A Kitzbühel, con l’amarezza nel cuore

In partenza, sul cucuzzolo del Monte Hanhenkhamm quando abbiamo messo gli sci sul ghiaccio vitreo all’imbocco del vuoto prima del balzo della Mousefalle, la prima cosa che abbiamo pensato è stata «Questi sono dei pazzi». «Mi palpitava il cuore solo a vederli. Io sul ghiaccio facevo correre gli sci, ma questi volano» ci ha confessato Max Blardone. Se la Lauberhorn di Wengen è l’Acropoli, scendere dalla Streif di Kitzbühel è come buttarsi giù dalla piramide di Cheope. 

Un’immagine della famosa Streif di Kitzbhuel

Dal 1931, l’Hahnenkhamm fa la storia dello sci alpino, come il vecchio Wembley per il calcio, il pavé della Roubaix per il ciclismo, St Andrews per il golf e il centrale di Wimbledon per il tennis. Sacrari senza tempo. Qui le leggende dello sci hanno inciso la firma nella pietra della memoria: da Toni Sailer a Karl Shranz, da Franz Klammer a Pirmin Zurbriggen, da Luc Alphand a Hermann Maier e Stefan Eberharter; nessuno ha però mai fatto tanto, quanto l’elvetico Didier Cuche, l’unico ad aver calato il pokerissimo in discesa (e siccome per lui non era abbastanza, ha aggiunto pure una perla in supergigante). Un passato dolce per noi, dall’impresa di Gustavo Thoeni, lui che discesista puto certo non  era, fu secondo nel 1975 a tre millesimi dal Kaiser Franz Klammer, alla prima vittoria azzurra di Kristian Ghedina nel 1998 e alla sua celeberrima spaccata sullo schuss finale nel 2004, dal successo di Peter Fill nel 2016, al tris di Dominik Paris in discesa nel 2013, 2017 e 2019 (più un sigillo in supergigante nel 2015). 

Il discesista azzuro Dominik Paris

Un presente , annoi, assai amaro, perché purtroppo a Kitz la stella polare del nostro sci, non ci sarà: proprio alla vigilia della gara che insieme a Bormio (la Stelvio è la sua casa) ama di più, in allenamento il ginocchio destro di Dominik Paris ha fatto crack. Stagione finita. Dieci giorni fa ad Adelboden, era toccato a Manfred Moelgg: stagione finita anche per lui, e a 37 anni un bel punto interrogativo sulla sua carriera. Diciamo che non ci sta girando tropo bene, ecco tutto. Fosse dipeso da lui, ce lo ha confidato Raimund Plancker, il tecnico della squadra italiana di velocità, sulla Streif «Domme» avrebbe corso anche zoppo («Il ginocchio non mi fa troppo male e non si è gonfiato» avrebbe detto); sentito il parere dei medici, è entrato sul lettino dritto dritto in sala operatoria a Ortisei: intervento per la ricostruzione del legamento crociato anteriore perfettamente riuscito. E ora sotto con le tabelle di riabilitazione. Lo ritroveremo la prossima stagione, quella dei mondiali in casa a Cortina. 

Dominik Paris è un patrimonio dello sport italiano da preservare come i gioielli della corona. Originario della Val d’ Ultimo, un incanto immacolato alla periferia del mondo, a trent’anni, e un figlio avuto dalla sua compagna Kristina, è un ragazzo che tanti arzizogoli per la testa non se li fa, uno per indole abituato a guardare avanti come le punte dei suoi sci. Parla poco e vince molto: bei tipi, quelli così. Il suo sci è rock quanto i graffi della sua voce quando si scatena da frontman dei Rise of Voltage, la sua band metal. Si sottolinea come questo sia il primo serio infortunio della carriera, in uno sport che da sempre riempie le corsie dei reparti di ortopedia, ma ha già affrontato dolori ben più seri e drammatici che la vita gli ha messo davanti. E li ha superati. Kitz è sempre Kitz, d’accordo, ma orfana di lui, almeno quest’anno ci fa un po’ piangere il cuore. Ci consoliamo con il ritorno di Christof Innerhofer, altro che di bisturi se ne intende. Rivederlo in pista, e che pista, a dieci mesi da quando il suo, di ginocchio, si spezzò ai campionati italiani di Cortina, visti i tempi grami e iellati che corrono, è già qualcosa. Non chiedamogli però la luna. 

Un’altra immagine della famosa pista di Kitzbuhel

Un’ultima curiosità: sulla Streif, il cubo di granito svizzero Beat Feuz, insieme a Paris attualmente il più forte discesista al mondo, non ha mai vinto: tre secondi posti in discesa e un terzo in SuperG per lui. Forse è venuta l’ora di rompere il sortilegio. Nemmeno i padroni di casa austriaci se la passano troppo bene, se qui la discesa non la vincono da sei anni (Hannes Reichelt); ai bei tempi, al parterre della Streif ballavano il valzer; se continua così, si convertiranno al Fado. Noi, magari a un giretto a Lourdes.

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, Distretto Panathlon Italia, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sette libri e sto ora lavorando all'ottavo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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