente al normale orientamento nord-sud tipico della valle. Si tratta di un’esposizione contraria, mai utilizzata nella zona fino a ora, che ha dato frutti “esasperati”, ovvero con grado zuccherino/alcolico e sapore di molto maggiorati».

A Vinitaly Malesani ha presentato un nuovo vino che sta per concludere il proprio ciclo di maturazione in cantina: «È un Amarone 2015 affinato tre anni in barrique: si chiama Aristide, ed è il nome di mio papà». Gli chiediamo delle sue due vite; prima in panchina e poi in vigna: «Ho fatto il percorso inverso e sarebbe stato meglio il contrario, ma essere un vigneron aiuta ad essere un buon allenatore: in vigna la fretta non è contemplata e in un calcio che va di fretta, imparare a essere pazienti è importante oltre che utile».

Prima del congedo c’è tempo per un’ultima battuta: «Il vino che riflette il mio credo calcistico? Direi il Valpolicella Superiore, un vino di equilibrio che ti dà certezze». Allenava gente come Buffon, Thuram, Cannavaro, Veron, Crespo e Chiesa. Oggi cura la maturazione di Corvina, Corvinone, Rondinella e Oseleta da cui estrae i suoi tesori in cantina. La vita di Alberto Malesani da tattica si è fatta decisamente più tannica. Il Vinitaly e i tanti riconoscimenti sono oggi la sua Coppa Uefa.

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, TuttoHellasVerona.it, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sei libri e sto ora lavorando al settimo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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