Arrivederci Roma

«Avrei preferito morire, piuttosto che vivere un giorno come questo» ha confessato Francesco Totti nella sua sofferta conferenza stampa d’addio alla Roma. Vivaddio, il cuore ha ancora una voce a questo mondo. Totti e la Roma: pensavo fosse amore e invece era un Pallotta (e un Baldini). Totti e la Roma, come dire la Gran Bretagna e la monarchia; magari succederà pure lì un giorno. Totti e la Roma, il Papa e San Pietro, o Mr President e la Casa Bianca. Viviamo con poche certezze, Totti e la Roma erano una di queste. Almeno fino a ieri pomeriggio. E così il più improbabile dei divorzi si è consumato.

Le conferenze stampa sono ormai una delle cose più noiose di questo mestiere, una specie di condanna alla solita litania, allo sciroppo della filastrocca recitata sull’altare dell’ovvietà del politicamente corretto. Pillole di politichese in ogni ambito, qualunque esso sia. Al di là delle ragioni dello strappo, Totti ha rotto canoni e inerzie all’omertà nel modo più semplice e meno diffuso che ci sia: ha detto quello che pensava. Lo ha fatto con semplicità e chiarezza senza lasciare spazio ad ambigui equivoci né ad affondi oltre le righe. L’eleganza di un numero 10 per antonomasia. Le caselle del dubbio, le ha colmate tutte dalla prima all’ultima. Più che un sassolino, dalle scarpe si è tolto un  masso. Fortunati quelli che c’erano, un po’ confessiamo di averli invidiati.

Enrico Lucci e Totti

Se ne va dalla Roma, da un pezzo grande così della sua vita, perché non gli va di star lì a fare da icona. E in effetti a 42 anni è un po’ presto per fare della bella statuina di rappresentanza una professione. In questi due anni, più volte ci siamo chiesti quale fosse la mansione dirigenziale di Francesco Totti alla Roma (lo stesso ha fatto Enrico Lucci nella sua esilarante irruzione in conferenza stampa). Un grande boh… «Area tecnica» scrivevano i bene informati. Un virtuosismo lessicale di pallonese autentico, perché a casa nostra Area Tecnica vuol dire tutto e niente. In un torrido pomeriggio di metà giugno abbiamo capito come il tutto fosse in realtà niente. Totti lo ha decodificato e lo ha messo a nudo: «Mi sentivo del tutto ignorato. Non ho mai avuto la possibilità di incidere sulle scelte. Facevano tutto loro senza interpellarmi. Se dicevo la mia, mi rispondevano che ero ingombrante» ha spiegato. E allora, se sei di troppo, se ti fanno sentire un peso, meglio far fagotto e tanti saluti. È quello che Totti con grande senso di dignità ha puntualmente fatto.

La sua storia alla Roma si chiude nel peggiore dei modi. Un grande amore avrebbe meritato altro. Ma sappiamo anche come i grandi amori siano sempre storie sofferte e tribolate. E allora questo è il momento della sofferenza. Trigoria come Madison County. Uscito dalla gabbia del nulla, la prigione dorata in cui Pallotta e Baldini lo hanno rinchiuso, Francesco Totti può ora decidere sul serio cosa fare da grande, e prendersi il proprio destino costruendosi un suo percorso. Ha davanti una grande opportunità per fare della sua vita una cosa vera, reale, e non una fiction a sbiadite tinte giallorosse. I presidenti passano, gli allenatori passano, i giocatori passano, le bandiere restano: ecco perché, chiuso il cerchio, non dovremo attendere molto per scoprire che tutto questo sarà stato un arrivederci e non un addio. Francesco Totti è eterno quanto la città di cui è il figlio prediletto. Pallotta e Baldini con tutto il rispetto, no. E il tempo, si sa, è galantuomo. E allora, arrivederci capitano. Vedrai che un giorno, su tutta questa storia ricamerai una barzelletta delle tue e tutto si risolverà in una grossa e grassa sana risata. A Trigoria, ovviamente.

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Lorenzo Fabiano

Sono nato a Verona, dove vivo, nell'ormai (ahimè) lontano 1966; giornalista pubblicista, collaboro con il Corriere del Veneto, Gazzetta dello Sport, Hellas 1903, TuttoHellasVerona.it, Athleta e ovviamente qui su Il Nazionale. Amo soprattutto raccontare vecchie storie di sport. Ho scritto finora sei libri e sto ora lavorando al settimo. Altri ne verranno. Detesto urla e fenomeni di turno; la vera rivoluzione nasce dal recupero del buon senso, cosa che questo paese pare aver perso di vista da un po'. Citando Oscar Wilde, "amo parlare di niente, perchè è l'unica cosa di cui so tutto"

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